IL MUSEO DELL’ARTE DELLA LANA DI STIA

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I panni del Casentino si commerciavano a Firenze già ai tempi di Dante, all’inizio del Trecento. Le caratteristiche di questo territorio ricco delle acque impetuose dello Staggia, dell’Archiano e dell’Arno e le foreste abbondanti favorirono infatti lo sviluppo della manifattura laniera che nata per proteggersi dai rigidi inverni di queste montagne diventò un’attività primaria e decisiva per lo sviluppo economico e sociale dell’area. Queste verdi valli infatti fornivano acqua per il lavaggio della lana, la purgatura, la tintura dei panni e per movimentare i mulini per le galle e le macchine per la follatura ma anche la legna per riscaldare l’acqua delle vasche per tingere i tessuti, nonché i pascoli per mantenere le molte greggi che con la loro lana provvedevano alla materia prima. Per secoli, fino almeno alla fine del XVIII secolo, i lanaioli lavoravano a domicilio, nelle botteghe sotto i portici del Borgo Maestro di Stia dove raccoglievano, selezionavano e lavavano lana e dopo averla asciugata su tralicci, la cardavano e la inviavano ai lavoranti esterni perché diventasse panno.

Nell’Ottocento l’avvento della fabbrica trasformò molti artigiani in salariati trasferendo la produzione dalla bottega alla fabbrica dove il maggiore investimento di capitali consentiva anche l’utilizzo di nuove tecniche e tecnologie all’avanguardia e dove si concentravano tutte le fasi della lavorazione della lana. Fu in quest’epoca, intorno alla metà dell’Ottocento, che Stia divenne un importante centro di produzione tessile grazie ad imprenditori illuminati che fecero del Lanificio una fabbrica efficiente e produttiva ma capace anche di coniugare il successo di impresa con lo sviluppo sociale. Dunque la produzione laniera è stata parte della vita e dell’identità di Stia, con il tempo scandito dal suono della campana e dal fischio della sirena e ne ha garantito altresì un tenore di vita superiore rispetto al resto del casentinese. Almeno fino alla crisi manufatturiera degli anni ’80 dello scorso secolo che ha causato la chiusura definitiva del Lanificio consegnandolo a decenni di abbandono.

Solo nel 2010, l’opificio ha finalmente riaperto i battenti come centro per la diffusione della cultura tessile: qui la Fondazione Luigi e Simonetta Lombard ha creato il Museo dell’Arte della Lana con l’intento di lasciare memoria della tradizione laniera e di rendere nuovamente fruibile il Lanificio per tutta la comunità stiana…e non solo.

Il percorso museale è pensato per essere un’esperienza sensoriale in cui i visitatori possono toccare, annusare, ascoltare, imparare, provando in prima persona la manualità di alcuni gesti propri della lavorazione tessile. All’interno delle sale che ospitavano i cicli produttivi è possibile rintracciare l’odore degli oli per la lubrificazione della lana per la cardatura o quelli intensi dei filati e dei tessuti appena tinti. I percorsi multimediali consentono al pubblico di ascoltare i rumori assordanti che riempivano i saloni della fabbrica, di osservare il funzionamento dei diversi macchinari e di scoprire processi come la tintura naturale della lana o, ancora, la storia del Panno Casentino con il funzionamento della “ratinatrice” con cui si crea il ricciolo caratteristico di questo panno lana.

Fondamentale è anche l’esperienza tattile che consente di comprendere pienamente le diverse lavorazioni e qualità della stoffa: in collaborazione con l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti il Museo ha realizzato un percorso che rende accessibili strumenti, fibre, e tessuti, attraverso il tatto abbattendo, da un lato, le barriere percettive e, dall’altro, dando la possibilità a tutti di scoprire la dimensione tattile. All’inizio dell’itinerario museale sono posizionati alcuni recipienti contenenti le fibre tessili più diffuse dove si può provare a riconoscerle con le mani a seconda delle sensazioni che si percepiscono.

E ancora, attraverso il corridoio del tatto: un buio e stretto cunicolo in pietra, segnalato con led a pavimento, dove provare ad individuare, esclusivamente toccandoli, i diversi tipi di tessuti appeso sulle pareti. Dopo aver strofinato la stoffa tra le mani il visitatore può tirarla leggermente perché si illumini la didascalia che indica la qualità tessile e le fibre di cui è composta.

Le proposte didattiche del Museo sono improntate anche alla sperimentazione finalizzata alla comprensione delle fasi di lavorazione della lana: all’interno dei laboratori attraverso l’utilizzo di alcuni strumenti si trasforma il vello della pecora in tessuto. Le scolaresche cardano la lana con le tradizionali tavolette coperte di sottili aghi, imparano a ritorcerla con le dita per ottenere il filato e infine, sotto la guida di ex tessitori e tessitrici, usando piccoli telai, si cimentano nella creazione di un tessuto.

Tra le molte collaborazioni il Museo si avvale anche della competenza e della capacità organizzativa di Angela Giordano, maestra tessitrice e figura di spicco nell’ambito della tessitura italiana, che è attiva qui sin dalla formazione del primo nucleo del Museo, e ha curato negli anni sia corsi di tessitura, laboratori di cucito creativo che mostre, conferenze e presentazioni di libri. Dal 2015, inoltre, promuove la rassegna “Ieri ed oggi, personaggi nella tessitura”, una serie di mostre temporanee dedicate a personalità che operano a diverso titolo nell’ambito tessile. Un progetto inaugurato con la mostra sull’arte di Alice Stransky ed è proseguito nel tempo con Dea Leidi, Giuseppe e Fidalma Lisio, Gabriele Grisolini, Gabriella Bottaru e Luigi Golin, Tiziana Gastaldi e, infine, Angela Giordano appunto (in mostra fino a giugno 2021).

Il Museo è dunque luogo vivo ed attivo, uno spazio del fare, dove imparare usando le mani, creare partecipando (anche divertendosi) e dove la trasmissione e la conservazione della memoria viene riletta ed interpretata in chiave attuale e contemporanea, traghettando saperi e valori verso le nuove generazioni.

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