• Ven. Ago 19th, 2022

Intervista a Jonida Xherri

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*Foto in evidenza: Intrecci particolare, copyright Jonida Xherri

Nata in Albania, Jonida Xherri vive da molti anni in Sicilia. Il suo lavoro coniuga arte e artigianato in un recupero di abilità e tradizioni transnazionali che appartengono a tutti i popoli: l’intreccio e la narrazione. Attraverso l’incontro e il confronto con l’altro, Xherri riporta al centro della ricerca artistica la relazione con gli altri come nucleo e base di ogni convivenza civile e rintraccia nella trasmissione orale e condivisa il momento in cui la cultura collettiva diventa patrimonio comune, si consegna da una generazione alla successiva, si fa memoria, riflessione, ricchezza emotiva, spirituale e sociale affrontando temi come identità, collettività, comunità.

Sei albanese e vivi in Italia. Un doppio patrimonio culturale da cui attingere per un’artista, una ricchezza che immagino confluisca nei tuoi lavori. Come e quanto ha influenzato la tua ricerca artistica?

Sono nata e ho vissuto in Albania fino a 22 anni; sono cresciuta amando la mia terra e contemporaneamente sognando l’Italia, in effetti il primo disegno della barca che nei miei sogni mi avrebbe portato in Italia risale all’età di 5 anni. Arrivata in Italia ho vissuto conoscendo e scoprendo la “bella città dei miei sogni” e allo stesso tempo in questi 14 anni qui l’amore per la mia Albania e la voglia di ritornarci più spesso è inconsciamente cresciuta. Per un periodo ho vissuto un vuoto sull’idea di casa mia, vuoto che poi attraverso l’arte ho trasformato in tappeti intrecciati come simbolo di accoglienza e ospitalità. Attualmente sento che la mia casa sono io e la mia arte, e quella casa viaggia con me ovunque io vada; perciò dico sempre che vivo tra Modica e tutti i luoghi che accolgono la mia arte. Considero la mia vita un unico intreccio con la mia arte perciò il mio sentirmi straniera in Italia ma allo stesso tempo sentirmi a casa mia ovunque, poiché appartengo alla terra (quindi a qualsiasi città del mondo dove mi trovo per un breve o lungo periodo) influenza e arricchisce quotidianamente la mia vita e la mia ricerca artistica.

O Italia o grande stivale. Copyright Jonida Xherri

Migrazione, diritti del lavoro, disabilità, ambiente: al centro del tuo lavoro ci sono sempre temi sociali ed istanze di grande attualità. L’arte è, dunque, – per te – impegno civile e sociale?

Vorrei pensare alla mia arte come un’arte popolare, amata, capita e vissuta da ogni persona che vive in una città, un’arte da piazza come luogo di incontro, scambio e passaggio; per questo spesso le mie installazioni vengono esposte all’esterno degli edifici in corsi o piazze, in modo che il loro messaggio “umano” possa arrivare a tutti. L’uguaglianza è la parte centrale di ogni mio progetto, perciò esponendo le mie installazioni in spazi aperti la mia arte diventa leggibile e fruibile da tutti in egual maniera.

 

Molte delle tue opere presuppongono anche una partecipazione possibile per chiunque. La scelta di tecniche accessibili ad ogni fascia di età e ad ogni abilità è funzionale proprio a questa idea di inclusione. Mi racconti come nascono e come si sviluppano i tuoi progetti e quali messaggi veicolano i tuoi lavori?

Penso che i temi che affronto siano temi che coinvolgono tutta la società e in tutto il mondo, per questo per me è sacra la partecipazione delle altre persone, perché così siamo tutti insieme a condividerne i messaggi. Tante delle mie installazioni/opere sono realizzate con la partecipazione delle persone che invito tramite associazioni, scuole o call aperte a chiunque. In questo modo partecipano persone di tutte le età (dai bambini agli anziani) e la tecnica è super semplice cosi nessuno si sente escluso neanche chi ha una manualità più lenta o chi non ha alcuna abilità manuale. Osservando le opere si capisce quali sono gli arazzi realizzati solo da me e quali intrecciati anche da altre persone: le trecce sono diverse, perché ognuno di noi ha il proprio modo di intrecciare e comunque non esistono trecce sbagliate, tutto ciò che viene intrecciato durante i laboratori lo inserisco negli arazzi.

Copyright Jonida Xherri

Copyright Jonida Xherri

Dunque la treccia e l’intreccio sono le tecniche più ricorrenti a cui ti affidi per realizzare anche grandi opere. Quali sono le ragioni di questa scelta? Quali materiali prediligi abitualmente?

Da quando ho avuto il Foglio di via dall’Italia dentro di me è cambiato qualcosa, spesso mi sono sentita persa, come se non appartenessi più a nessun luogo. Poi ho iniziato a intrecciare e ho ripreso il ricamo (che avevo abbandonato da anni), a volte rimanendo mesi interi a lavorare il filo fino a 16 ore al giorno, fermandomi solo per mangiare e dormire. Questo lavoro lento e manuale, mi ha aiutato a ritrovare tutte le mie energie, pian piano è stato come intrecciare e ricucire la mia anima e la mia identità e poi ho voluto uscire da quella stanza per condividerlo con le altre persone, assecondando un bisogno personale e collettivo di intrecciare e ricucire una società che appartiene a tutti senza nessuna distinzione.

Con gli arazzi e i tappeti realizzati in questo periodo ho portato avanti il progetto “Miëserdhët” (dall’albanese “Benvenuti”) un progetto legato al tema dell’accoglienza e dello scambio come vere ricchezze che le persone hanno bisogno di ritrovare. “Benvenuti” era uno spazio fisico di ospitalità d’artista che consisteva in una mia auto-residenza di 10 mesi, dall’aprile 2019 al 31 gennaio 2020. A uno straniero/extracomunitario servono 10 anni di residenza continua in Italia per poter fare richiesta di cittadinanza, la quale dopo qualche altro anno può essere accettata o rifiutata. Dopo aver trascorso i 10 anni in Italia, ho fatto richiesta e in attesa di risposta ho deciso di voler ricambiare l’accoglienza donando 10 mesi di accoglienza a tutti coloro che volevano essere accolti. Il progetto intendeva anche portare l’attenzione e la riflessione sui lunghi tempi di attesa per ottenere questo status. Nel corso di 3 anni avevo realizzato 10 tappeti di fili intrecciati con i miei disegni di bambina, esponendoli poi uno al mese lì dove ogni giorno ospitavo le persone offrendo tè e caramelle albanesi, caffè turco, ecc.  Inoltre durante i mesi di auto-residenza lo spazio è stato anche un laboratorio vivo, dove ho organizzato workshop con varie associazioni della zona (lo spazio era ubicato al Palazzo della Cultura di Modica,e messo a disposizione dal Comune).

I materiali che uso sono vari; tessuti, fili sintetici, cottone, lana; faccio una scelta principalmente economica e quando riesco a recuperare materiale riciclato lo utilizzo sempre.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi lavori?

La mia arte è la mia autobiografia: io sono la mia arte e la mia arte è me, insieme a tutte le persone che ho intrecciato nel mio percorso di vita e di arte.

Copyright Jonida Xherri

Copyright Jonida Xherri

Le parole sono l’altra componente fondamentale nelle tue opere, l’altro ‘materiale’ insostituibile. Cos’è la parola per Jonida Xherri artista?

Ultimamente abbiamo perso l’importanza delle parole, le usiamo senza porre la giusta attenzione sul loro significato e sull’impatto emotivo che hanno sugli altri. Per questo in tanti dei miei progetti parto con un workshop dedicato alle parole, spesso sono loro che vanno intrecciate e ricamate negli arazzi.

Così ad esempio nel progetto Perle di accoglienza, un tappeto a strisce realizzato collettivamente, ricamato con paillettes e perline. Accoglienza è un termine sacro legato all’ospitalità tra esseri umani. Ad oggi le strisce del tappeto arrivano a 250 metri di lunghezza. Il tappeto è stato srotolato sulla scalinata di San Pietro a Modica, sul sagrato della Pieve di San Piero a Sieve, sul pavimento delle Logge Comunali di Vicchio, a Lampedusa ed in altri luoghi e continuerà a girare in altre città dove si aggiungeranno altri pezzi.

E ancora il progetto O Italia, o grande stivale, non cacciarmi di nuovo a pedate” che nasce dalla citazione di Emanuel Carnevali, poeta e migrante Italiano, di ritorno in Italia nel primo ‘900. Il progetto vuole dare voce alla storia personale di ogni singola persona in Italia e in Europa, e vuole sensibilizzare sui temi dell’immigrazione, crisi e conflittualità. La frase, viene riproposta oggi da italiani di nascita e italiani di sentimento, italiani che vogliono emigrare e italiani che vogliono restare sperando in un’Italia migliore; immigrati che si trovano in Italia per caso o per scelta, che la vedono come terra di passaggio o come approdo per costruire una vita. In questo arazzo di un metro per dieci di lunghezza, ogni treccia simbolizza la storia del suo autore e del luogo in cui prende forma, trasformando cosi una storia ed un luogo personali in universali. Questo arazzo è stato esposto, tra gli altri, all’Auditorium di Modica, al Museo del Territorio MUST di Vimercate, a Salemi, alla Biblioteca di Santa Croce sull’Arno, a Palazzo Spadaro a Scicli, a Borgo San Lorenzo, al Museo del Dialogo e della Fiducia del Mediterraneo a Lampedusa.

“Racconti intrecciati” è invece un progetto che trasforma una “mappa geografica” in una “mappa emotiva” fatta di parole e racconti. Tre arazzi/tappeti ognuno con 12 parole – tante quante le ore e i mesi – che sollecitano la riflessione sul tempo (esposti al Museo del Crudo di San Sperate, a Salemi, Segesta e Gibellina).

Oppure “Intrecci in movimento” un’installazione realizzata durante una residenza d’artista ad Amatrice con un workshop partecipato dagli abitanti del territorio. Presso la Casa delle Donne di Amatrice e Frazioni e con il gruppo delle ricamatrici di Amatrice abbiamo lavorato condividendo il tempo e la narrazione trovando la sintesi tra passato, presente e futuro – simbolicamente rappresentati nei tre fili che abbiamo utilizzato – in alcune parole più significative che sono andate a comporre sei arazzi – uno per ognuno dei 5 anni trascorsi dal sisma ed uno con la visione per il futuro.

Copyright Jonida Xherri

Copyright Jonida Xherri

C’è un’opera a cui lavori da anni e che è legata alla tua richiesta di cittadinanza. Mi racconti di che si tratta?

Nel 2015 ho saputo casualmente di essere ricercata dalla Questura di Ragusa e ho ricevuto un Foglio di via dall’Italia con tempo massimo di 15 giorni. Il motivo era il mio reddito basso, anche se in realtà io vivevo tra Modica e Firenze e studiavo con borsa di studio all’Accademia di Belle Arti di Firenze. È stato il primo momento in cui ho capito che legalmente ero solo una straniera/extracomunitaria in Italia e che qualcuno poteva decidere di infrangere i miei sogni con un semplice foglio di carta. In seguito ho scoperto che ogni anno venivano consegnati tantissimi fogli di via e se io ho avuto la mia famiglia ad aiutarmi e la possibilità di pagarmi un avvocato, tante altre persone potrebbero non avere la mia stessa fortuna. Da quel momento la mia ricerca artistica si è concentrata molto di più sui temi sociali; ho deciso, almeno nel mio minuscolo universo artistico, di dare voce alle ingiustizie, ai più deboli. Tra tutti i progetti che ho realizzato da allora, c’è “Cittadinanza” attualmente in fieri e che si concluderà quando riceverò la cittadinanza italiana. Ho iniziato a fare delle trecce ai miei cappelli durante ogni presentazione di un mio lavoro o progetto ed a tagliarle conservandole per poi rifare nuove trecce e tagliarle. È un progetto legato alla paziente attesa della cittadinanza, scandita dalla lenta crescita dei cappelli, che focalizza l’attenzione sull’ingiustizia che un semplice foglio di carta faccia la differenza tra le persone. A gennaio 2022 saprò l’esito della mia richiesta e da quel momento lavorerò alla mia installazione delle trecce raccolte in tutti questi anni.

Copyright Jonida Xherri

Copyright Jonida Xherri

A quale progetto stai lavorando e cos’hai in cantiere per il prossimo futuro?

Ho lavorato a “Radici fuori confine” un progetto che parla di migrazione partendo dagli spostamenti degli uccelli, degli animali, degli insetti, della natura nella sua globalità – dalle piante fino agli esseri umani. Non c’è un inizio o una fine della migrazione in quanto fenomeno, perché migrare è spostamento e movimento, e dunque impossibile da fermare perché sarebbe come fermare la vita. Il mondo è un luogo di incontri, ma noi abbiamo creato i confini che valgono solo per i più deboli. Le piante da sempre oltrepassano questi confini, fioriscono e riportano la bellezza della “migrazione delle radici”. Ogni fiore è un seme e una radice, che è nata in un paese ed è stato trasportato e piantato in tanti altri paesi. Partendo da questa riflessione, ho creato questo labirinto di fiori ricamati di 10×10 metri, all’interno del quale si può camminare e scoprire la storia migratoria di ognuna delle piante. Il progetto è stato presentato al Scienze on Stage Festival di Faenza.

Sto lavorando anche a “hŏmō – natūra – politikḗ per porre l’attenzione sulla relazione tra uomo- natura-politica, un invito a riprendere il rapporto di rispetto e amore con la natura, con la terra che ci accoglie e allo stesso tempo un appello agli uomini politici in tutto il mondo per tornare al senso originale della politica che deve proteggere l’essere umano e la terra che ci accoglie, anziché creare confini che non sono naturali poiché la natura riconosce esclusivamente quello tra l’acqua e la terra. Sono i confini fisici e mentali tra persone/razza/cittadinanza a mettere l’uomo contro l’uomo, dividendo le persone in serie A e B. Questo progetto verrà realizzato nella residenza di Stand up for Africa curata da Pietro Gagliano a Pratovecchio.

Attualmente a Modica si può vedere anche una mia installazione: “Le Gelsominaie di ieri, oggi e domani” un omaggio ai lavoratori e soprattutto alle lavoratrici di tutto il mondo e una denuncia dello sfruttamento e della negazione dei diritti ai lavoratori che ancor oggi vengono maltrattati e restano invisibili: è questo il significato profondo legato alla storia delle Gelsominaie, esposto sulla facciata esterna del Centro di ascolto Caritas a Modica accolta da Casa Don Puglisi. Nel I e II dopoguerra tra tante produzioni agricole di Sicilia e Calabria c’era quella dei fiori di gelsomino, molto richiesti dalle aziende in Italia ed Europa. A causa dello sfruttamento disumano dei lavoratori in Sicilia, nell’agosto del 1946 scoppiò una rivolta tra le gelsominiane di Milazzo che ottennero il raddoppio della paga. Questo arazzo, 150×800 cm solleva la riflessione su tutte le realtà di lavoro in cui ogni diritto è negato, ad esempio quella terra di mezzo degli invisibili nei campi dove spesso le persone sono senza “identità legale”. La lotta per i diritti del lavoro non può essere considerata finita finché anche una sola persona in qualsiasi parte del mondo continuerà ad essere sfruttata.