Quilter in Alabama

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Una grande storia di donne nere che della schiavitù si liberarono, prima che lo facessero i padroni bianchi,  usando quello che avevano a disposizione, ossia quasi niente, solo fantasia e ceratività.

Alla fine del XVIII secolo, negli Stati dell’Unione di recente creazione, esisteva una comunità rurale, lungo il fiume Alabama a sudovest di una località chiamata Selma. Era davvero piccola, non la troverete sulle carte geografiche. Era coperta da piantagioni di cotone, i proprietari si chiamavano Joseph Gee e Mark Pettway.

un libro :”Leaving Gee’s bend” di Irene Latham (non esiste edizione in italiano), qui  il trailer del libro su youtube

Quando finì la guerra civile e gli schiavi furono liberati molti adottarono il nome di Pettway, non avevano altre possibilità. Continuarono a lavorare nelle piantagioni e trasformarono quel luogo in un posto solo per neri, separato, ma non isolato dal resto della Nazione e del Mondo. Sei generazioni più tardi i discendenti degli schiavi Pettway resistevano e continuavano a risiedere in quella piccola comunità. Sopravvissero anche agli anni della Grande Depressione e fecero fronte all’ondata di modernizzazione e meccanizzazione del mondo intorno a loro. Se ne andarono in molti, ma aiutati dal Governo federale, si trasformarono in una Comunità afro-americana, un fatto raro. Per chi si interessa di foto-documentario segnalo un’artista, Dorothea Lange, grande fotografa e documentarista, con i suoi scatti ha reso visibile quel mondo, lasciandoci molte, bellissime, foto-documento

Durante tutti quegli anni le donne di Gee’s Bend Farms, avevano ormai adottato questo nome, che ricordava il passato sia di schiave che di donne liberate, avevano insegnato alle proprie figlie il Quilting. Anche se isolate culturalmente e geograficamente dalle altre comunità, avevano sviluppato delle tecniche particolari che erano tutte loro.  Si erano ricollegate al loro patrimonio di ricordi africani.

Crearono un loro stile che partiva dalle tradizioni di tessitura e ricamo, di cui proponevano i temi classici della loro storia di schiavi, coi colori e le figure. Riuscirono a conquistare uno stile proprio, moderno, essenziale nell’uso dei colori e un gusto particolare per la ricerca di geometrie. Quei quilt risultarono una sintesi perfetta, equilibrata, esemplare di alto livello artistico.

Per realizzarli, quelle donne usavano qualsiasi materiale potevano trovare: dai sacchi per il cibo ai vecchi abiti da lavoro. Nei momenti in cui si sentivano scoraggiate, per il duro lavoro dei campi, il canto, tramandato da padri in figlio, e gli esemplari unici dei loro Quilt, rappresentarono una consolazione alla durezza della vita

A metà degli anni ’90 del secolo scorso, il mondo esterno entrò finalmente in contatto con Gee’s Bend, scoprì la ricchezza e la bellezza dei loro Quilt e anche gli storici dell’arte cominciarono a darne notizia. Le coperte che una volta servivano a tenere al caldo famiglie anche con sedici figli, dentro le capanne di tronchi, ora stavano appesi dentro i più raffinati Musei, come opere d’arte. Quei prodotti tessili reputati senza valore adesso venivano venduti per migliaia di dollari. I critici erano rimasti attoniti e qualcuno li trovò ispirati e paragonabili ad opere di H. Matisse o  Paul Klee, artisti che quelle signore non conoscevano affatto. Si produsse tra le donne un nuovo senso di rispetto per se stesse. Quello che appariva straordinario, anche se la vita le aveva messe alla prova con molte sofferenze, dai loro lavori si capiva che queste donne non erano amareggiate. Dovunque andassero, lasciavano dietro di sé un’inesplicabile capacità di comunicare, ambasciatrici involontarie di amicizia e la loro unione basata sul lavoro comune, sia nella fatica nei campi che nel cucito e nel canto, era una dimostrazione per il mondo che la chiave della vera felicità sta nelle relazioni tra gli esseri umani, più che nelle cose materiali della vita.

Nel 1949 il territorio fu dotato di comodità, che lo resero raggiungibile, era finito l’isolamento: c’era un Ufficio Postale ma, il servizio di battello lungo il fiume, fu rimesso in funzione soltanto nel 2006. Nel 1960 la Comunità di Gee’s Bend diventò un’attrazione: collezionisti e appassionati dell’Art Folk, storici dell’arte afro-americana, accesero l’attenzione nei confronti di questi Quilt organizzando mostre che resero visibile il lungo lavoro di quelle donne. Nel 2003 più di cinquanta quilter fondarono il Collettivo “Gee’s Bend” .

Bisogna precisare che ciascun Quilt è un pezzo unico, realizzato individualmente, espressione di un’anima, di una storia, di una cultura. L’interesse per questi lavori ha permesso ai membri della Comunità di recarsi in visita in tutto il Paese, raccontando la loro storia e cantando i loro inni. Possiamo immaginare la commozione e l’interesse, almeno tra i democratici statunitensi (dico io).

I Quilt sono stati esposti al Museo di Belle Arti di Houston, a Indianapolis, a Philadelphia, al Tacoma e al Museo Witney specializzati in Arte americana. Il successo è stato unanime ci basti il giudizio  di Alvia Wardlaw, curatrice del Museo di Houston, che ha scritto: “La composizione di questi quilt contrasta drammaticamente con la regolarità ordinata dei quilt Euro-americani. In questi esiste una improvvisazione brillante che li avvicina alla migliore pittura astratta del 20mo secolo per potenza e invenzione, espressa in un’Arte tutta “tessile”.

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