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IL NUDO È MORTO | L’abito è il monaco

Artista: AFRAN
Titolo: IL NUDO È MORTO | L’abito è il monaco
A cura di Susanna Gualazzini e Carlo Scagnelli
Sede: Galleria Biffi Arte | Salone d’Onore e Sala delle Colonne | piazza Sant’Antonino – via Chiapponi 39 | 29121 Piacenza
Date: 5 settembre – 7 novembre 2020
Inaugurazione: sabato 5 settembre, ore 17
Orari: da martedì a sabato 10.30 – 12.30|16.00-19.30 domenica 15.00 – 19.00
Info: tel. 0523 324902 | galleria@biffarte.it, www.biffiarte.it

La mostra è stata organizzata in collaborazione con la Galleria MA-EC (Milan Art &Events Center) di Milano

In mostra alla Galleria Biffi Arte dal 5 settembre al 7 novembre, gli esiti recenti dell’ispirazione di Afran, artista originario del Camerun ma dalle multiformiradici culturali. Padre della Guinea Equatoriale, una moglie italiana, un pezzetto di vita in Spagna e da anni in Italia, Afran ha avuto una formazione “occidentale”, ma non hamai perso di vista il dna della sua cultura d’origine. Che è poi quella Fang di cui, all’inizio del ‘900, si innamorarono Picasso e Modigliani.

Per lungo tempo la pratica artistica con materiali multiformi e, pochi anni fa, la scelta quasi esclusiva di un materiale non proprio ortodosso: il denim. Tessuto global e metamorfico, il jeans incorpora tante latitudini e una storia di lungo corso: già nel ‘500 un blu ottenuto dal guado (una pianta tintorea di origine africana), veniva utilizzato a Genova per tingere la tela destinata alle vele delle navi e usata per coprire le merci durante il loro trasporto, oltre che per i vestiti dei marinai. Tessuto ideale per la realizzazione di pantaloni da lavoro (prediletto, alla metà dell’Ottocento, dai cercatori d’oro, dai cow boy e dai minatori), a partire dagli anni Sessanta del Novecento il jeans si fa icona di protesta antiborghese per rinascere, verso la fine degli anni Ottanta, come outfit glamour, con una nuova identità e in lussuose contaminazioni.

Con questo complesso pedigree antropologico, nelle mani di Afran il denim si fa materiale plastico, humus ideale di espressione: l’artista predilige quel jeans su cui è rimasta in qualche modo imprigionata la memoria del corpo che lo ha abitato e con questo outfit sformato, sbiadito, slabbrato, strappato, taglia, ricuce, intarsia e scava nella carne del tessuto. Con una prodigiosa pratica del montaggio, rifila tracciando nuove tramature, privilegiando le superfici più scabrose, quelle più disturbate da cuciture, passanti, tasche, fibbie. Ed è così che il jeans (e il suo pantheon di accessori) cambia fatalmente di segno, perde la sua democratica disinvoltura e si fa forma scultorea. Nascono icone forti, spesso, come le definisce l’artista stesso “urlanti”, eventualmente spaventevoli, figlie di ingegnosi sistemi di annodamenti e incastri, in una estetica del montaggio, dell’uso e del riuso che guarda alle avanguardie artistiche di primo Novecento, rinnovandone alcuni esiti.

Questa è la tecnica, ma è soprattutto la strada che porta Afran a compiere una riflessione sul tema dell’identità, che da sempre gli è caro, proprio partendo dall’abito inteso come metafora e come luogo di possibili trasmigrazioni semantiche. Se, come in un gioco di scatole cinesi, il corpo abita un abito che è poi a sua volta involucro che abita il mondo, allora il vestito può essere il palinsesto su cui tracciare la sintassi della identità.

Ma nel momento in cui questo involucro si fa sostanza, anima e carne viva dell’uomo, allora è in atto una perdita che non può che essere, appunto, spaventevole. Perché dichiarare la morte della nudità, parafrasando l’annuncio nietzschiano “Dio è morto”, significa congedare la più intima parte di noi stessi.

Con questo materiale rinnovato, Afran, per la prima volta e proprio in occasione di questa mostra, esplora un nuovo campo tematico e attinge alla classicità che tanta parte ha avuto nella sua formazione: il jeans incontra il volto di un David che viene da lontano, è quello di Michelangelo, o si innerva nelle morbidezze della Venere di Milo o nella durezza del volto di Eracle. Oppure, e qui ancora una volta Afransperimenta e combina i linguaggi, compare dietro la griglia di colate cromatiche, nei lavori a parete (Venere della sobrietà).

Completano il percorso espositivo due famiglie di istallazioni: i due Sartropodi in cui ancora una volta l’artista sperimenta con i processi del ready made, e l’enorme Scheletro di niente: il poetico assemblaggio di grucce appendiabiti si dispiega nello spazio del Salone d’Onore della Galleria, come una sorta di gigantesco fossile: le grucce vuote raccontano ancora una volta la storia di una assenza. L’abito se ne è andato, lasciando dietro di sé la traccia nostalgica della sua transitoria ed effimera esistenza.

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IL NUDO È MORTO | L’abito è il monaco

Artist: AFRAN
Title: IL NUDO È MORTO | L’abito è il monaco
Curator: Susanna Gualazzini e Carlo Scagnelli
Venue: Galleria Biffi Arte | Salone d’Onore e Sala delle Colonne | piazza Sant’Antonino – via Chiapponi 39 | 29121 Piacenza
Dates: 5 September – 7 November 2020
Opening: Saturday 5 September, 5 pm
Hours: Tuesday to Saturday 10.30 – 12.30 | 16.00-19.30 Sunday 15.00 – 19.00
Info: tel. 0523 324902 | galleria@biffarte.it, www.biffiarte.it

The exhibition was organized in collaboration with the MA-EC Gallery (Milan Art & Events Center) in Milan

On display at the Biffi Arte Gallery from 5 September to 7 November, the recent results of the inspiration of Afran, an artist originally from Cameroon but with many cultural roots. Father of Equatorial Guinea, an Italian wife, a piece of life in Spain and for years in Italy, Afran had a “Western” education, but he has never lost sight of the DNA of his culture of origin. Which is the Fang that Picasso and Modigliani fell in love with in the early 1900s.
For a long time the artistic practice with multiform materials and, a few years ago, the almost exclusive choice of an unorthodox material: denim. A global and metamorphic fabric, jeans incorporate many latitudes and a long-standing history: already in the 16th century a blue obtained from the ford (a dyeing plant of African origin) was used in Genoa to dye the canvas destined for the sails of ships and used to cover goods during their transport, as well as for sailors’ clothes. Ideal fabric for making work trousers (favorite, in the mid-nineteenth century, by gold diggers, cowboys and miners), starting from the sixties of the twentieth century, jeans became an icon of anti-bourgeois protest to be reborn, towards the end of the Eighties, as a glamorous outfit, with a new identity and luxurious contaminations.
With this complex anthropological pedigree, in Afran’s hands denim becomes plastic material, an ideal humus of expression: the artist prefers that jeans on which the memory of the body that inhabited it has been imprisoned in some way and with this deformed outfit, faded, frayed, torn, cuts, stitches, inlays and digs into the flesh of the fabric. With a prodigious assembly practice, he trims by tracing new textures, favoring the most rugged surfaces, those most disturbed by seams, loops, pockets, buckles. And it is in this way that jeans (and its pantheon of accessories) fatally changes its sign, loses its democratic ease and becomes sculptural. Strong icons are born, often, as the artist himself defines them as “screaming”, possibly frightening, the daughters of ingenious systems of knotting and interlocking, in an aesthetic of assembly, use and reuse that looks to the artistic avant-garde of the early twentieth century, renewing some results.
This is the technique, but it is above all the path that leads Afran to reflect on the theme of identity, which has always been dear to him, starting precisely from the dress intended as a metaphor and as a place for possible semantic transmigrations. If, as in a game of Chinese boxes, the body inhabits a garment which is in turn a shell that inhabits the world, then the garment can be the palimpsest on which to trace the syntax of identity.
But when this envelope becomes substance, soul and living flesh of man, then a loss is taking place that can only be frightening. Because declaring the death of nudity, paraphrasing the Nietzschean announcement “God is dead”, means dismissing the most intimate part of ourselves.
With this renewed material, Afran, for the first time and precisely on the occasion of this exhibition, explores a new thematic field and draws on the classicism that had so much part in his formation: jeans meets the face of a David who comes from afar, it is that of Michelangelo, or it innervates in the softness of the Venus de Milo or in the hardness of the face of Heracles. Or, and here once again Afransperimenta and combines languages, it appears behind the grid of chromatic castings, in the wall works (Venus of sobriety).
The exhibition itinerary is completed by two families of installations: the two Sartropods in which the artist once again experiments with the processes of the ready-made, and the enormous Skeleton of nothing: the poetic assembly of coat hangers unfolds in the space of the Salone d ‘ Honor of the Gallery, like a sort of gigantic fossil: the empty crutches once again tell the story of an absence. The dress is gone, leaving behind the nostalgic trace of its transitory and ephemeral existence.

Barbara Pavan

English version Sono nata a Monza nel 1969 ma cresciuta in provincia di Biella, terra di filati e tessuti. Mi sono occupata lungamente di arte contemporanea, dopo aver trasformato una passione in una professione. Ho curato mostre, progetti espositivi, manifestazioni culturali, cataloghi e blog tematici, collaborando con associazioni, gallerie, istituzioni pubbliche e private. Da qualche anno la mia attenzione è rivolta prevalentemente verso l’arte tessile e la fiber art, linguaggi contemporanei che assecondano un antico e mai sopito interesse per i tappeti ed i tessuti antichi. Su ARTEMORBIDA voglio raccontare la fiber art italiana, con interviste alle artiste ed agli artisti e recensioni degli eventi e delle mostre legate all’arte tessile sul territorio nazionale.