• 27 Novembre 2022 11:12

ANDREA SIRIO ORTOLANI – OSART GALLERY MILANO

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*Foto in evidenza: African Textures, Osart Gallery, Milan, 2019, installation view of the exhibition. Courtesy Osart Gallery and the artists. Photo by Max Pescio

Andrea Sirio Ortolani. Courtesy Fabio Mantegna and Osart Gallery, photo by Fabio Mantegna.

Abbiamo intervistato Andrea Sirio Ortolani fondatore nel 2008 della Osart Gallery di Milano che sin dall’inizio ha sviluppato un percorso che esplora le esperienze artistiche più significative a partire da quelle degli anni Sessanta e Settanta, passando per i linguaggi della Body Art, dell’arte cinetica, della fotografia fino ad esplorare recentemente l’arte emergente africana.

Jeanne Gaigher, Sing into my mouth, Osart Gallery, Milan, 2021, installation view of the exhibition. Courtesy Osart Gallery and the artist. Photo by Max Pescio.
Jeanne Gaigher, Sing into my mouth, Osart Gallery, Milan, 2021, installation view of the exhibition. Courtesy Osart Gallery and the artist. Photo by Max Pescio
Jeanne Gaigher, Crackling Noise, 2021, ink and acrylic on canvas and scrim, 181 x 337 cm. Courtesy the artist and Osart Gallery. Photo by Max Pescio.

Dalle esperienze artistiche più significative degli anni Sessanta e Settanta alla scena emergente africana: la Osart Gallery è indubbiamente una realtà dinamica e che rimodula continuamente i propri orizzonti di esplorazione. Qual è il carattere fondamentale della galleria?

Una delle caratteristiche fondamentali della galleria è la ricerca, e l’attenzione alla qualità dei progetti proposti. All’inizio ci siamo concentrati sulla riscoperta di figure storiche dimenticate, ma di grande spessore e qualità, alternando – già tra il 2008 e il 2013 – questi progetti a mostre relative alla scena contemporanea, che hanno coinvolto artisti che successivamente sono diventati delle star internazionali, come Titus Kaphar, Lynette Yiadom-Boakye, e Hayv Kahraman. Ci siamo poi concentrati sul continente africano, perché ci sembrava una nuova possibilità di scoperta. La prima volta che ci siamo approcciati all’arte africana in questo senso è stata nel 2010, attraverso alcuni viaggi. C’era grande fermento, e di conseguenza stavano nascendo anche artisti di ottima qualità. Il problema più grosso era che ai tempi non esisteva un mercato interno o delle strutture istituzionali che potessero aiutare gli artisti ad emergere. Otto anni più tardi, visto che abbiamo sempre tenuto d’occhio quella scena, siamo ritornati prestando particolare attenzione soprattutto verso il Sudafrica e lo Zimbabwe. La situazione era cambiata in maniera sostanziale, con la nascita di nuovi musei e fondazioni private, oltre alle nuove gallerie che stavano cominciando ad affermarsi nel panorama internazionale. Da quel momento, abbiamo cominciato a costruire il programma che tuttora continuiamo a sviluppare e prende gran parte del nostro tempo e della nostra programmazione.

Kresiah Mukwazhi, Send me your nudes, 2018, mixed media, 189 x 314 cm. Courtesy the artist and Osart Gallery. Photo by Max Pescio

Dopo oltre un decennio di attività può tracciare un bilancio di come è cambiato il mercato dell’arte ed il pubblico che frequenta la galleria? E, secondo lei, in quale direzione si sta orientando?

In dieci anni è cambiato moltissimo, anche perché con lo sviluppo dei social e di internet le distanze si sono accorciate. Nel corso degli anni è rimasto uno zoccolo duro di collezionisti che ci segue, e che preferisce approcciarsi all’arte e alla galleria in maniera “fisica”; ma negli ultimi anni il collezionismo è cambiato in maniera radicale, e abbiamo raggiunto un pubblico internazionale molto più ampio. Con la pandemia c’è stata un’accelerazione del mercato e della comunicazione online, per cui la ricerca artistica e il collezionismo son diventati davvero globali. Diciamo pure che è tutto più veloce, quindi anche le carriere degli artisti, la loro visibilità, stanno avendo una accelerazione che prima era inimmaginabile.

Amelia Etlinger: An American Original, Osart Gallery, Milan, 2019, installation view of the exhibition. Courtesy the artist. Photo by Max Pescio.

Con “African Textures” e alcune delle mostre personali successive, il medium tessile ed i linguaggi della fiber art sono entrati nella programmazione abituale della Galleria. Come è nato questo interesse e quale riscontro ha ottenuto da parte del vostro pubblico?

Non c’è stata una volontà precisa nel seguire l’arte tessile o la fiber art, c’è stato più che altro un incontro con gli artisti che la utilizzavano e che noi reputiamo di grande qualità. Questi artisti sono riusciti a inserire la loro ricerca nell’ambito delle sperimentazioni vicine alla fiber art. Il pubblico ha recepito con entusiasmo questo tipo di operazioni, che spesso si avvicina e va di pari passo con la ricerca pittorica. Da un punto di vista commerciale, di godimento estetico e di contenuti, si tratta di un linguaggio espressivo che sta riscuotendo grandissimo successo.

Amelia Etlinger: An American Original, Osart Gallery, Milan, 2019, installation view of the exhibition. Courtesy the artist. Photo by Max Pescio.

Un suggerimento per chi volesse avvicinarsi a queste opere per conoscerne a fondo gli artisti e la loro ricerca?

In questo caso abbiamo la risposta già nella domanda. Per capire bene una certa ricerca, dobbiamo conoscere a fondo gli artisti. La cosa migliore da fare, se ci si vuole avvicinare al lavoro di un artista, è approcciarsi alle gallerie di riferimento, che svolgono un ruolo di intermediazione culturale e commerciale (quando si parla di gallerie private), facendo conoscere i giovani artisti a collezionisti e curatori, ma anche a tutti coloro che si approcciano al mondo dell’arte. Poi, quando si è incuriositi da un artista o da un progetto di una galleria, internet e i social permettono di tenersi aggiornati, di creare collegamenti e approfondire gli argomenti in modo molto veloce e comodo.

Dan Halter, Money Loves Money, Osart Gallery, Milan, 2021, installation view of the exhibition. Courtesy Osart Gallery and the artist. Photo by Max Pescio.

Cosa è cambiato con la pandemia e le sue conseguenze nella programmazione e nella gestione della Galleria?

Con la pandemia è cambiato molto. Le gallerie per esempio prima si facevano conoscere tramite le fiere di settore, e con la pandemia molte di queste manifestazioni sono state cancellate o rimandate. Il lavoro della galleria è cambiato in maniera sostanziale, anche perché gli spostamenti si sono ridotti drasticamente e la situazione continua a essere instabile. Adesso lavoriamo molto online, sia attraverso piattaforme specifiche che permettono la presentazione di progetti e opere, sia attraverso i social. I problemi, dal punto di vista gestionale, soprattutto per gallerie come la nostra, che lavorano con artisti di un altro continente, sono riuscire a mantenere i rapporti, crearne di nuovi, e portare avanti una ricerca e una programmazione a distanza. Ma credo che questi problemi interessino anche aziende che appartengono ad ambiti diversi da quello artistico.

Dan Halter, Things Fall Apart, 2021, hand-woven archival ink-jet prints, 189,5 x 89,9 cm. Courtesy the artist and Osart Gallery. Photo by Geena Wilkinson.

Quali sono i progetti a breve e lungo termine per la Osart Gallery?

Per quanto riguarda i progetti a breve e lungo termine, bisogna vedere se si riescono a realizzare. Abbiamo programmato una serie di fiere nazionali e internazionali che dipendono dall’evolversi della situazione. Dal punto di vista della programmazione, stiamo organizzando due mostre per il prossimo anno, sempre relative ai giovani artisti Sudafricani, che comprenderanno anche ricerche relative all’arte tessile, su cui però daremo altri dettagli nel momento in cui ci saranno più certezze.

Amelia Etlinger, Leaves Flowers, 1970s, embroidery, textile, mixed media, 24 x 62 cm. Courtesy Osart Gallery. Photo by Max Pescio.