Gli arazzi in Italia

Storie di Giuseppe (Immagine tratta da: wikipedia.it)

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Il termine “arazzo”, deriva direttamente dalla città di Arras, località della Francia settentrionale che ne fu un importante centro di produzione. Esso va ad identificare un tessuto istoriato con caratteristiche e tecniche particolari che lo distinguono dai panni istoriati ad uso domestico o decorativo ritrovati in Oriente e nel mondo classico.

La tecnica tradizionale di tessitura è variata molto poco nel corso dei secoli, l’arazzo è un intreccio di fili dell’ordito che vengono completamente coperti da quelli della trama. La lavorazione può essere eseguita su due tipi di telaio differenti: telaio ad alto liccio, telaio a basso liccio.

Nel primo caso, l’ordito è teso su un telaio verticale tra due rulli, i licci erano posizionati in alto e venivano movimentati manualmente dall’arazziere che aveva davanti a sé il retro dell’arazzo e dietro di sé il cartone da seguire. Per controllare il lavoro svolto, l’arazziere era costretto a spostarsi sul davanti dell’arazzo o poteva collocare uno specchio al di là dell’ordito.

Il telaio a basso liccio era orizzontale, leggermente inclinato e i licci venivano alzati tramite pedali posti al di sotto dell’ordito, il cartone si trovava sotto l’ordito e veniva riprodotto in senso inverso. Il suo utilizzo rendeva il lavoro più veloce, sia nella fase di controllo sia nella fase di movimentazione dei licci.

È opportuno spendere qualche parola a proposito del cartone,  punto di partenza per qualsiasi arazzo tradizionale; questo poteva trarre ispirazione da una pittura, un’incisione o una miniatura, oppure poteva essere concepito e realizzato da uno stesso autore, il quale, dal XV secolo, aveva anche il compito di indicare i colori da utilizzare. L’autore del cartone, a volte, forniva un bozzetto o un modello su scala minore che veniva poi sviluppato da un altro autore scelto tra le maestranze vicine alle manifatture. In genere, il cartone era opera di artisti famosi e rimaneva di proprietà dell’arazziere che, così, aveva la possibilità di replicare il modello più volte.

Tessitore ad alto liccio, particolare della tavola IX dell’Encyclopedie

Gli inizi di una storia documentata degli arazzi ci porta in Occidente intorno all’XI secolo, un primo esempio è il panno di San Gereone, arazzo in lana, con ordito in lino, proveniente dalla chiesa di St. Gereon a Colonia. La decorazione, che conosciamo dai frammenti sparsi in vari musei, mostra la ripetizione di medaglioni contenenti un toro assalito da un grifo alato, motivo decorativo di ispirazione occidentale, più precisamente, di ispirazione germanica.

Notoriamente, i maggiori centri di produzione di arazzi sono ubicati in Francia ( Arras, Tournai, Parigi, Beauvais, Aubusson)e nei Paesi Bassi (Bruxelles, Bruges); sin dall’inizio la lavorazione era organizzata come una bottega artigiana o una piccola industria. Fu proprio questa struttura lavorativa, indipendente ad un’unica committenza, ad agevolare successive variazioni dei soggetti rappresentati, lasciando spazio anche a composizioni profane.

 Frammento arazzo di San Gereone, (fonte: tramaeorditoblogspot.com)

Per secoli i panni hanno avuto una destinazione specificatamente sacrale, dal Trecento in poi, gli arazzi entrano nelle residenze dei principi rivestendo un’importanza pratica sia per la protezione dal freddo che come complemento d’arredo, indicativo delle condizioni economiche e dello stato sociale. I temi prediletti erano illustrazioni cavalleresche a cui si affiancavano raffigurazioni sacre di episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento.

La situazione italiana è del tutto differente, ed è proprio l’organizzazione del lavoro a  determinare tale differenza. I laboratori erano alle dirette dipendenze di un principe o di un illustre mecenate, di conseguenza, l’arazzo italiano ha il compito di trasmettere il prestigio e lo stato sociale del committente. Non dimentichiamo il particolare contesto culturale e artistico in cui si inserisce la storia dell’arazzo italiano, intorno al 1400 fiorisce una complessa civiltà figurativa italiana che sancisce il primato della pittura, il cartone preparatorio diventa fondamentale, infatti, nella maggior parte dei casi, viene affidato agli artisti più ricercati del tempo.

Durante tutto il 1400 ci sono testimonianze di una folta presenza, in vari centri, di arazzieri francesi e fiamminghi, tecnicamente più preparati, chiamati nella penisola per dar vita a cartoni di artisti locali.

Il più antico nucleo di arazzi tessuti in Italia probabilmente da arazzieri italiani è costituito dalle Allegorie dei mesi, commissionato dal marchese Giangiacomo Trivulzio e tessuto a Vigevano in un laboratorio nato per l’occasione. Dodici panni realizzati tra il 1501 e il 1507 forse su cartone del Bramantino di piena ispirazione rinascimentale. Questa fu un’esperienza isolata, infatti, successive serie di arazzi furono commissionate ad arazzerie fiamminghe; Leone X si rivolse a Pieter van Aelst a Bruxelles per realizzare gli Atti degli Apostoli su cartoni di Raffaello. Le qualità stilistiche dei modelli raffaelleschi costrinsero gli artigiani d’oltralpe  a misurarsi con l’equilibrio compositivo e l’organizzazione spaziale dell’arte rinascimentale italiana. Da questo momento si assiste ad una proficua collaborazione tra pittori italiani e arazzieri nordici.

 Allegoria dei mesi (fonte: senzadedica.blogspot.com)

Raffaello, La guarigione dello storpio, (fonte: web.tiscalinet.it)

La più famosa arazzeria italiana del Cinquecento fu l’Arazzeria Medicea, voluta nel 1546 da Cosimo I De’ Medici. Inizialmente si avvalse dell’esperienza di arazzieri celebri come Carcher e Rost, impiegati nella produzione della prima serie di arazzi con le Storie di Giuseppe, opera monumentale costituita da 20 panni e destinata alla Sala dei Dugento a Palazzo Vecchio. I cartoni eseguiti da Bronzino, Pontormo e Salviati sono una testimonianza della cultura manierista fiorentina, caratterizzata da un’accentuata monumentalità con una ripartizione spaziale quasi metafisica.

Il Cinquecento segna la definitiva consacrazione, anche in Italia, dell’arazzo come prodotto d’arte di larga diffusione ma, fu soprattutto in età barocca che esso assunse una piena autonomia come vera e propria espressione artistica.

Il Seicento restituisce all’arazzo la sua originaria funzione decorativa riassumendo in sé una mediazione tra pittura, architettura e arredamento. Mentre continua l’attività della Manifattura Medicea, viene fondata a Roma nel 1627 la Manifattura Barberini su impulso del cardinale Francesco Barberini. Per la realizzazione dei panni istoriati venne ingaggiato l’arazziere fiammingo Jacob van den Vliet mentre, i cartoni furono affidati a Pietro da Cortona. I maggiori risultati si ebbero con il completamento della serie francese sulle Storie di Costantino in cui Pietro da Cortona privilegiò l’aspetto dell’imperatore romano come cristiano e uomo di fede. L’ascesa della Manifattura Barberini, capace di tradurre la vivacità decorativa propria del barocco con straordinari effetti scenografici, si contrappose al destino opposto accaduto alla Manifattura Medicea che, affidandosi alle linee della tradizione tardo manierista, mantenne alta la produttività ma con modesti risultati a livello qualitativo.

Storie di Costantino (fonte:Catalogo Fondazione Zeri- Unibo)

L’inversione di tendenza occorse con una profonda riorganizzazione delle attività del laboratorio intorno al 1715 ma, l’attività fiorentina, si concluse definitivamente nel 1737 con la morte di Giangiacomo e l’estinzione della dinastia medicea. Il merito del rinnovamento va attribuito a Vittorio Demignot che, si era affermato in un laboratorio privato voluto da papa Clemente XI e situato a Roma nell’Ospizio di San Michele a Ripa. La produzione di questa arazzeria romana si distinse per le tematiche della raffigurazione più legate ad eventi occasionali che a vasti programmi decorativi.

Nel ‘700 i centri di produzione degli arazzi furono Torino e Napoli; a partire dal 1730, Carlo Emanuele III di Savoia si impegnò nella ristrutturazione e l’ampliamento del Palazzo Reale di Torino, per questa occasione allestì un laboratorio con telai a basso liccio per la decorazione dei nuovi appartamenti. Il programma dei lavori prevedeva la realizzazione di varie serie di panni che esaltassero il carattere aulico e celebrativo piuttosto che l’aspetto narrativo. Vennero realizzate le Storie di Alessandro, le Storie di Cesare, e le Storie di Ciro.

A Napoli, Carlo di Borbone chiamò gli arazzieri fiorentini rimasti senza lavoro per dar vita alla Manifattura Napoletana, il merito del successo di questa manifattura va all’arazziere romano Pietro Duranti incaricato del completamento della serie di dodici arazzi francesi con le Storie di Don Chisciotte, destinata agli ambienti della Reggia di Caserta. L’attività dell’arazzeria si conclude nel 1806 con l’ingresso dei francesi a Napoli.

Don Chisciotte (fonte: Catalogo generale dei Beni Culturali)

Da quel momento si assiste ad un inevitabile declino dell’arazzo, anche a causa dei costi proibitivi, i panni tessuti non corrispondevano più ai gusti del tempo ma, accontentavano le esigenze di singoli committenti. E allora cominciano ad apparire arazzi tessuti a macchina o dipinti con contenuti prettamente decorativi.

Tra le avanguardie dei primi del ‘900, solo il Futurismo si interessò all’arazzo; Enrico Prampolini fu designer di arazzi, tappeti e stoffe, Giacomo Balla e Fortunato Depero si cimentarono a più riprese nella realizzazione di arazzi ma, con il Futurismo possiamo considerare conclusa la stagione degli arazzi in Italia.

Fortunato Depero (fonte Gazzetta di Parma)

2 Comments on "Gli arazzi in Italia"

  1. Mi pare assurdo che manchi un aggiornamento di alcune arazzerie importanti italiane in particolare quella di Asti: arazzeria Scassa. Come pure la cronaca non sia aggiornata agli sviluppi legati all’evoluzione con l’opera di Jean Lurcac, le Biennali di Losanna e lo spostamento delle Biennali a Pechino.

    • La ringrazio per aver letto l’articolo ed aver lasciato un commento. Come lei ben sa, l’argomento è vasto, impossibile da contenere in un solo articolo; avrò cura di approfondire i suoi suggerimenti nei prossimi scritti.
      Porgendole i miei saluti, la invito a continuare la lettura della rivista.
      Chiara Carta

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