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INDAGINE SUL SACRO ATTRAVERSO LA FIBER ART CONTEMPORANEA

  • Foto in evidenza: Patera e Sbra Perego – Clara Luiselli. Ph credit A.Sbra Perego

Già nei primi anni Sessanta dello scorso secolo, nel suo Religione e Futuro, Sergio Quinzio “Una parola che potrebbe tranquillamente essere cancellata dai nostri vocabolari, senza che nessuno dei nostri attuali concetti risultasse per questo inesprimibile, è la parola sacro”. Proprio a partire da questo termine e dal significato che assume nella contemporaneità, F’Art Spazio per le Arti Visive Contemporanee di L’Aquila ha promosso Luco, una mostra internazionale diffusa in diverse sedi del capoluogo abruzzese, patrocinata dal Comune. Tra le opere dei ventitré artisti/e selezionati/e sono diversi i lavori riconducibili alle tecniche e ai materiali tessili allestiti nei diversi spazi espositivi.

Il percorso si snoda a partire dal cortile di Palazzo Lucentini Bonanni, edificio storico che risale agli ultimi anni del XVI secolo, invaso da Ombra pericolosa, l’installazione monumentale di Carla Crosio realizzata in plastica riciclata intrecciata e cucita su rete metallica. Un’onda cupa generata dalla coscienza inaridita di questo tempo fatto di uomini che non conoscono altro limite che sé stessi, somma delle forze oscure che dilagano, che stringono man mano l’intero pianeta in un abbraccio mortale insinuandosi tra l’uomo e i suoi simili e tra questo e le altre specie e la terra stessa. Eppure, con un rovesciamento della prospettiva, cambiando il punto di vista, l’opera appare piuttosto ritirarsi sotto l’incalzare della luce. L’osservatore si trova così di fronte ad una lotta in fieri tra forze contrarie che si contendono il nostro tempo, tra buona e cattiva coscienza del mondo. L’installazione subirà riallestimenti successivi che mutandone dimensione e posizione evocheranno le sorti alterne di questo scontro il cui esito non scontato dipende in larga parte dall’uomo.

Carla Crosio,ph.credit L.Crosio
Carla Crosio, work in progress, ph.credit L.Crosio
Carla Crosio,ph.credit L.Crosio

Proseguendo lungo il corso Vittorio Emanuele, alla Galleria Italia, annessa al’Ex Albergo Italia e alla celeberrima Sala Baiocco che vissero a cavallo tra Ottocento e Novecento il loro massimo splendore, accolgono l’osservatore i grandi veli di Lucia Bubilda Nanni, disegnati/ricamati direttamente con la macchina da cucire meccanica e ispirati a Teresa D’Avila e al suo confessore Giovanni Della Croce riletti in chiave contemporanea. L’opera fa parte di un più ampio progetto iniziato nel 2017 – Isteria e Misticismo in sette Annotazioni, ovvero cinque donne, un uomo e una poesia – in cui l’artista indaga l’esperienza mistica di figure del passato in un parallelo contemporaneo. Dopo averne studiato a fondo le vite esemplari, infatti, Nanni ha cercato di individuarne le tracce nell’oggi restituendone la presenza del corpo in uomini e donne che ha conosciuto e che ha scelto intuitivamente per verificare le condizioni di possibilità dell’esperienza mistica domandandosi cosa significhi quest’ultima nel nostro tempo – una scelta, una malattia, un esercizio, una credenza?

Lucia Bubilda Nanni, ph.credit C.Marci
Patera e Sbra Perego - Clara Luiselli, ph credit A.Sbra Perego

Segue l’installazione di Clara Luiselli, Spazi per corpi in attesa della trasformazione, oltre venti supporti di metallo sui quali sono sospesi e uniti da un filo rosso e calamite i fogli di carta opalina su cui sono tracciate forme minimali di corpi tratti da opere d’arte del passato, privati del loro contesto originario e di uno sfondo, fluttuanti in uno spazio vuoto, sembrano in attesa di nuove opportunità di comprensione di tutto ciò che non è spiegabile. Tre disegni sono stati realizzati appositamente per questa mostra e tratti da altrettante opere ospitate in chiese della città.

Federica Patera e Andrea Sbra Perego, ph. credit A.Sbra Perego

Nella stessa sala, il tunnel di parole di Federica Patera e Andrea Sbra Perego, L’attenzione più quieta e lungimirante, installazione della serie Roots che indaga il legame tra sacro e giustizia. In particolare, il titolo si riferisce a una delle numerose radici verbali che ne descrivono il nesso relazionale, spesso ambiguo e sfuggente, dando vita a circa quattrocento parole.

Anneke Klein, ph credit A.Sbra Perego

Attraversandola si accede alla seconda sala dove è allestita Three weavers, installazione di Anneke Klein. L’artista olandese indaga attraverso l’arte il senso di eternità, qui in un gioco di echi e di ribaltamenti speculari, con un’installazione di tre elementi antropomorfi ispirati ad un ciclo di opere di Van Gogh che ritrasse numerosi tessitori rurali. Quasi un secolo e mezzo dopo Klein rielabora l’atmosfera e il senso di quelle opere completando idealmente quelle tessiture dando forma a tre figure che transitano sotto i nostri occhi del XXI secolo, proseguendo un cammino iniziato altrove e che altrove condurrà. L’arte dunque ci rende partecipi e consapevoli di quella eternità.

Michela Cavagna. Sullo sfondo Patera e Sbra Perego, ph.credit M.Cavagna

Dialoga nello stesso spazio con l’opera di Michela Cavagna, The dressed emptiness, realizzata con filandre in cashmere e lana, parte della ricerca dell’artista iniziata nel 2022 con Shaman/Shaman , un corpus di opere in cui indaga il significato profondo dell’invisibile, di quegli aspetti intangibili e indefinibili di cui si percepisce la presenza nei vuoti generati da un quotidiano che non lascia tempo e spazio alla riflessione, all’ascolto di emozioni, sentimenti, paure, relegando nell’ombra tutto ciò che non si riesce a decifrare con la razionalità. Dall’incontro tra il caos e le regole nasce l’equilibrio tra il pieno ed il vuoto; il nodo o, meglio, il groviglio, con il suo movimento perpetuo che non ha né inizio né fine rappresenta per l ’artista la sintesi perfetta tra il primo e il secondo, in una interconnessione che non ha soluzione di continuità e che dunque riconosce l’uno e l’altro come parti essenziali, uguali e diverse, di un medesimo elemento.

Giulia Spernazza - Donatella Giagnacovo, ph credit A.Sbra Perego

Nella terza sala si situano le due installazioni dedicate alla dimensione interiore e della preghiera: Catartica, di Giulia Spernazza, installazione che evoca un percorso di trasformazione espresso mediante il colore, la materia e la sua connotazione spirituale – un cerchio, forma simbolicamente associata alla trascendenza,  all’interno di un quadrato, figura che rappresenta la terra e che veniva utilizzata in antichità come modulo dei luoghi sacri (tempio); e Muta preghiera di Donatella Giagnacovo un’installazione composta di tre elementi – involucri di teli di stoffa di lino crudo tessuto a telaio meccanico circa negli anni ’60 – corpi incerti, fantasmi affrancati della certezza della propria consistenza tangibile o della propria identità, ritratti dell’essenza ultima della loro stessa umanità, che si offrono all’osservatore in un silenzio assoluto, privo dell’eco di richieste, invocazioni, ringraziamenti. È, il loro, un abbandono ristoratore, indipendente dalla devozione, che si trasforma in una preghiera laica, muta, eppure ancora e sempre rifugio consolatorio dalle nostre fragilità.

Panoramica, ph.credit M.L.Salvati

È infine negli spazi di F’Art Arti Visive Contemporanee, a pochi passi dal Duomo, che si conclude il percorso espositivo con le opere di quindici artisti/e di background e aree geografiche differenti. Qui si susseguono nelle sale le opere di Jacobo Alonso, con Soma, una scultura in moduli in feltro tagliati a laser e cuciti a mano, indaga la sacralità del corpo; Elizabeth Aro il cui O silencio, un libro in fogli di cotone ricamati, esplora la profondità spirituale del silenzio; Pietrina Atzori che con Nigra sum sed formosa restituisce in un’installazione modulare il percorso di ricerca attraverso il culto delle Madonne nere nel meridione d’Italia. E, ancora, le maschere in carta cucite di Cenzo Cocca, che alludono ad una memoria ancestrale che si fa esperienza individuale, tra passato e futuro, tra tradizione e spiritualità; le opere ricamate su tela di Barbara D’Antuono che mettono in discussione la capacità o la possibilità dell’uomo contemporaneo di avere fede in un mondo in cui si è costantemente sommersi da informazioni e immagini spesso contraddittorie, in cui la realtà é diventata sfuggente e tutti i sistemi valoriali sono stati scardinati e sconvolti; il Nuntius Dei dagli occhi cuciti di Magdalena Fermina, che davanti all’immagine di un angelo si domanda se ancora si abbia memoria e consapevolezza del suo significato originario e se, come altri simboli di cui abusiamo, non sia ormai soltanto un elemento decorativo senza contenuto.

Jacobo Alonso - Barbara D'Antuono

Evocano gli angeli – in particolare quelli della prima delle Elegie duinesi di Rainer Maria Rilke – le ali in tessuto e ferro ritorto di Monica Giovinazzi, la cui ricerca esplora l’inquietudine dell’uomo che si confronta con la propria fragilità, la fugacità dell’istante, l’impermanenza della propria esistenza, la precarietà della sostanza di cui è fatta la vita stessa. Florencia Martinez con la sua Pietà prosegue con quest’opera l’esplorazione della natura delle relazioni approdando infine alla sfera spirituale, ispirata dalla michelangiolesca Pietà Rondanini rappresentazione dell’assolutezza dell’empatia che fonde madre e figlio nel medesimo dolore, in un unico corpo in un abbandono in cui l’artista argentina identifica la perfezione dell’affidarsi, la più sacra, la più spirituale delle relazioni possibili, il superamento della paura che è la vittoria dell’uomo sulla propria solitudine. Miriam Medrez con le due opere della serie Sueños fugaces riconnette gli elementi della sua poetica ad una memoria arcaica che riaffiora talvolta fugacemente nello stato di incoscienza del sonno.

Pietrina Atzori

Un legame ancestrale con la terra, fili invisibili che ci mantengono in sintonia con l’energia del pianeta, con il ritmo delle fasi lunari, con le forze che governano la natura. Ispirata alla cosmologia mitologica, Sette Cieli è un’installazione di fili, nodi e tessiture di Saba Najafi: un lavoro che afferisce ad altrettanti livelli o divisione dei cieli, un concetto presente già nelle antiche religioni mesopotamiche e che si ritrova in forme simili in molte religioni. Pathos è invece l’opera di Giulia Nelli realizzata con i collant – materiale d’elezione dell’artista – che si ispira al momento della deposizione di Cristo dalla Croce, un episodio nella cui rappresentazione converge una pluralità di relazioni. Il compimento di un destino si fa qui per alcuni misura della fatica quotidiana, per altri testimonianza dolorosa, per altri ancora atto di fede.

Monica Giovinazzi

S’intitola Solidità il lavoro – di carte, fibre e filo – di Elena Redaelli, parte di un progetto più ampio, realizzato per la prima volta nel 2020 ed ancora in corso, che prevede un ascolto profondo del paesaggio e unisce pratiche collettive di esperienza fisica a una rielaborazione grafica del territorio. Si tratta di un frammento materiale di un momento sospeso durante il quale il contatto con la montagna e le sue forme ha riempito un vuoto. Gli Esercizi di volo di Beatrice Speranza rispondono al bisogno di leggerezza dell’artista, un desiderio di elevazione attraverso il quale ha compreso l’importanza di portare il cielo in terra. Singole opere, che nel loro insieme, creano un’installazione di nuvole realizzate con stampe fotografiche ricamate all’apparenza molto leggere ma in realtà ben radicate a terra con le loro basi di legno e acciaio. Chiudono la mostra due opere (non tessili): The pain of emptiness, la scultura in legno e ferro di recupero dell’artista danese Elisabeth Tronhjem che indaga la sostanza di cui è fatto l’uomo contemporaneo e la raffinata installazione di Yukoh Tsukamoto, HI FU MI (carta washi, polvere di conchiglia e foglia oro su legno) che, nel solco della tradizione shintoista, trova nella natura la matrice della sacralità.

Elizabeth Aro - ph.M.L.Salvati
Florencia Martinez - Yukoh Tsukamoto
Beatrice Speranza