Un viaggio tra città reali e immaginarie nelle opere di Eszter Bornemisza

“Waste Borough”, 280x150x15 cm, 2019, copyright EszterBornemisza

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traduzione a cura di Chiara Cordoni

Eszter Bornemisza è un’artista tessile che vive a Budapest, Ungheria e lavora con materiali di recupero, carta riciclata e tessuti che modifica con l’aggiunta di stampe, tinture e pitture. Ha iniziato il suo percorso nel settore della fiber art a metà degli anni Novanta ed oggi crea elaborati arazzi e installazioni trasparenti che rappresentano intricati labirinti e mappe stratificate di luoghi interiori, metafora del viaggio compiuto dall’artista alla ricerca della propria identità nel campo dell’arte.

Le opere di Eszter Bornemisza sono state esposte in numerose mostre internazionali collettive e personali ed hanno ricevuto prestigiosi riconoscimenti.

Di seguito il link al sito web dell’artista:

https://bornemisza.com/

Eszter, puoi raccontarci la tua storia di artista tessile, come hai cominciato e perché hai scelto il medium tessile?

Ho studiato matematica e sono diventata una ricercatrice nel campo della sociologia, poi ho conseguito un dottorato in Statistica. Ma il cucito è sempre stato una delle mie attività preferite nel tempo libero. Ho imparato ad usare la macchina da cucire da adolescente come autodidatta, modificando gli abiti di mia nonna per poterli indossare.

Ho cucito di tutto, dalle scarpe di cuoio ai soprabiti e persino abiti per la mia famiglia, e tessuto giacche. Dato che avevo molti avanzi di tessuto, li cucivo insieme, e qualcuno diceva che assomigliavano a quilt.

Nel 1996 ho avuto la possibilità di visitare il Quilt Expo a Lione, in Francia. Per la prima volta vedevo quilt artistici, e ho pensato che sembravano quadri moderni fatti con i tessuti. Sono sempre stata appassionata di arte contemporanea, ma non avevo mai pensato di dipingere. Ecco che vedevo uniti i miei due interessi distinti: l’arte tessile e l’arte moderna. Mi è stato subito chiaro che questo era quello che dovevo fare! Sono stata talmente audace da decidere che una mia opera sarebbe stata esposta al prossimo Expo. E ci sono riuscita. Ma prima di ciò, nel 1997 ho presentato un’opera al primo Campionato Europeo del quilt, in Olanda, e ho vinto il primo premio. E’ stata per me la spinta decisiva. Ho anche ricevuto un forte sostegno dalla mia famiglia, soprattutto da mio marito, quindi dopo aver esitato per qualche anno ho abbandonato la matematica e mi sono dedicata a questo lavoro a tempo pieno.

Net-Work II”, 80×120 cm, 2011, copyright Eszter Bornemisza

Forbidden City”, 113×165 cm, 2012, copyright Eszter Bornemisza

Nel percorso che hai intrapreso per diventare un’artista tessile, c’è stato un evento o una persona fondamentale per la tua crescita professionale?

C’è stata una pittrice Ungherese di nome Lili Orszag, il suo lavoro è stato di grande impatto per il mio, soprattutto all’inizio. E’ morta qualche anno fa prima che iniziassi la mia carriera nell’arte tessile, ma i suoi quadri, suggestivi e al tempo stesso enigmatici, mi sono rimasti molto impressi. Condivido il suo amore per i tratti astratti e frammentati, e uso spesso quei frammenti per cogliere l’esperienza di stare in equilibrio fra l’ipotesi e la comprensione.

City And Moon”, 150×50, 2015, copyright Eszter Bornemisza

Quanto è importante sperimentare con diverse tecniche e materiali nel tuo lavoro e che tipo di ricerca e progettazione fai quando inizi una nuova opera?

La sperimentazione e la ricerca sono la base da cui parto quando inizio una nuova opera. Trovare nuovi materiali e nuove tecniche, combinarle con metodi utilizzati in precedenza sono pane quotidiano per me. Per quanto riguarda il tema su cui intendo lavorare, cerco fra le mie foto personali e ricerco immagini sui libri o in rete. 

Spesso utilizzi tessuti riciclati e fogli di giornale nei tuoi lavori. Perché questa scelta e che ruolo svolgono tali materiali?

Riutilizzo i tessuti perché ne ho una grande quantità fra cui scegliere, dato che ne ho ereditati tanti dalla mia famiglia e tanti mi sono stati regalati da amici. Mi piace conoscere la storia di ogni pezzo, anche se non si inserisce perfettamente nel progetto. Mi sento anche più vicina ai temi ambientalisti quando riciclo i materiali. La scelta della carta da giornale come secondo materiale di base svolge un ruolo centrale nelle mie opere più recenti per il carattere effimero dell’esperienza visiva. E’ fragile, il suo contenuto è a volte obsoleto quando fa la sua comparsa, ma al contempo porta con sé frammenti di dettagli importanti della storia recente. Rappresenta anche l’opprimente valanga di notizie false e importanti che dobbiamo vagliare ogni giorno.

Zikkurat”, 20x20x20 cm, 2011, copyright Eszter Bornemisza

C’è un gruppo di opere, fra i tuoi lavori, o un lavoro in particolare che ti rappresenta di più e al quale sei particolarmente legata? E c’è invece fra le tante opere d’arte che hai creato negli anni, un lavoro in cui non ti riconosci e che senti lontano dal tuo stile artistico attuale?

Mi piacciono alcuni pezzi in cui sento che la forma e l’espressione hanno creato per caso una buona sinergia, come Lung of the City, Requiem, March, You Are Here, o Waste-Borough. Ovviamente ve ne sono alcuni fra i miei lavori più vecchi a cui non mi sento più particolarmente legata, sono in magazzino in attesa di essere riciclati: per essere tagliati per un nuovo lavoro e riassemblati con nuovi pezzetti, ridipinti o rimodellati.

Eszter, qual è il rapporto fra rappresentazione astratta e figurativa nel tuo lavoro?

Da abitante di città il tema del mio lavoro ruota intorno alle idee che rispecchiano la vita urbana. Con le superfici stratificate delle mappe reali e immaginarie mi sforzo di cogliere l’attimo in cui troviamo il nostro posto sia fisicamente che mentalmente. Sia con il lavoro figurativo che con quello astratto mi impegno a raffigurare la città soggettiva: tutti noi abbiamo o ci creiamo una personale idea intima di città con i nostri modelli di movimento, modelli che derivano da dove abitiamo e lavoriamo. Cerco di richiamare l’attenzione su questa stratificazione individuale della memoria e dell’esperienza dato che è posizionata in un contesto urbano più ampio.

Le tue opere sono ricche di strati di materiali e tessuti che lasciano spazio ad aperture e trasparenze. In questo modo il lavoro proietta ombre suggestive sui muri. Qual è il ruolo delle ombre e delle trasparenze nelle tue opere d’arte?

La fragile trasparenza evidenzia il carattere effimero di quello che faccio e le ombre dietro all’opera aggiungono un ulteriore strato temporaneo di complessità.

Zoom”, 300x90x80, 2016, copyright Eszter Bornemisza

Zoom” detail, 300x90x80, 2016, copyright Eszter Bornemisza

Connections”, 180×50 cm, 2014, copyright Eszter Bornemisza

Mappe, labirinti urbani e strade infinite che si intersecano sono la tua firma stilistica, il tema intorno a cui ruota il tuo lavoro. Puoi dirci cosa rappresentano per te e che significati hanno?

Il tema del mio lavoro ruota intorno ad idee che rispecchiano il nostro rapporto con la vita urbana. Con le superfici stratificate delle mappe reali e immaginarie mi sforzo di cogliere l’attimo in cui troviamo il nostro posto sia fisicamente che mentalmente. Proprio come la ricerca e la sperimentazione sono stati strumenti principali nello sviluppare le idee, i labirinti, come le mappe con molte strade senza uscita, sono state una metafora visiva per un viaggio alla ricerca della mia identità nel campo dell’arte.

“Next Page”, 200×90 cm, 2014, copyright Eszter Bornemisza

Next Page-detail”, 200×90 cm, 2014, copyright Eszter Bornemisza

Puoi parlarci della tua opera Waste-Borough?

Per molte generazioni non abbiamo fatto altro che accumulare beni. Capi di abbigliamento pregiati vengono scaricati sulle nuove generazioni che già hanno armadi strabordanti. Bloccati in una routine di consumo insensato continuiamo a creare rifiuti. L’opera ci ricorda la nostra responsabilità di tutelare l’ambiente bloccando questo ciclo.

Waste Borough”, 280x150x15 cm, 2019, copyright Eszter Bornemisza

Waste Borough” detail, 280x150x15 cm, 2019, copyright Eszter Bornemisza

 

City Skins è un lavoro suggestivo ed evocativo la cui forma richiama quella di un vestito/kimono. Questa scelta ha un significato particolare?

I vestiti che indossiamo sono considerati il nostro guscio esteriore, e il posto in cui viviamo è per me  uno strato ancora più esterno. La città protegge, ci abbraccia con il suo calore, ma a volte fa male e ci macchia con il suo essere ruvida. Traggo inspirazione dall’apparenza grafica delle mappe urbane – nel caso di parti di mappe della mia città, Budapest.Considero la rete stradale di una città come uno scheletro – la base di caratteristiche che contribuiscono ad unire le persone o a dividere le comunità, un’impronta dei tempi, come la società utilizza o abusa del posto in cui vive. 

“City Skins”, 250x110x40 cm, 2015, copyright Eszter Bornemisza

“City Skins” detail, 250x110x40 cm, 2015, copyright Eszter Bornemisza

Puoi anticiparci qualcosa del tuo libro “Urban Textures”?

Il libro è un’illustrazione del mio lavoro degli ultimi 8 anni. Raggruppati in temi vi sono immagini di pannelli da parete, installazioni e oggetti con alcuni commenti personali o citati da altri articoli. Sono 180 pagine piene di immagini dettagliate di più di 70 opere.

Su cosa stai lavorando al momento? Ci vuoi parlare dei tuoi progetti di arte tessile attuali?

A volte mi piace lavorare su oggetti di carta come Quo Vadis?. Al momento sto lavorando ad un nuovo oggetto partendo da un pezzo di gesso che avevo sul braccio lo scorso anno. Ho coperto i gusci con cartapesta fatta da me e ora mi sto divertendo a posizionarli e assemblarli.

“Quo Vadis?”, copyright Eszter Bornemisza

“Quo Vadis?”detail, copyright Eszter Bornemisza

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