Dan Halter – MONEY LOVES MONEY

Dan Halter - MONEY LOVES MONEY Osart Gallery, Corso Plebisciti 12, 20129 Milano

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Osart Gallery, Corso Plebisciti 12, 20129 Milano
Dal 25 maggio al 31 luglio 2021
dal martedì al sabato, 10 – 13/ 14.30 – 19 (entrata libera)
Informazioni: T 02 5513826 | info@osartgallery.com | www.osartgallery.com

Dopo le collettive African Textures e African Characters, con Money Loves Money Osart Gallery inaugura un ciclo di personali dedicate alle figure più significative della scena contemporanea dell’Africa meridionale.

Il lavoro di Dan Halter (1977, Zimbabwe. Vive e lavora in Sud Africa) si concentra su tematiche relative all’attualità post coloniale, ai confini politici, ai fenomeni migratori, all’instabilità economica e alla situazione politica e sociale in Africa meridionale e nel suo paese di origine, lo Zimbabwe.

L’artista guarda alla storia e ai suoi legami con la situazione odierna, all’ingerenza dei poteri stranieri nelle politiche statali e al passato coloniale, che si riflette nelle profonde fratture del presente e in nuove forme di colonizzazione. Halter ha messo a punto una tecnica di intreccio che applica a materiali dal forte valore simbolico, spesso connessi a usi popolari: carta fatta a brandelli, elenchi telefonici, buste di plastica e banconote o loro ingrandimenti. A questi elementi l’artista somma l’utilizzo delle parole: a volte intreccia alle immagini pagine e pagine di testi classici, mentre altre volte lascia allo spettatore dei veri e propri “messaggi cifrati”.

Money Loves Money nasce dall’esperienza diretta dell’artista, che in Zimbabwe ha assistito al susseguirsi di valute diverse nel corso di pochi anni, nel tentativo di resistere alla svalutazione e al tracollo economico.

Gli ingrandimenti delle banconote presenti in mostra, oltre ad avere precisi riferimenti all’attualità, sono intrecciati a testi del passato che hanno lasciato un segno nel percorso di Dan Halter: il testo di Heart of Darkness è unito al dollaro statunitense, mentre le 100.000 lire italiane, nate proprio in occasione della personale a Osart Gallery, sono intrecciate al testo integrale del Principe. Il testo del Manifesto del Partito Comunista è invece intessuto a formare la banconota dei 100 Yuan, sulla quale è effigiato Mao, mentre la banconota da cento trilioni di dollari zimbabwiani, che simbolicamente rappresenta la vertiginosa perdita di potere d’acquisto della popolazione a fronte dell’inflazione, è intrecciata al testo di Jean-Jaques Rousseau Il contratto sociale. La banconota da 100 bilioni di dollari zimbabwiani è infine intessuta insieme ad Animal Farm di Orwell, che meglio di qualsiasi altro romanzo rappresenta le miopie di un sistema falsamente egualitario.

Il legame tra la politica odierna del Sudafrica e quella del passato si sostanzia in The past is never dead. It’s not even past, in cui il titolo, una citazione tratta da William Faulkner, è ricamato tra le bandiere sudafricane. Il Monopoli è invece legato a un preciso fatto della storia contemporanea sudafricana: il cosiddetto “White Monopoly Capital”, monopolio economico dei bianchi nella società post apartheid, a cui ha fatto riferimento l’ex presidente sudafricano Jacob Zuma, a seguito dell’accusa di corruzione a carico suo e dei fratelli Gupta. Infine, le borse in plastica dall’inconfondibile texture tartan incarnano il fenomeno migratorio da molteplici punti di vista, rappresentando la “valigia” di chi è costretto a spostarsi dal proprio paese con un bagaglio leggero. In Rifugiato – Mappa del mondo (2019), i brandelli di queste borse sono cuciti insieme a formare un planisfero, in cui le aree interessate dall’emigrazione sono consunte, mentre quelle caratterizzate dall’immigrazione sono praticamente nuove. L’artista scrive che per questa mappa ha preso ispirazione dal lavoro di Alighiero Boetti. La stessa texture tartan caratterizza molte altre opere, unendo ironicamente la fantasia scozzese al materiale povero della borsa, e incarnando una conflittualità irrisolta tra chi vorrebbe “prendersi tutto” e chi in passato lo ha fatto: ce lo ricorda Bamba Zonke, che in Zulu significa “prendersi tutto”, ed è una borsa in plastica su cui l’artista è intervenuto cucendo con una stoffa tartan il titolo dell’opera. Dan Halter coinvolge artigiani locali e include materiali prelevati dal quotidiano, intrecciandoli a citazioni che assumono significati diversi a seconda del contesto; non a caso è lui stesso a ricordare Borges, quando scriveva che l’originale è infedele alla traduzione.

Dan Halter, Things Fall Apart, 2021, Hand woven archival ink jet prints, cm.189,5×89,9 ph Geena Wilkinson