I PIONIERI

CRISTIANO BIANCHIN

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Questa rubrica presenterà due volte al mese una figura storica della Fiber Art Italiana, presente nel libro di Renata Pompas.

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*Foto in evidenza: Silenzio (1999-2000). Cristiano Bianchin


Cristiano Bianchin nasce a Venezia nel 1963, dove si laurea in pittura all’Accademia di Belle Arti con Emilio Vedova. Si aggiudica per due volte la borsa di studio quinquennale per giovani artisti veneziani patrocinata dalla “Fondazione Bevilacqua La Masa”, presso cui tiene la sua prima mostra personale nel 1987. Nel suo percorso artistico alterna la produzione grafica, pittorica e tessile a quella del vetro. 

Cristiano Bianchin è un artista raffinato e complesso, che si esprime con il disegno, il vetro e la tessilità, spesso unendo le diverse tecniche. È durante il liceo che impara a lavorare a maglia con ruvidi filati di canapa, come un lento mantra in cui i punti si ripetono uno dopo l’altro nel silenzio assoluto e meditativo, con cui, verso la fine degli anni Ottanta, realizza una serie di opere, lavorando la fibra grezza con lunghi aghi di acciaio: l’alternanza dei punti diritto e rovescio disegna le superfici e la successiva distensione a tamburo le rende compatte. I suoi soggetti sono riflessioni sul corpo, la carnalità, il dolore e la morte, inseriti in una percezione di tempo sospeso e immobile. Le forme assumono l’aspetto dei simboli religiosi del trapasso e della sofferenza: piccole croci, minuscoli sacelli, sudari, corpi anonimi e spenti, svuotati dalla vitalità, privi di personalità e di colore, collocati al centro di teatrini, a rappresentare gelidi riti di morte. Come in: Piccolo sacello (1988) in cui un corpo di stucco nero è deposto su un lenzuolo di canapa in attesa della sepoltura e in Simulacro, dello stesso anno, dove un corpo nero è contenuto in un’urna di canapa.

L’interesse per la cultura paleocristiana e per i suoi simboli è alla base di una serie di installazioni che hanno per soggetto la croce greca, realizzata a maglia con canapa rossa, imbottita a cuscino e illuminata da piccole gocce di vetro verde con foglia d’argento. Croci che sono poi disposte al centro di un’architettura romanica, relazionandosi con lo spazio che le contiene e creando un percorso visivo, simbolico e concettuale. Negli anni Novanta i lavori si ingrandiscono e assumono l’aspetto di grandi pannelli, animati da impercettibili e arcaiche presenze, in: Veglia (1991) riproduce il bassorilievo di San Simeone della chiesa veneziana omonima, realizzandolo con una maglia in filato grezzo di canapa tirata a tamburo, con cui ottiene un esito di sorprendente perfezione nella grana della superficie. In: Lare (1993) la canapa modella la divinità romana benedicente, il cui sguardo fisso e inquietante è acceso da globi vitrei applicati come occhi. Sedia (1993) invece è una poltroncina lignea con seduta in canapa rossa, su cui affiora una croce rigonfia.

CRISTIANO BIANCHIN-Pluie-Anatomique

Nel 1995 sviluppa il tema inquietante dell’ombra, materializzata in figure svuotate che segnano il trapasso tra il corpo vivo e il suo simulacro. Come in: Prenditempo 1 e in Prenditempo 2 che sembrano pellicole di corpi, sagome inerti deformate dall’afflosciarsi della maglia, impronte della sofferenza e della perdita, raffreddate nel dolore. Spiega l’artista che: “rappresentano il tormento di non poter afferrare ciò che sta vicino: l’ombra, che è un’immagine che ci sorveglia, che cambia posizione, che si guarda ma non si tocca e non si può catturare, fa pensare alla morte. Una morte come totale niente, in cui l‘ombra segna il trapasso tra il corpo e il nulla”. In Braccia (1995) Bianchin intesse la pelle di lunghe braccia svuotate dalla carne, come involucri di un corpo abbandonato e dice: “Le mani che tessono e al contempo sono tessute, sono come le armature svuotate che vedevo da bambino e che mi incutevano paura, senza che ci fosse alcun guerriero in esse (…). È qualcosa che ha a che fare con il mio senso dell’anima, un’anima svuotata“.

CRISTIANO BIANCHIN-Perditempo-Braccia-1995

Preziosa la serie dei Nidi in cui avvolge a con la maglia di canapa eleganti e preziosi oggetti di vetro sfaccettato a forma di capsule-semi, di cui lavora anche la minuziosa chiusura; poi dissemina gli oggetti su un letto di torba, come fossero creature vegetali dischiuse. Nel nuovo millennio il grande Rosone, Intervallo (1999-2000) ingrandisce il simbolismo religioso di un dettaglio architettonico, mentre in Silenzio (1999-2000) pare trovare pace nel sacello della morte, recentemente esposto all’Aquila (2023)

Un percorso colto e tormentato in cui la riflessione esistenziale è distillata e raggelata.

CRISTIANO BIANCHIN-Rosone, Intervallo-2000

Renata Pompas

Renata Pompas è giornalista, saggista e docente; i suoi campi di interesse e applicazione sono: il Colore, il Textile Design e la Fiber Art. Ha lavorato come textile designer per la moda e per la casa, è stata direttore del corso Digital Textile Design ad Afol Moda dove ha insegnato progetto e colore. Ha tenuto lezioni e seminari in Università e Accademie in Italia e all'estero, ha organizzato seminari aziendali, corsi privati individuali e collettivi. Ha pubblicato diversi libri, articoli, testi in catalogo, relazioni in Convegni nazionali e internazionali.  www.color-and-colors.it