INTERVISTA A LOREDANA GALANTE

Come acque versate, tecnica mista e stampa su tessuto con intervento a ricamo,100x 70 cm, 2021

Inglese

Loredana Galante è un vulcano sempre attivo il cui entusiasmo e creatività non solo ti coinvolgono ma ti travolgono. Non scriverò un’introduzione perché questa intervista svela davvero molto e non avrei altro di interessante da aggiungere a quanto lei stessa ha generosamente raccontato di sé e del suo lavoro di risposta in risposta.

Umarmung, 2017-2019 stampa fotografica, centrin Dimensione 70 x 100 x 8 circa ph. Antonio Delluzio

Tutti i tuoi lavori e le tue performance trattano temi serissimi eppure osservandoli o sfogliando i molti testi che ne parlano due sono i termini più ricorrenti in cui mi sono imbattuta e che, confesso, anch’io utilizzerei per definirne la cifra: ludico ed ironico. Ci vuole un talento non comune per maneggiare una materia delicata come – ad esempio – l’inconscio, il trauma, il femminile con cura e abilità tali da riuscire a comunicarla attraverso un linguaggio giocoso. È lo specchio della tua visione della vita che applichi anche alla tua arte oppure è frutto di un percorso artistico e della tua ricerca?

Il gioco e l’ironia appartengono alla mia famiglia così come una predisposizione al pathos e la duplice capacità di calarsi totalmente nelle esperienze drammatiche senza lembi di separazione e di vivere la quotidianità con il clima e l’affezione con cui si organizza una festa a cui tieni. Le difficoltà rimangono cosa privata e si resti tuiscono solo gli elementi salvifici come l’ironia e la garanzia di un sorriso. Questa modalità la spiegherei come discrezione ma anche, forse, una forma di vergogna mista a timore di dichiarare la sofferenza. Una difficoltà a sentirsene autorizzati.  Questa analisi descrive i nostri grovigli formativi, la vediamo chiara e verso gli altri da noi, siamo molto più comprensivi ed inclusivi. Per la promozione di giochi, feste, momenti di aggregazione e di ospitalità siamo allenati fin dalla più tenera età, generazione dopo generazione.

Credo che la risposta sia nel passaggio dal sentire al restituire. Mentre sul sentire hai i tuoi canali che hai affinato, con cui ti sei confrontata, compresa, gestita. Canali che ti appartengono e che ti rappresentano anche quando dormi, la restituzione la puoi pianificare. Puoi selezionare cosa ma soprattutto come ti racconti. Nella mia vita e nel mio lavoro ho adottato una scelta simile. Nella vita tengo per me afflizioni ed eventi spiacevoli, cerco il più possibile di relazionarmi agli altri quando ho sufficiente entusiasmo ed energia per essere propositiva, leggera. È una riservatezza che non è segretezza ma è rispetto per lo spazio dell’altro. Le pratiche buddiste, la formazione di counselor, le mie ricerche mi hanno fornito anche un’autonomia di contenimento. Non devo esondare, non ho bisogno di confusione sulle cose importanti. Non ci sono risposte da nessuno nel rumore. Non voglio dire che non ho bisogno degli altri, come quasi tutti necessito di conferme, esigenza acuita da un lavoro a cui, salvo eccezioni serve un pubblico, parla a qualcuno che Ascolta, se interessato. Vorrei essere quella persona che ti fa stare meglio di quando sei arrivato ed è la stessa esperienza che vorrei riproporre con il mio lavoro. Il mio è uno spazio di ristoro e di conforto e se vuoi giocare io sono sempre pronta. Perché con la mia Famiglia tutte le volte che si può si gioca, si ride e si fa la Festa dello stare Insieme. Con l’ironia ridisegni la vita, prendi un po’ di distanza e rivedi le proporzioni. Se devo debordare, voglio debordare di entusiasmo e di fiducia anche quando ti sembra uno sforzo insostenibile. Io desidero creare Conforti, aree sosta attrezzate, piscine con i sali profumati per pediluvi sociali, aiuole a forma di cuore, Sottane Madre. Non voglio aggredire, entrare dentro.  Voglio creare spazi di contenimento, lasciare entrare, salutare le diversità e consolare con le Similitudini come manifesti di Comprensione.

Sottana Madre, 2017 tessuto, ricamo, pizzo, uova di plastica, filo, 85x200cm

La relazione è uno dei temi portanti (se non IL tema) della tua arte. Qual è il senso del tuo lavoro? Quali messaggi veicola? Quali riflessioni solleva?

Il mio lavoro è osservare, catalogare, comporre. La Relazione è lo stimolo ed è l’obbiettivo, un prima ed un dopo, assolutamente interscambiabili in una riproposizione all’infinito. Contiene le contraddizioni compreso quella del suo valore contributivo contrapposto ad un sospetto di totale ed inquinante inutilità. È un ambito dove far tornare i conti, il laboratorio alchemico delle esistenze che ci si dedicano, uno strumento di crescita. Il mio riscatto dall’anonimato ma anche il mio strumento di volontariato sociale.

Il senso è sostenere la selezione delle mie cose importanti: i sentimenti, le emozioni, gli altri, la Casa che ci ospita.

Veicola un incitamento alla responsabilità ed alla partecipazione, una visione sistemica, un fortissimo bisogno di Rispetto. La riappropriazione di tempi di sospensione, lentezza, dilatazione dei tempi di reazione a favore dei tempi di elaborazione. La mia produzione si esterna in un disegno, un dipinto, un‘installazione, un’esperienza.  Sotteso a tutti c’è quel desiderio di rimanere impigliati ad una frazione di poesia e di bellezza salvifica, la grazia della misura, l’eloquenza del silenzio. Con il riciclo ed il salvataggio delle cose c’è anche un desiderio di ridurre i consumi, gli accumuli, il superfluo, sottrarsi dai falsi appagamenti temporanei e per quanto possibile all’ imperare delle omologazioni. Oramai l’incuria ha una fortissima incidenza sul mio umore.

Le mie call to action, i miei laboratori veicolano lo stesso desiderio di sensibilità e di attenzione e cercano di essere funzionali al benessere. Sono rituali partecipativi e trasformativi. Se un sussurro, una carezza può incidere, questo è il mio lavoro: un atto dì Fede.

Ragni Tessitori, lavoro alluncinetto e bottoni misure variabili2014, 2021

In questo esercizio di confronto e inclusione dell’altro rientra anche la creazione di To be kind uno studio/atelier d’artista sui generis

I metri che ho abitato ed in cui ho lavorato sono sempre stati uno spazio di transito, così massiccio da perderne talvolta il conto. Alle mie pareti mi affeziono morbosamente perché circondano il proscenio di tanti accadimenti importanti, delle interazioni e dei legami. To be kind è l’ultimo dal punto di vista cronologico, ha cinque anni ed il più grande come metratura: 270 mq. Si trova a Milano ed ha ospitato mostre, teatro, poesia laboratori, the time, eventi e certamente Feste. Il logo ha un cuore formato dalla B (be) e dalla K di Kind e campeggia sulle shopper di tela per portare in giro il mio invito.

Courtesy Loredana Galante

Courtesy Loredana Galante

Tra i progetti degli ultimi anni cui sei particolarmente legata ci sono i Ragni Tessitori. Mi racconti di cosa si tratta?

I Ragni sono creature operose che con virtuosismo e pazienza tessono meravigliose e preziosissime reti. Come le Relazioni s’impiega tempo e risorse per costruirle ma sono sensibili e fragili. Un refolo di vento o una disattenzione può distruggerle o comprometterle. I centrini ed i bottoni sono stati raccolti da persone conosciute e non attraverso call sui social. Il tempo del ritiro è tempo dedicato all‘Incontro. La raccolta è un catalogo analogico di storie ed al contempo un modo per salvare le “cose” e prolungarne la vita.

I centrini, oggetti demodè, concentrati di tempo e di capacità manuale rivestono le forme ragnose e creano ragnatele le cui ombre si proiettano creando spazi di composizione come è accaduto al Macro di Roma. Il filo con il suo valore simbolico e la sua tattilità ci fa entrare ed uscire, circondare, fissare.

Disegnare con il filo per me ha il candore e la grazia di una preghiera, l’intropezione di una meditazione.

Le ragnatele dalle forme più variegate, sospese tra spazi ed appuntate ai lati, si dimostrano fragilissime, così come lo sono le relazioni tra umani. Giorni, anni per costruire qualcosa che una parola proferita distrattamente, un gesto maldestro possono distruggere. Aggiustare è molto più difficile, ci vuole ancora più attenzione, occorre riconoscere i fili spezzati e trovare il modo di ricomporre l’armonia del disegno. Le piccole ragnatele sono reti eteree di un’appartenenza consapevole da proteggere e rispettare.  Il ragno di Tana: riparare dentro costruito in un periodo d’isolamento forzato ha uno spazio, una tana che accoglie le parti sensibili e vulnerabili: il naso e le bocca. Questi mesi, durante i quali proteggere le nostre relazioni ha richiesto di frapporre una distanza fisica, sono stati un periodo in cui rivedere e risettare tutti i rituali comunitari a cui eravamo abituati.

Pantoufles au crochet, 2020, 11x25x 8 cmpantofole, uncinetto e ricamo

Tokyo, Shengzhen, Teheran e poi il Messico, il Burkina Faso…hai portato le tue performance ed il tuo lavoro in diversi contesti geografici e culturali. Come cambia l’esperienza, soprattutto performativa, nei diversi luoghi?

Cambia. Se vuoi comunicare devi innanzitutto preoccuparti di essere comprensibile. Se vuoi incontrare qualcuno, iniziare a camminare, un passo dopo l’altro verso di Lui/Lei. Ogni luogo è stato frutto di circostanze ed inviti molto diversi fra di loro. Una mostra, l’inaugurazione di un museo, un periodo di studio e documentazione, un progetto Unesco… In Iran portavo il velo ed indossavo vestiti appropriati, in Cina indossavo l’abito della collezione della stilista Hui Zhou Zhao del museo Each Way di Shengzhen

La lunga sottana/vestito concepito per scendere dal soffitto del museo, cela all’interno una Wunderkammer, un piccolo inventario d’immagini, memorie, segreti, cartoline da mondi nuovi, souvenir dall’Occidente e dall’Oriente. Forme, oggetti incontrati, riconosciuti e raccolti, testimoni di un rituale di celebrazione dell’eccezionalità dell’attimo. L’abito fiume lascia scorrere su di sé il tempo e trattiene alcune reliquie del quotidiano, frammenti di un gesto poetico che include tutti.

In Burkina Faso accampata in mezzo al nulla con una tenda che si allagava e toilette en plein air, lavoravo ricercando un po’ di ombra con i piedi in un secchio d’acqua…

L’intento comune a tutte le esperienze è quello di accorciare le distanze. La performance è un accadimento emozionale che ha la giusta intensità solo se è fortemente partecipato. Tutto il mio lavoro, senza gli altri, non ha ragione d’essere e non ha energia. Lo sguardo sul mondo, è uno sguardo di costante meraviglia. Le mie opere e le mie azioni s’inseriscono nel luogo inconsistente ed ideale della possibilità, dell’osservazione sospesa, dell’inatteso. I miei accadimenti sono annunciati da sussurri ed hanno la consistenza sottile e la permeabilità della pelle. Io odio i petardi e soffro per gli uccellini che ne muoiono.

Cornucopia, Libri, 2013-2019, 230 x 90 x 50 cm. circa, tecnica mista stoffa ricamo oggetti vari

Come si è evoluto il tuo lavoro nel corso degli anni?

Da quando? Nella mia vita sono più gli anni che ho dedicato al mio lavoro di quelli in cui non avevo ancora cominciato. Una fedeltà ed una costanza di un certo tenore. Sono costretta ad ammetterlo, “Se cado in un tombino, a parte mia mamma, non se ne accorge nessuno!”: con questa frase mi sono spesso “scherzata addosso” mettendo pure mio marito in quel “nessuno”.  Quella questione di esistere se ti cercano, ti vedono, ti ascoltano e ti comprano almeno quanto basta per chiamarla la tua professione, per badare a te ed alle tue Creature.  Mi sono mossa includendo nel mio fare tutto ciò che mi piaceva, non senza autorizzazioni da parte mia che arrivavano con il tempo, l’esperienza, i corsi, l’urgenza. La performance e le azioni relazionali sono arrivate dopo la pittura e dopo ancora l’installazione. Ad oggi non rinuncio a nulla. Mi muovo tra i media con un mio codice di coerenza, non leggibile o accettabile da tutti, in alcuni casi antifunzionale.

Quel po’ di saggezza che ho raccattato pagandola al caro prezzo degli anni già spesi direi che non l’ho lesinata. Ce l’ho buttata tutta dentro. Sono cambiati i “rumori” ed i “ritmi” ma le intenzioni si assomigliano, mentre quella energia egoriferita veniva sostituita da giovanilistiche strategie di automantenimento in forze perché di energia, di tempo, passione ce ne metti veramente tanta. Un ormai obsoleto meccanismo di produzione d’entusiasmo lavora a pieno ritmo. Non lo cambierei con niente di più sofisticato o digitale. Rimango delle Etnia minoritaria degli analogici.

Le Portatrici 2020/21, ricamo e tessuto su tende d’epoca

La gentilezza è un altro leitmotiv della tua arte ed è anche al centro di un progetto in progress – La rivoluzione gentile. Mi spieghi di che si tratta e come si partecipa?

“Cos’è una Rivoluzione? Un sovvertimento, uno sconvolgimento da mettere in atto repentinamente e bruscamente o anche un intento di coerenza e di sforzi reiterati per immettere nell’ambiente una, seppur piccola, particella di cambiamento.

Da dove comincio la mia Rivoluzione Gentile? Dal contemplare i fili d’erba senza strapparli, dal sanificare i miei pensieri prima di dare loro il via libera, sentirmi parte di un unicum a cui partecipare con la mia versione migliore, “non lesinare la mia vita”, compiere offerte, coltivare nel silenzio la gratitudine, non sprecare, farmi carico della mia ed altrui vulnerabilità…

La Gentilezza la coniugo e la alleno in tutta la sua gratuità. Frutto di un’inclinazione esistenziale all’abbondanza, alla condivisione, agli occhi umidi. Un’inclinazione che innesca un meccanismo di reciprocità, che si autoalimenta.

Le cause della Rivoluzione Gentile hanno effetti immediati ed effetti latenti i cui petali si schiuderanno a tempo debito. Per arruolarsi tra i requisiti sono importanti la fiducia e la pazienza.

La Gentilezza è demodé e troppo poco sensazionalistica per essere notata in fabbriche cacofoniche ed accelerate, ma c’è chi la pratica. La corazza in dotazione è minima, permeabile, fragile. Ci vuole tempo per assimilare, accogliere, ricucire, rammendare strappi e ferite ma anche per ammirare il disegno fatto con il filo di parole scelte, scenari rassicuranti, costellazioni sentimentali. È traguardo indicatore di serenità e di piacere di vivere. Per questo è così difficile. Bisogna uscire dal clima di carestia, spogliarsi delle paure per muoversi leggeri alla costruzione di un sentire comune, un edificio instabile costruito sulle sabbie delle nostre incoerenze e dei nostri sospetti, che va rinforzato, puntellato, presidiato giorno e notte restando svegli ed disposti ad ascoltare.”

Hai appena letto il mio manifesto che ha le sue origini dalla presa in carico del mio cognome: GALANTE. Per partecipare “armarsi” di strisce di stoffa di recupero e scrivere, disegnare, ricamare messaggi d’inclusione, armonia ed attenzione rivolti ad una logica di bene comune. Aspetto da chiunque e da ovunque una frase, un pensiero, un’intuizione che abbia la finalità d’irradiare frequenze di trasformazione e di cura, perché La Rivoluzione Gentile non è solo una mostra, è una proposta da pensare insieme, un’onda di miglioramento che parte da noi stessi.

A due generazioni di distanzatoujour la meme feuille

Un anno, quello trascorso, che ha rallentato tutto il sistema arte. Da dove si riparte e cosa è cambiato o deve cambiare secondo te? Tu, in particolare, che progetti hai per il prossimo futuro?

Io riparto da Milano dopo sette mesi a Camogli, un temporary space del To be kind con un giardino che permettesse di dimenticarsi la costante della mascherina. Non ho mai smesso di lavorare, produrre, esporre, spiegare, rispondere. Avevo un credito di Mare che ho cercato di risarcire, la voglia di osservare le gemme spuntare ed i fiori sbocciare.

La mostra La Rivoluzione Gentile presso la Fondazione Dino Zoli di Forlì, nata a seguito della Residenza d’artista Premio Arteamcup 2019 inaugura a settembre e sarà visitabile per tre mesi. Il COVID ha posticipato l’inaugurazione ma ha permesso tempi di dedizione al lavoro più lunghi e ragionati. La raccolta delle strisce non vorrei che si concludesse con l’inaugurazione. La riflessione che invito a fare vorrei che raggiungesse più persone possibili e che ognuno portasse la sua idea, proposta, augurio, incoraggiamento.

Futuro…

Io penso che i bilanci in una scelta professionale come la nostra siano frequenti, si misurano i risultati ma si rilevano i cambiamenti. Alle volte ho sentito parlare d identificazioni con il proprio lavoro. Le identificazioni sono vincolanti e riduttive. Penso invece che ogni attrito tra l’essere ed il fare in questo lavoro sia insopportabile.  Proprio perché è un lavoro che parte da te ed è costituito e non solo eseguito da te. Penso che sia così quando ci si sente materia e sostanza del proprio lavoro. E lo vedo in tante mie colleghe che lavorano in n certo modo. Ciò che produciamo è contenuto e contenitore. Entrambi devono corrispondere ed essere riconfermati quando si cambia. E cambiare è insito in ogni passaggio.

Quindi il mio programma è sempre una verifica della mia energia e della mia motivazione. Potrei raccontare la complicata gestione dei desideri e delle aspettative ma preferisco che le immaginiate sfogliando i miei cataloghi o venendomi a trovare al To be KInd

Se siete arrivati in fondo a questo romanzo: o vi siete avvicinati a me o volevate vedere se ad un certo punto avrei interrotto questa litania per diventare più divertente così come mi raccontano. Io sono nata a Genova e quante volte rido pensando a quella frase di De Andrè “si sa che la gente dà buone consigli quando non può più dare il cattivo esempio”.

In realtà “dare il buon esempio” non ha una stagione così come gli “Amori”.

Allora PEACE and LOVE. Ce n’è un grande bisogno!