• Mar. Lug 5th, 2022

CHARPENTES ÉPANOUIES

English (Inglese)

*Foto in evidenza: Marion Baruch, Ultramobile I, 2018 Tissu

MARION BARUCH, ELVIRE BONDUELLE, CÉCILE BOUFFARD, SANDRA LORENZI

Maison des Arts de Grand Quevilly
Allée des Arcades
76120 Grand Quevilly

12 maggio – 30 luglio 2022

Lunedì-sabato, ore 14-18, mattina su appuntamento
Info 02.32.11.09.78
maisondesarts@grandquevilly.fr

Marion Baruch, La charpente épanouie, 2019 Coton élastique double face

Il telaio designa la struttura – storicamente in legno, più recentemente in metallo poi in cemento – che permette di sostenere la copertura per formare il tetto di una costruzione, di un edificio, di un’abitazione. Spesso costituito da un complesso assemblaggio di elementi, la struttura viene anche utilizzata per designare lo scheletro umano, che i muscoli e i nervi coprono. La pelle, il guscio della struttura del corpo, è l’immagine dei muri e delle pareti di un edificio.

Per la sua natura strutturale, di norma invisibile, il telaio è anche ciò che determina la forma del tetto, ciò che copre le nostre teste e ripara i nostri corpi dalle intemperie. Aiuta anche a delimitare lo spazio interno dello spazio esterno.

Charpentes épanouies è una mostra che riunisce opere di Marion Baruch, Elvire Bonduelle, Cécile Bouffard e Sandra Lorenzi intorno alla nozione di spazio, sia privato che pubblico. Decentrando lo sguardo per sperimentare altri punti di vista che producono nuove prospettive, le opere raccolte appaiono come percorsi per riconsiderare il modo in cui progettiamo gli spazi, quelli che abitiamo e costruiamo in particolare, ma anche i codici ad essi correlati.

Marion Baruch, Kschh !, 2018 Coton

Elvire Bonduelle, attraverso una pratica gioiosa, visionaria e ironica, si concentra, tra l’altro, sulle forme e le apparenze degli habitat che scopre viaggiando in città conosciute e sconosciute. Nelle sue opere plastiche e poetiche, Sandra Lorenzi indaga e confronta le nostre culture dei mistici tradizionali e contemporanei, sperimentando con entusiasmo le immagini, le idee e le storie che compongono il mondo di oggi.

Per quanto riguarda Marion Baruch, da più di 50 anni sviluppa una ricerca al femminile dove la questione dello spazio, tanto privato quanto pubblico, personale quanto politico, non ha smesso di attraversare le sue opere.  La costruzione della sua casa in Italia nei primi anni ‘60 a cui partecipa sia per la progettazione, sia per il monitoraggio del sito, le permette di fare l’esperienza concreta dello spazio in tre dimensioni. Episodio fondante, l’artista non smetterà mai di esplorare attraverso un’opera proteiforme e plurale la questione dello spazio. Realizzata nel 1969, la serie “Abito-conteninore” – letteralmente in italiano “contenente ciò che abito” – costituisce un’attuazione pratica di questa esperienza, includendo sia il corpo che i suoi movimenti nelle dinamiche del lavoro. Abito-casula che avvolge un individuo dalla testa ai piedi, questo progetto di design radicale, pensato come un habitat piuttosto che un indumento, sonda il luogo del corpo, quello femminile in particolare, nello spazio pubblico e nelle sue interazioni con gli altri. Contemporanea all’emancipazione sessuale, quest’opera di Marion Baruch mette in discussione la realtà di questa liberazione, ricordando come la società patriarcale non sia pronta a rinunciare al controllo dei corpi delle donne.

Marion Baruch, De l’espace du canapé, 2019 Fibre synthétique

Le opere in mostra appartengono alla serie iniziata dall’artista nei primi anni 2010. Raccogliendo gli scarti di tessuto gettati via dall’industria del prêt-à-porter dopo aver tagliato le forme necessarie alla fabbricazione degli abiti, in un gesto minimalista e concettuale, l’artista rivela lo spazio in un gioco di positivo-negativo.  Veri ready-made reinventati, questi pezzi di tessuto (cotoni, fibre sintetiche, tessuti stretch, ecc.), con trame plurali, si caratterizzano per la loro fluidità oltre che per una certa fragilità. A volte trattenendo solo reti sottili di tessuto, questi frammenti tessili disegnano sulla parete o nello spazio, a seconda delle scelte installative e dei gesti che le definiscono, come scheletri flessibili che suggeriscono piani architettonici, ponti sospesi, sagome, ornamenti, ecc. Di fronte a queste suggestive forme astratte, lo sguardo continua ad oscillare tra la percezione del pieno e quello dei vuoti.

Cécile Bouffard, You look like rain, 2022 Technique mixte (bois, peinture, tissu, métal), 20 x 22 x 17 cm

Infine, Cécile Bouffard per cui l’abilità è diventata un modo di essere intensamente sensibile ai materiali e ai processi della loro trasformazione. I diversi trattamenti dei materiali, i metodi di assemblaggio, l’invenzione di nuove forme di aggregazione dei materiali tra di loro creano opere dalla definizione incerta e dal significato fluido, seducenti per la loro ambiguità tra familiarità e estraneità, che evocano gesti lenti e morbidi, e che si dispiegano in una tensione tra l’attrazione verso il suolo e la spinta verso la sospensione nello spazio. Lavori che suggeriscono un desiderio di emancipazione della scultura dal terreno e che attraverso l’inserimento tessile vestono gli spazi di complicità con le opere di Marion Baruch.

La mostra diventa un margine di sperimentazione dove esplorare altre modalità di relazione in cui le opere si connettono e dialogano tra loro.

L’ambizione di Charpentes épanouies è quindi quella di fare con lo spazio tanto quanto di fare spazio, soprattutto combinato con il femminile, e di indagare forme rinnovate di relazioni, discussioni e reciprocità.

Cécile Bouffard, Ma lambina, 2022