Intervista con Ilaria Margutti

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Ilaria Margutti ritratta durante la performance relativa alla sua opera “Sühne”

Ilaria Margutti, artista e docente di storia dell’arte, vive e lavora a Sansepolcro. Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Firenze, ha esposto i suoi lavori in molte mostre in Italia e all’estero e ha collaborato con varie gallerie d’arte private.

Dal 2007, grazie anche all’incontro con la maestra di ricamo Rosalba Pepi, l’artista inizia ad inserire tale tecnica nei suoi dipinti ed è questo un momento fondamentale per il suo percorso artistico. Il ricamo le permetterà di esprimere pienamente la sua poetica.

Ilaria si è dedicata inoltre, a progetti per la diffusione dell’arte contemporanea ed ha curato“Incontri al Museo con l’Arte Contemporanea”, una rassegna di talk e mostre con artisti italiani, per un progetto in collaborazione con il Museo Civico di Sansepolcro.
Da alcuni anni, insieme a Laura Caruso, è responsabile dello spazio CASERMARCHEOLOGICA per l’Arte Contemporanea, un progetto legato al recupero e riutilizzo di Palazzo Muglioni, ex Caserma dei Carabinieri di Sansepolcro.

www.ilariamargutti.com

Esposizione per Abilmente Vicenza 2017

Esposizione per Abilmente Vicenza 2017

Ilaria perché la tua scelta di artista è rivolta proprio al tessile come medium espressivo?
Ci puoi raccontare qualcosa della tua storia di artista?

È una domanda alla quale ogni volta mi viene da rispondere in modo diverso, perché il tempo che scorre dentro la mia vita, trasforma costantemente il modo in cui mi guardo al passato e ciò che ritenevo importante, ora non lo è più. Nel corso degli anni mi sono arricchita di congiunture incredibili, che prima non avrei mai potuto immaginare di poter aggiungere alla mia storia.

Le dinamiche della vita hanno bisogno di tempo per essere comprese e a volte ne impiegano così tanto da suscitarmi sempre una grande meraviglia quando arriva il momento della (ri)scoperta, e mi stupisco ogni volta, quasi come una bambina.

All’ inizio ho seguito un sentimento che non avevo percezione di cosa fosse, sentivo che c’erano cose che volevo capire e imparare a conoscere; poi questo sentimento si è focalizzato in una identità, quella di sentirmi artista; oggi, a dire il vero non so più cosa significhi essere artista, mi sento solo di fare una cosa che amo, come quando ho iniziato, con la sola differenza che mi sento più consapevole della mia identità e non più quel germoglio informe e indeciso.

I miei studi sono sempre stati indirizzati a discipline artistiche e ho tessuto un vero e proprio corredo di cose che amo: insegno Storia dell’arte al Liceo Scientifico e mantengo viva la mia ricerca artistica, “cucendo” questi due “luoghi” dentro uno spazio che mette in relazione i miei studenti con il mondo dell’arte (Casermarcheologica).

Tra i tuoi lavori tessili, quale è quello che ti rappresenta di più e a cui ti senti più legata?

Le opere segnano le tappe della vita.

Ogni opera, o insieme di esse, è un punto di arrivo e di inizio, è una consapevolezza raggiunta che apre la strada ad altra ricerca.

Fino a un anno fa l’opera che mi rappresentava particolarmente è stata una tela che oggi non esiste più, perché ha subìto un grosso danno a causa dell’incuria di due operatori culturali che hanno permesso di farle prendere la muffa esponendola in un luogo insalubre.

Quell’opera ha preso un altro significato, ha dato altra forma al mio processo creativo e oggi sono altre le domande che mi pongo, ho già cambiato la mia direzione.

Pur sentendo ancora un dolore profondo per quella perdita (era una delle opere fondamentali per la struttura del mio percorso di allora), ho pensato che l’indagine sulla quale stavo lavorando, avesse bisogno di altro tempo per essere attraversata più profondamente.

“DuSang, de la Volupte et de la Mort” ricamo, merletto, acrilico e inchiostro su tela, 200×90,2017, copyright Ilaria Margutti

“DuSang, de la Volupte et de la Mort”, dettaglio, 200×90,2017, copyright Ilaria Margutti

“DuSang, de la Volupte et de la Mort”, dettaglio, 200×90,2017, copyright Ilaria Margutti

“DuSang, de la Volupte et de la Mort”, dettaglio, 200×90,2017, copyright Ilaria Margutti

Ci puoi parlare della serie Recto/Verso? Cosa rappresenta per te il retro della tela?

Quanto è affascinante il retro della tela?

È quella parte del lavoro che non posso dominare, perché si crea sulla scia di ciò che razionalmente vado ad eseguire.

Quello che accade dietro è un’altra storia, un’altra mappa che disegna territori inaspettati!

La mia esigenza è nata nel voler cercare di dare vita a ciò che c’è di più invisibile intorno a noi. Ancora più invisibile, oltremodo impensabile, perché di solito ciò che è dietro la tela, si tende a nasconderlo.

Invece è nell’ errore, nell’ imperfezione che si nascondono i luoghi più fertili della creazione e in questo mi sono venute in aiuto anche le teorie della fisica.

(penso appunto al libro di Guido Tonelli “La nascita imperfetta delle cose”)

C’è una citazione che amo usare in questo frangente, la scrive il fisico John David Brown sul suo libro “Le teorie del Tutto”.

“La natura è un bellissimo arazzo, del quale noi possiamo vedere solo il retro e, osservandone i fili lenti, proviamo a cercare di capire il disegno che sta davanti”.

“Recto/Verso”, copyright Ilaria Margutti

“Recto/Verso”, dettaglio, copyright Ilaria Margutti

“Recto/Verso”, copyright Ilaria Margutti

“Recto/Verso”, copyright Ilaria Margutti

“Recto/Verso”, copyright Ilaria Margutti

“Recto/Verso”, dettaglio, copyright Ilaria Margutti

Secondo te, è più importante la tecnica o l’idea? Cosa pensi che determini il successo di un’opera?

Penso che il successo di un’opera sia legato esclusivamente a quello che l’artista ritiene di aver raggiunto con l’opera stessa e non da quello che il pubblico riconosce in essa.

Credo che ci sia solo un modo per definire se un’opera sia buona o mediocre e questo certamente è insito a come l’artista ha saputo indagare l’argomento e a che profondità è riuscito a penetrarlo, a quanto si è sporcato le mani, a quanto si è trasformato e messo in gioco nell’addentrarsi nell’ignoto che ha scelto di attraversare.

Questo è riconoscibile da tutti, indipendentemente dai propri gusti personali: se un’opera è vera, ci trasforma.

Riguardo invece alla prima parte della tua domanda, che richiederebbe una riflessione molto più complessa, sarei più propensa a dire che l’idea non esiste, ma esiste un percorso, un viaggio di conoscenza, un’esperienza, un sintomo vitale di esplorazione, di indagine per espandere i propri confini.

Non credo che esista una direzione sbagliata o più giusta di altre, credo solo che la tecnica sia uno strumento che si affina per dar modo alla nostra indagine di arrivare nelle più remote profondità del viaggio.

Improvvisazione, casualità, sperimentazione, studio, regole, progettazione. Quale, tra questi aspetti ha un ruolo irrinunciabile o prevalente, nel processo di nascita di una tua opera?

Mi serve tutto.

Sicuramente parto da una esigenza di indagine, da una domanda che diventa un progetto per  dare ordine ai pensieri, poi passo alla sperimentazione che è alla base, perché sperimentando si sbaglia e si scopre.

La casualità quindi è una componente della sperimentazione, ma poi diventa la forma del pensiero.

Sembrerebbe una ricetta, o forse lo è, poi ognuno aggiunge gli ingredienti che preferisce e che sperimentando, sceglie.

Nei tuoi lavori usi il colore con una certa parsimonia”. Ci puoi spiegare le motivazioni di questa tua scelta?

Si si, ho il terrore che le mie opere diventino degli arcobaleni.

Non ho nulla contro gli arcobaleni, figuriamoci.

Quando dipingevo, prima di dedicarmi al ricamo, i miei quadri erano molto espressivi e il colore e la materia pittorica, prevalevano su tutto.

Ora ho bisogno di pulizia, di invisibile, di trascendente. È come se volessi pulirmi gli occhi da tutta questa “sporcizia” visiva che nell’epoca dei social ci sta inquinando lo sguardo, ci sta comprimendo e paralizzando… Spesso sono tentata di ricamare solo bianco su bianco, o di usare i toni chiari del naturale… ma mi rendo conto che sono ancora molto legata alla figura, alle forme sinuose e morbide delle ramificazioni che si espandono oltre il confine del corpo, al sangue come elemento del flusso della vita …

Fioritura estrema (trasformare)”, 2018, copyright Ilaria Margutti

Fioritura estrema (trasformare)”, 2018, copyright Ilaria Margutti

Che significato ha per te il gesto del ricamare”che credo abbia un ruolo essenziale nelle tue opere, non solo in quanto tecnica di elezione, ma proprio per il concetto a cui rimanda?

Come ho accennato prima, la mia formazione viene dalla pittura, che fino al 2007 ho pensato fosse la mia direzione primaria e il mio mezzo di indagine.

Poi è accaduto un incontro con una maestra di ricamo che mi ha permesso di cambiare il mio punto di vista e ribaltare tutte le mie convinzioni.

Ho ricominciato daccapo e ho imparato a ricamare, ma solo quanto basta per non essere una esperta del punto croce, piuttosto da permettermi di stravolgere i punti tradizionali e creare una mia cifra stilistica che fosse in sintonia con il mio viaggio di conoscenza (*mi riallaccio al discorso sulla tecnica che ho fatto più su).

Il ricamo mi ha fatto scoprire una dimensione nuova dell’atto creativo e questa scoperta ha influenzato il percorso, deviandolo verso altre direzioni.

Il tempo, il ritmo, la narrazione, il respiro, il rito.

Tutto questo si ricongiunge nel silenzio del filo che scorre tra dita e tessuto. È una rappacificazione che toglie un velo dagli occhi e poi un altro e un altro ancora, mano mano che eseguo e che concludo un’opera, tante opere.

L’esigenza di ritrovare questa dimensione, mi spinge a continuare a pormi domande che creano altre direzioni nel mio “operare”. Maria Lai, artista che amo da sempre, dice una cosa bellissima:

L’arte non dà risposte, ma indica direzioni.

Ecco quell’eterna voglia di ritrovarsi sospese tra terra e cielo, tra ritmo e tempo, tra mito e storia, in quel labirinto dal quale Teseo è uscito, lasciando Arianna sulle coste dell’isola di Nasso, innamorata e sola.

Quel vuoto denso che si costruisce lentamente, nel silenzio e nel dolore, che si intreccia e si dipana in ogni direzione pur di generare la vita. Qui dentro mi perdo e mi ritrovo ogni volta che mi siedo davanti al mio telaio e resto immobile per ore a ricamare.

“Ipotesi del Continuo”, ricamo a mano con filo di seta ed elementi naturali, copyright Ilaria Margutti

“Ipotesi del Continuo”, ricamo a mano con filo di seta ed elementi naturali, copyright Ilaria Margutti

Ilaria, quale è lo scopo del tuo lavoro? Mi spiego meglio. Qual’ è il messaggio, il concetto o il contenuto particolare che veicoli attraverso le tue opere, i materiali che usi e i soggetti che scegli?

La vita, il senso della bellezza, l’invisibile.

Il messaggio è il processo di indagine che lancio a me stessa, che qualcuno coglie e qualcun altro no.

E’ importante, a tuo parere, che lo spettatore comprenda i significati che l’artista vuole trasmettere con le sue opere? Ti interessa di più “essere capita” come artista o sei interessata anche a scoprire quali sono i contenuti dell’esperienza (assolutamente personale) che il tuo pubblico fa davanti ad una tua opera d’arte (magari distanziandosi anche molto dal tuo messaggio)?

Questa è una domanda delicata, ma cerco di rispondere sperando di non essere fraintesa.

L’opera è il prodotto finale di un’indagine che l’artista compie esplorando dentro a una sua esigenza, quello che accade prima è un processo di consapevolezza e di sperimentazione che il pubblico non vede, è l’invisibile che si nasconde dietro a un lavoro intenso che non può essere spiegato se non vivendolo in prima persona.

Se chi guarda un’opera fa lo sforzo di non fermarsi alla superficie dell’immagine, ma di mettersi in ascolto, allora riconoscerà qualcosa che dell’opera gli appartiene, qualcosa che appartiene all’artista e magari vedrà cose che l’artista stesso non aveva pensato, ma questo dipende dall’esperienza personale di ognuno di noi.

Più i nostri occhi sono “ricchi”, più sono abituati a indagare e più saranno in grado di leggere i codici invisibili che si nascondono dietro l’opera.

Se questo non avviene, allora accade che l’opera possa venire fraintesa, modellata ad altro e ovviamente snaturata.

Di sicuro l’artista non può impedire che chi guarda il suo lavoro, ci appenda cose che egli non abbia voluto innescare, ma esiste un modo di guardare e di ascoltare.

In questa epoca di post verità, fake news, e risposte compulsive e dispregiative che ogni giorno si gettano nei social network, siamo sicuri di essere abbastanza allenati all’ascolto, allo sguardo e alla dimensione del silenzio?

Io credo di no, o non abbastanza, perché è faticoso, più faticoso di come qualsiasi racconto ce lo potrà mai narrare.

Fioritura estrema II”, ricamo a mano e merletto 120x90cm, 2018, copyright Ilaria Margutti

Fioritura estrema II”, detail, ricamo a mano e merletto 120x90cm, 2018, copyright Ilaria Margutti

Fioritura estrema II”, retro, ricamo a mano e merletto 120x90cm, 2018, copyright Ilaria Margutti

Fioritura estrema II”, detail, ricamo a mano e merletto 120x90cm, 2018, copyright Ilaria Margutti

Ci puoi parlare del progetto Casermarcheologica”? Come nasce e come si sta sviluppando?

Questa è una storia che vivo come una delle mie tessiture, ma sta avvenendo dentro un luogo che è fatto di persone, di relazioni, di amicizie, di Arte e di territorio.

CasermArcheologica ed è un processo di rigenerazione urbana che è iniziato nel 2013.

È un luogo abbandonato nel mezzo del centro storico di Sansepolcro accanto al Museo Civico nel quale è conservata la Resurrezione di Piero della Francesca, un palazzo cinquecentesco appartenuto a una nobile famiglia biturgense, ora del tutto scomparsa.

Assieme ad alcuni miei studenti dell’epoca, passammo le vacanze di Pasqua a ripulire le sale del palazzo dalla polvere e dalle macerie.

Da quel momento non sono più riuscita ad abbandonare quel palazzo e, nel 2016, grazie al contributo professionale della mia collega e amica Laura Caruso, abbiamo vintoil Bando Culturability, finanziato dalla Fondazione Unipolis, che ci ha permesso di continuare a portare avanti questa bella energia che si era sviluppata spontaneamente, dal basso, dai cittadini, dalle persone e dai miei giovani studenti.

Oggi Casermarcheologica è:

  • il primo spazio espositivo e laboratoriale in Valtiberina dedicato ai linguaggi delle arti contemporanee, attraverso percorsi di co-creazione condivisi con gli artisti, i ragazzi e i professionisti culturali del territorio, in continuo scambio con la cittadinanza.
  • Un co-working, dedicato a giovani professionisti che possono avere un luogo di lavoro in un contesto di collaborazione e sostegno progettuale.
  • Formazione, continuativa e permanete, per immettere nuove competenze e per favorire un proficuo scambio di saperi.

In questo contesto, Casermarcheologica è stata selezionata tra le varie realtà di rigenerazione delle aree interne degli Appennini da Mario Cucinella, all’interno di Arcipelago Italia, per la sedicesima Biennale di architettura di Venezia nel Padiglione Italia. Un traguardo importantissimo per noi, perché ci indica che la direzione che abbiamo intrapreso, è quella giusta.

A me piace pensare che questo progetto sia molto affine al mio lavoro di artista tessile, perché anche Caserma è tenuta assieme da un filo che si intreccia con il tempo, la vita, le persone e la narrazione.

www.casermarcheologica.it

Ci puoi parlare della tua serie Il filo dell’Imperfetto”? Si trattadi opere di circa dieci anni fa. Come è cambiato il tuo lavoro da allora ad oggi?

L’imperfezione è ciò che ci rende unici, esclusivi e soprattutto ci permette di riflettere su di noi, partendo proprio da quel punto di rottura che ci rende imperfetti.

In quella serie ho rammendato metaforicamente delle ferite di altre persone.

Ho incontrato, parlato e condiviso un dolore con i soggetti che ho ritratto in questa serie e attraverso la loro esperienza, abbiamo compiuto assieme un percorso di guarigione.

Le cicatrici sono dunque diventate dei merletti, dei rammendi preziosi che si dipanano sulla pelle/tela e si mostrano senza paura allo sguardo dello spettatore.

Il filo ci rammenta che il dolore si può trasformare e che la bellezza si nasconde dentro un processo complesso e invisibile di attraversamento vissuto profondamente, fino in fondo.

Il filo rammenda e insegna l’attesa.

Non è semplice mettersi in ascolto e farsi attraversare dal dolore degli altri, ricordo che dopo le interviste avevo bisogno di tempo di decompressione perché alcune storie erano davvero molto forti, però quando ho iniziato a ricamare quelle ferite, sentivo che anche io mi stavo trasformando, mi stavo immedesimando e allo stesso tempo mi distaccavo per non farmi schiacciare da tutta quella responsabilità di sentirmi custode di un dolore altrui.

Quando mi dicono che le mie opere sono dolorose e angoscianti, rispondo che non parlano di dolore, ma di guarigione e se uno ci vede del dolore, significa che deve lui stesso guarire da qualcosa che non ha saputo superare fino in fondo.

Oggi il mio lavoro sta seguendo un’altra direzione cerco di lasciare sempre più spazio all’invisibile.

Per questo mi interessa il retro della tela, la scrittura, a volte la performance e sto eliminando sempre di più il colore.

“Matilde’sMend”, 110×90, 2009, copyright Ilaria Margutti

“Matilde’sMend”, dettaglio, 110×90, 2009, copyright Ilaria Margutti

“Matilde’sMend”, dettaglio, 110×90, 2009, copyright Ilaria Margutti

“Matilde’sMend”, dettaglio, 110×90, 2009, copyright Ilaria Margutti

Il filo dell’imperfetto”,Wannabee Gallery, 2009, copyright Ilaria Margutti

Il filo dell’imperfetto”,Wannabee Gallery, 2009, copyright Ilaria Margutti

A cosa stai lavorando in questo periodo?

L’ultimo lavoro che ho realizzato, si intitola “Sühne” per la mostra “Segrete, tracce di Memoria” a cura di Virginia Monteverde presso le prigioni di Palazzo Ducale di Genova, nel quale ho ricamato a mano 250 cm di scrittura su un lenzuolo antico.

Il ricamo che ho realizzato è in parte l’esito di una performance che ho tenuto a Casermarcheologica per tre settimane consecutive, in cui ogni giorno mi recavo per circa tre ore per ricamare brani di diari di persone a me care.

Alla fine delle tre settimane avevo ricamato 150 cm di stoffa, praticamente circa 10 cm al giorno.

Ho voluto dedicare questa opera a EttyHillesum, la quale nei due anni precedenti al trasferimento al campo di concentramento di Auschwitz, è riuscita a scrivere un diario di una bellezza profondamente intensa.

È un diario nel quale Etty, riesce a narrarsi per non lasciare che le venga tolta anche la sua parte più umana, intima e profonda, ogni giorno sempre più annullata dalla devastazione di ciò che viveva nella reclusione da deportata.

Un inno alla vita, che ci insegna quanto sia importante difendere l’invisibile delle cose che sono in noi.

Per approfondire: https://www.ilariamargutti.com/works/suhne/

“Sühne”, 250 cm di scrittura ricamata su lenzuolo antico, 2019, copyright Ilaria Margutti

L’artista ritratta durante la performance relativa alla sua opera Shune

“Sühne”, 250 cm di scrittura ricamata su lenzuolo antico, 2019, copyright Ilaria Margutti

“Sühne”, 250 cm di scrittura ricamata su lenzuolo antico, 2019, copyright Ilaria Margutti

Galleria immagini

FOTO 1: “Maria’sMend II”, 100×100, 2009,copyright Ilaria Margutti

FOTO 2: “Maria’sMend II”,100×100, 2009,copyright Ilaria Margutti

FOTO 3: “Maria’sMend”, dettaglio, 100×100, 2009,copyright Ilaria Margutti

FOTO 4:  Sühne”, 250cm di scrittura ricamata su lenzuolo antico, 2019, copyright Ilaria Margutti

FOTO 5: L’artista ritratta durante la performance relativa alla sua opera “Sühne”

FOTO 6: Fioritura estrema (trasformare)”, 2018,copyright Ilaria Margutti

FOTO 7: Fioritura estrema (trasformare)”, dettaglio,2018, copyright Ilaria Margutti

FOTO 8: “Sühne”, opera in esposizione alla Mostra ContemporaneAdi Biella, 2018

FOTO 9: “Sühne”, opera in esposizione alla Mostra ContemporaneAdi Biella, 2018

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