• Ven. Ago 19th, 2022

I fili rossi di Chiharu Shiota collegano Milano a Espoo

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“Quando le persone visitano un museo, sono spesso sorprese e confuse, soprattutto quando si confrontano con l’arte contemporanea, e vogliono trovare un significato nel lavoro che vedono. Io voglio che ricordino una sensazione che hanno dimenticato”. Con queste parole Chiharu Shiota introduce la grande installazione che ha realizzato all’Emma Museum di Espoo in Finlandia (visitabile fino al 27 novembre 2022), ma sono pensieri che ben si adattano anche all’opera che Francesca Alfano Miglietti ha scelto di inserire nella bella mostra di Milano (“Corpus Domini. Dal corpo glorioso alle rovine dell’anima”, fino al 30 gennaio 2022 a Palazzo Reale) e che è intitolata Over the Continents (2011). Due opere straordinarie, con significati diversi, ma entrambe molto intense.

A Milano una manciata di fili rossi, dritti e tesi come fossero stati tracciati con il tiralinee in un progetto architettonico, raccontano il dramma e la realtà delle migrazioni, l’esodo di popoli verso terre che tanto promesse spesso non sono, disegnano le linee prospettiche di una silenziosa moltitudine in eterno cammino. A capo di ogni filo c’è una vecchia scarpa, una distesa di tomaie tutte diverse: per numero, per forma, materia, colore e genere. L’insieme è di grande effetto e i significati sono profondi, a partire dal colore di quei raggi infuocati: “il rosso – dice Shiota a Nina Tonga in un’intervista – è il colore del sangue e nel sangue c’è tutto: nel nostro sangue c’è la nazionalità, la famiglia, la religione, ma anche la connessione con gli altri. Il rosso ci connette tutti”. Per non parlare di quelle scarpe storte, usurate e abbandonate ciascuna delle quali racchiude una storia, ma che prese nel loro insieme sono l’emblema della forza, della disperazione, della tenacia dell’umanità e in una mostra che parla dell’uomo, delle sue identità e delle sue trasformazioni quest’opera è la voce del passato, del presente e del futuro, ma è anche un grido d’aiuto, un atto di coscienza necessario e improrogabile.

Diversa è l’installazione realizzata da Shiota per il museo finlandese. Lì il filo, sempre scarlatto, si estende per chilometri e chilometri in un treccio che tesse un gigantesco bozzolo di intricate ragnatele di lana, un tessuto connettivo dentro al quale si snodano cunicoli e gallerie, a tratti interrotti da vecchie porte di legno (metafore del ricordo) che preludono nuovi corridoi. Tracing Boundaries è appunto il titolo del lavoro site specific, nel cui ventre i visitatori sono liberi di perdersi e di vagare senza tempo e senza una meta prestabilita. Non ci sono direzioni obbligatorie perché è proprio l’esperienza del viaggio che deve essere vissuta fino in fondo e il più delle volte è un percorso a ritroso, intimo, personale, fatto di ansie, di sogni, di silenzi e di ricordi. Gli spettatori attraverseranno quelle arterie di filo e “rifletteranno sui viaggi che hanno fatto nella loro vita. Possono essere disorientati e confusi perché non c’è un percorso o un ingresso giusto da prendere, ma è proprio questo l’aspetto più importante dell’installazione”.

In tutti i suoi lavori tra la miriade di fili trovano posto, sospesi come fantasmi o intrappolati come mosche in una ragnatela, oggetti comuni (vecchie chiavi, logore porte, relitti di imbarcazioni, sedie e scarpe usurate) o cimeli di valore simbolico, come un iconico abito bianco o un pianoforte bruciato. Sono spettri che aiutano a compiere un percorso introspettivo, personale, un’esperienza immersiva, intima e scenografica allo stesso tempo, che nasce in prima istanza dal vissuto dell’artista, “ma le interpretazioni e le esperienze di ogni visitatore sono una parte inseparabile del lavoro”, spiega la curatrice della mostra Arja Miller. “Shiota descrive i fili tesi, annodati, aggrovigliati e intrecciati come simboli delle connessioni tra le persone e della complessità delle relazioni umane” e oggi più che mai, in un mondo fatto di reti virtuali, è importante che quei legami si mantengano attivi e che vadano a stimolare la sfera emotiva: “Qualunque cosa [i visitatori] immaginino i loro pensieri e i loro sentimenti sono importanti. Perché se la loro immaginazione fosse completamente ignorata, le persone perderebbero la loro umanità. Tutti noi portiamo un universo personale dentro di noi, ed è importante per la nostra esistenza continuare ad espanderlo. Fa parte della nostra coscienza e della nostra mente. A volte mi chiedo perché […] anche se siamo in grado di comunicare, non possiamo mai sentire ciò che provano gli altri, non possiamo mai vedere veramente l’universo degli altri. Ed è per questo che abbiamo bisogno dell’arte. Con l’arte, possiamo comunicare, esprimere le nostre emozioni”.

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Chiharu dagli anni novanta vive a Berlino, ma è originaria del Giappone (è nata ad Osaka nel 1972), e ha creato installazioni con il filo sin dai tempi della scuola. Inizialmente ha studiato pittura ma ha trovato la tela e la carta troppo limitanti, così, alla ricerca di un modo più fisico e olistico di fare arte, ha gradualmente iniziato a creare questi intrecci (di filo rosso, ma anche bianco oppure nero) che oggi sono diventati il suo marchio distintivo. È sotto i riflettori internazionali da quando ha rappresentato il suo Paese alla Biennale di Venezia nel 2015 e da quel momento non si è più fermata: ha esposto nei musei di tutto il mondo e alle biennali d’arte in Europa, Sud America, Sud-Est asiatico e nella regione del Pacifico.

Confrontandosi con i grandi temi dell’umanità, come la vita, la morte, le relazioni, Shiota aiuta ad esplorare il senso dell’esistenza e a rinvenire tra quei viluppi i fili delle emozioni, la mappa della propria identità.

Artist Chiharu Shiota, by her exhibition Tracing Boundaries, 2021. © Paula Virta / EMMA – Espoo Museum of Modern art