Focus On

I fili rossi di Chiharu Shiota collegano Milano a Espoo

“Quando le persone visitano un museo, sono spesso sorprese e confuse, soprattutto quando si confrontano con l’arte contemporanea, e vogliono trovare un significato nel lavoro che vedono. Io voglio che ricordino una sensazione che hanno dimenticato”. Con queste parole Chiharu Shiota introduce la grande installazione che ha realizzato all’Emma Museum di Espoo in Finlandia (visitabile fino al 27 novembre 2022), ma sono pensieri che ben si adattano anche all’opera che Francesca Alfano Miglietti ha scelto di inserire nella bella mostra di Milano (“Corpus Domini. Dal corpo glorioso alle rovine dell’anima”, fino al 30 gennaio 2022 a Palazzo Reale) e che è intitolata Over the Continents (2011). Due opere straordinarie, con significati diversi, ma entrambe molto intense.

A Milano una manciata di fili rossi, dritti e tesi come fossero stati tracciati con il tiralinee in un progetto architettonico, raccontano il dramma e la realtà delle migrazioni, l’esodo di popoli verso terre che tanto promesse spesso non sono, disegnano le linee prospettiche di una silenziosa moltitudine in eterno cammino. A capo di ogni filo c’è una vecchia scarpa, una distesa di tomaie tutte diverse: per numero, per forma, materia, colore e genere. L’insieme è di grande effetto e i significati sono profondi, a partire dal colore di quei raggi infuocati: “il rosso – dice Shiota a Nina Tonga in un’intervista – è il colore del sangue e nel sangue c’è tutto: nel nostro sangue c’è la nazionalità, la famiglia, la religione, ma anche la connessione con gli altri. Il rosso ci connette tutti”. Per non parlare di quelle scarpe storte, usurate e abbandonate ciascuna delle quali racchiude una storia, ma che prese nel loro insieme sono l’emblema della forza, della disperazione, della tenacia dell’umanità e in una mostra che parla dell’uomo, delle sue identità e delle sue trasformazioni quest’opera è la voce del passato, del presente e del futuro, ma è anche un grido d’aiuto, un atto di coscienza necessario e improrogabile.

Diversa è l’installazione realizzata da Shiota per il museo finlandese. Lì il filo, sempre scarlatto, si estende per chilometri e chilometri in un treccio che tesse un gigantesco bozzolo di intricate ragnatele di lana, un tessuto connettivo dentro al quale si snodano cunicoli e gallerie, a tratti interrotti da vecchie porte di legno (metafore del ricordo) che preludono nuovi corridoi. Tracing Boundaries è appunto il titolo del lavoro site specific, nel cui ventre i visitatori sono liberi di perdersi e di vagare senza tempo e senza una meta prestabilita. Non ci sono direzioni obbligatorie perché è proprio l’esperienza del viaggio che deve essere vissuta fino in fondo e il più delle volte è un percorso a ritroso, intimo, personale, fatto di ansie, di sogni, di silenzi e di ricordi. Gli spettatori attraverseranno quelle arterie di filo e “rifletteranno sui viaggi che hanno fatto nella loro vita. Possono essere disorientati e confusi perché non c’è un percorso o un ingresso giusto da prendere, ma è proprio questo l’aspetto più importante dell’installazione”.

In tutti i suoi lavori tra la miriade di fili trovano posto, sospesi come fantasmi o intrappolati come mosche in una ragnatela, oggetti comuni (vecchie chiavi, logore porte, relitti di imbarcazioni, sedie e scarpe usurate) o cimeli di valore simbolico, come un iconico abito bianco o un pianoforte bruciato. Sono spettri che aiutano a compiere un percorso introspettivo, personale, un’esperienza immersiva, intima e scenografica allo stesso tempo, che nasce in prima istanza dal vissuto dell’artista, “ma le interpretazioni e le esperienze di ogni visitatore sono una parte inseparabile del lavoro”, spiega la curatrice della mostra Arja Miller. “Shiota descrive i fili tesi, annodati, aggrovigliati e intrecciati come simboli delle connessioni tra le persone e della complessità delle relazioni umane” e oggi più che mai, in un mondo fatto di reti virtuali, è importante che quei legami si mantengano attivi e che vadano a stimolare la sfera emotiva: “Qualunque cosa [i visitatori] immaginino i loro pensieri e i loro sentimenti sono importanti. Perché se la loro immaginazione fosse completamente ignorata, le persone perderebbero la loro umanità. Tutti noi portiamo un universo personale dentro di noi, ed è importante per la nostra esistenza continuare ad espanderlo. Fa parte della nostra coscienza e della nostra mente. A volte mi chiedo perché […] anche se siamo in grado di comunicare, non possiamo mai sentire ciò che provano gli altri, non possiamo mai vedere veramente l’universo degli altri. Ed è per questo che abbiamo bisogno dell’arte. Con l’arte, possiamo comunicare, esprimere le nostre emozioni”.

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Chiharu dagli anni novanta vive a Berlino, ma è originaria del Giappone (è nata ad Osaka nel 1972), e ha creato installazioni con il filo sin dai tempi della scuola. Inizialmente ha studiato pittura ma ha trovato la tela e la carta troppo limitanti, così, alla ricerca di un modo più fisico e olistico di fare arte, ha gradualmente iniziato a creare questi intrecci (di filo rosso, ma anche bianco oppure nero) che oggi sono diventati il suo marchio distintivo. È sotto i riflettori internazionali da quando ha rappresentato il suo Paese alla Biennale di Venezia nel 2015 e da quel momento non si è più fermata: ha esposto nei musei di tutto il mondo e alle biennali d’arte in Europa, Sud America, Sud-Est asiatico e nella regione del Pacifico.

Confrontandosi con i grandi temi dell’umanità, come la vita, la morte, le relazioni, Shiota aiuta ad esplorare il senso dell’esistenza e a rinvenire tra quei viluppi i fili delle emozioni, la mappa della propria identità.

Artist Chiharu Shiota, by her exhibition Tracing Boundaries, 2021. © Paula Virta / EMMA – Espoo Museum of Modern art

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Chiharu Shiota – Red threads connecting Milano to Espoo

“When people visit a museum, they’re often surprised and confused, especially when they come across contemporary art and are keen on finding meaning in the work they’re looking at. I want them to remember a sensation they’d forgotten”.

These are the words Chiharu Shiota uses to introduce the large installation she created at the Emma Museum in Espoo, Finland (open until 27 November 2022). These thoughts would also be a fitting description for the work “Over the Continents” (2011), that Francesca Alfano Miglietti chose to include in the Milano exhibition “Corpus Domini. From the glorious body to the ruins of the soul”, on display until 30 January 2022 at Palazzo Reale.

Two extraordinary artworks with very different meanings, but both extremely intense.

In Milan, a handful of red threads, straight and stretched as if they had been traced with a ruling pen in an architectural project, narrate migration’s drama and reality. The exodus of peoples towards not so promising lands, drawing the perspective lines of a silent multitude on an eternal journey.

Each thread’s end is an old shoe, an assortment of uppers of varying numbers, shape, material, colour, and gender. The composition is impressive with profound meanings, starting with the colour of those fiery rays: ‘red,’ -Shiota told Nina Tonga in an interview- ‘is the colour of blood and in blood there is everything: in our blood, there is nationality, family, religion, but also our connection with others. Red connects us all.”

Not to mention those twisted, worn and abandoned shoes, each of which contains a story. Taken as a whole, they embody humanity’s strength, desperation and tenacity. In an exhibition that speaks of humans’ identities and transformations, this work is the voice of the past, present and future, but it is also a cry for help, a necessary and urgent act of conscience.

 

Shiota’s installation for the Finnish museum is different. The thread, always scarlet, stretches for kilometres and kilometres in a braid that weaves a gigantic cocoon of intricate woollen webs, a connective tissue within which burrows and tunnels wind their way, occasionally interrupted by old wooden doors (a metaphor of memory) prelude of new corridors. “Tracing Boundaries” is the title of this site-specific work. Inside its belly, visitors are free to lose themselves and wander timelessly and without a defined destination.  

There aren’t compulsory directions because the journey’s experience must be lived to the full. It is primarily a backwards journey: intimate, personal, made of anxieties, dreams, silences and memories. The visitors will cross those arteries of threads and “reflect on the journeys they have made in their lives. They may be disoriented and confused because there is no right path or entrance to take, but that is the most important aspect of the installation”.

In each of her works, among the myriad threads, everyday objects (old keys, worn doors, boat wrecks, used chairs and shoes) or relics of symbolic value, such as an iconic white dress or a burnt piano, find a place, suspended like ghosts or trapped like flies in a spider’s web.

They are ghosts that help to undertake an introspective, personal journey: an immersive, intimate, and at the same time scenographic experience, which arises from the artist’s life, but “the interpretations and impressions of each visitor are an inseparable part of the work”, explains curator Arja Miller.

“Shiota describes the stretched, knotted, tangled and interlaced threads as a symbol of the connections among people and the complexity of human’s relationships” today, more than ever before, in a world which is made out of virtual web, it is crucial to keep those ties alive, to stimulate the emotional sphere.”

“Shiota describes the tense, knotted, tangled and intertwined threads as symbols of the connections between people and the complexity of human relationships.” Today, more than ever, in a world of virtual networks, it is essential to maintain those ties active and stimulate the emotional sphere. “Whatever [the visitors] imagine their thoughts and feelings are important; if their imagination were ignored entirely, people would lose their humanity. We all carry a personal universe within us, and we need to keep expanding; this is vital for our existence. It’s part of our consciousness and our mind. Sometimes I wonder why […] even though we can communicate, we can never feel what others are feeling; we can never really get the other’s universe. And that’s why we need art. With art, we can communicate, express our emotions.”

Chiharu, originally from Japan (born in Osaka in 1972), has been living in Berlin since the 1990s and has been creating installations with thread since her school days.

He initially studied painting but found canvas and paper too limiting.

 Searching for a more physical and holistic way of making art, she gradually started to create these weavings (of red thread, but also white or black) that have now become her trademark. She has been in the international spotlight since she represented her country at the Venice Biennale in 2015 and has not stopped since: she has exhibited in museums around the world and at art biennials in Europe, South America, South-East Asia and the Pacific region.

By addressing the significant issues of humanity, such as life, death, and relationships, Shiota helps us explore the meaning of existence and find the threads of our emotions and the map of our own identity amidst those tangles.

 

Artist Chiharu Shiota, by her exhibition Tracing Boundaries, 2021. © Paula Virta / EMMA – Espoo Museum of Modern art

Lorella Giudici

English version È professore di storia dell’arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano. Dopo una laurea in Lettere Moderne con indirizzo storico-artistico all’Università Statale di Milano e una in pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, cura mostre e si occupa dell’arte tra ottocento e novecento, con particolare interesse al periodo tra le due guerre. È membro del comitato scientifico della Fondazione Remo Bianco, della Fondazione Sangregorio e dall’Archivio Dadamaino. Tra le tante pubblicazioni e curatele si ricordano: Edgar Degas. Lettere e testimonianze, Abscondita, Milano 2002; Medardo Rosso. Scritti sulla scultura, Abscondita, Milano 2003; Giorgio Morandi. Lettere, Abscondita, Milano 2004; Remo Bianco. Al di là dell’oro, mostra al Complesso del Vittoriano, Roma, dicembre 2006-gennaio 2007, catalogo Silvana Editoriale, Milano 2006; Gauguin. Noa Noa e lettere da Thaiti (1891-1893), Abscondita, Milano 2007; Lettere dei Macchiaioli, Abscondita, Milano 2008; La Giostra dell’Apocalisse, mostra alla Rotonda della Besana, Milano 2008, catalogo Silvana Editoriale; Giuseppe Ajmone. Gli amici di Corrente e il Manifesto del Realismo, Fondazione Corrente, Milano 2018; Remo Bianco. Le impronte della memoria, Museo del ‘900, Milano, catalogo Silvana Editoriale, Milano 2019.