Intervista a Olga Teksheva

Serie "Dragonfly", “Birth of Shape”, 2019, cm.120x170, tessitura a mano con corda, lana e tessuti; ricamo a mano su collage di tessuti, lavorazione con perline

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www.olgateksheva.com

Nata a Mosca, classe 1973, romana di adozione, Olga Teksheva è un’artista tessile che attinge ad un bagaglio culturale e personale multietnico e cosmopolita per creare sculture ed installazioni dalla narrazione complessa. Le sue sono opere ‘stratificate’ in cui si alternano collage tessili, ricami, elementi lavorati all’uncinetto, interventi tessuti a mano e che ambiscono a instaurare una relazione immersiva e tattile con il fruitore trasformando lo spazio che lo circonda.

Olga Teksheva  ph.credit Velia Littera

Un lungo viaggio attraverso la moda, la comunicazione, l’arte per approdare alla Fiber Art: ci racconti il percorso che ha portato fibre e tessuti nella tua ricerca artistica?

Innanzitutto metterei “art” piuttosto che “fiber art” o “textile art”. Le definizioni precise mi sembrano un po’ limitanti. Sono un’artista contemporanea che usa i tessuti e le fibre come mezzo espressivo, scolpisco con i tessuti. Fin da piccola ero appassionata di tessuti, raccoglievo i pezzettini di stoffe con cui mia nonna e mia madre cucivano i vestiti e ne facevo delle “composizioni” per terra, vere installazioni tessili, anche se a quattro anni non ne sapevo nulla di installazioni!

Sognavo di diventare stilista o di occuparmi di stampe sui tessuti. Purtroppo non era possibile visto che mi sono diplomata nel 1990 quando il mio paese stava crollando. Mancava tutto: il cibo, i vestiti, la sicurezza nel futuro, soprattutto. Sotto la pressione della famiglia ho scelto una strada più “sicura” iscrivendomi all’Università Lomonosov di Mosca, alla facoltà di Storia dell’Arte. Questo percorso mi avrebbe permesso di lavorare come critica d’arte, come giornalista, come insegnante… Al primo anno degli studi cominciai a fare l’assistente alla textile artist russa Natalia Muradova, imparando a scolpire con i tessuti, a fare i batik, a tessere. Credo che sia stata un’esperienza decisiva per me. Al terzo anno cominciai a collaborare con un quotidiano, la “Nezavisimaia Gazzetta” per la loro sezione dedicata alla moda. Scelsi “Storia del costume del teatro Kabuki” come tesi di laurea e da quella scelta è nato il mio amore sconfinato per l’arte e la cultura giapponesi, un’altra influenza fondamentale per il mio percorso artistico di oggi.

Procedevo con la carriera nella moda, collaborando con le riviste “L’Officiel” e “Collezioni” in lingua russa, insegnando Storia del costume, Storia della moda e Arte contemporanea agli studenti della facoltà Fashion Design dell’Istituto Nazionale del Design a Mosca. Ma non riuscivo a sentirmi “me stessa”, avevo la sensazione di vivere la vita di un’altra persona. Per “fare qualcosa per la vera me” cominciai a frequentare il corso di disegno e pittura presso lo Studio Ludmila Ermolaeva, un altro evento decisivo. Fui fortunata ad incontrare un’insegnante meravigliosa, piena di creatività e con un approccio individuale per ogni studente. Soprattutto, appassionata di tessuti quanto me!

Nel 2008 decisi di prendere un paio di anni “sabbatici” e venni a Roma a fare il corso di Fashion design all’Accademia di costume e di moda. Progettando le collezioni come stilista capii che l’unica cosa che mi interessava era lavorare con i tessuti, drappeggiare, sperimentare con le superfici, imparare il ricamo alta moda. Perfino la mia collezione finale sembrava una serie di sculture in seta shantung, e infatti nel 2011 fui invitata a farla sfilare nell’ambito del Feudi di San Marzano Festival d’Arte Contemporanea.

Dopo la nascita di mia figlia ho abbandonato completamente la carriera di giornalista e ho deciso di osare quella artistica come sognavo da sempre. Nel 2015 sono arrivati i primi esperimenti con il ricamo contemporaneo (non era facile rinunciare alla base di ricamo alta moda, ma volevo rivisitare e stravolgere tutto!). Nel 2017 ho allestito la prima personale, “C’era una volta un pesce seduto su un albero”, al Villino Corsini a Villa Pamphilj a Roma; proprio per quel progetto ho realizzato la mia prima installazione con le fibre di grandi dimensioni. Da quel momento non c’era strada di ritorno, ero completamente immersa nell’ideare, sperimentare, produrre opere d’arte con tessuti e fibre.

“C’era una volta un pesce seduto su un albero”, cm.450x500x250, Villino Corsini Villa Pamphilj, Roma, 2017

C’è nel tuo lavoro una cifra fantastica, quasi magica; quali ne sono le radici e quali le tue fonti di ispirazione?

La natura è la fonte di ispirazione più forte; ogni nuova serie di opere tessili inizia con la ricerca grafica, gli studi delle superfici degli oggetti naturali – i pattern sui sassolini, la corteccia degli alberi, lo ”scheletro” di una foglia trovata per strada, le conchiglie…Da questa ricerca nascono i “segni” che poi vanno introdotti come punti del ricamo. Secondo me, non esiste una fonte più fantastica, più magica della natura.

Questo amore, quasi un’adorazione religiosa per il mondo naturale, ha le radici nella mia infanzia. D’estate andavo nel paesino di origine dei nonni paterni che si trova nelle steppe sconfinate nel sud della Russia, un territorio con una grande storia, dove per secoli sono esistiti i grandi imperi dei popoli delle steppe e, perfino nel XX secolo, si potevano vivere le culture tradizionali sciamanistiche. La sorella di mia nonna praticava la medicina tradizionale a base di erbe e canti magici. Era una persona che aveva un profondissimo rapporto con la natura. Mi ricordo ancora come ogni mattina, uscendo di casa, salutava il cielo, il sole, parlava con le piante nel suo giardino e con i suoi animali. Questo rapporto di amore e amicizia con la natura mi ha influenzato tantissimo. Alcune opere diventano quasi “totem”, oggetti magici con una volontà propria ed un’energia vitale. Infatti, quando sto lavorando, spesso parlo con i miei tessuti per convincerli ad aiutarmi…i tessuti sono un materiale difficile, con il loro carattere, non obbediscono facilmente all’artista!

L’altra fonte di “ispirazione magica” è ben diversa dal mondo delle credenze tradizionali. Da sempre infatti adoro l’arte del Rinascimento italiano. Mia madre ha una grande biblioteca dedicata agli artisti del Rinascimento e io da piccola sfogliavo quegli libri per ore e ore, ammirando i paesaggi e i volti fantastici di Sandro Botticelli, del Beato Angelico, Cosmè Tura, Andrea Mantegna… Quei quadri mi facevano sognare di qualcosa di più grande, di più importante della realtà quotidiana, e questa sensazione del “volare oltre” è fondamentale per tutto quello che faccio come artista.

“Dragonfly”, “Birth of Flight”, 2020, cm.70×130, ricamo a mano su collage di tessuti, filo da pesca e filo di metallo lavorati all’uncinetto

Qual è il rapporto tra contenuto e forma nelle tue opere?

Non è un rapporto evidente. Molte opere fanno una vera e propria genesi nella mia mente prima di essere realizzate. Si parte sempre dalle emozioni, sensazioni, dai pensieri che trovo nei libri di storia e di archeologia che sono importanti per la mia ricerca. Anche se le mie opere sono astratte (quasi sempre), dietro ci sta l’interesse per come funziona la mente umana, per come nascono le speranze e i sogni. Studiare la storia e l’archeologia dal punto di vista dell’evoluzione della mente umana fa nascere il contenuto delle mie opere.

Spesso i pensieri che stanno alla base di una serie di opere tessili non hanno un’espressione “diretta” nella forma. Ad esempio, la serie “Rocks. We Are Tender” a cui sto lavorando in questo periodo è ispirata dalle esperienze vissute nel periodo di lockdown, da storie di paura e di speranza, di stanchezza e di resistenza che ho sentito raccontare dai miei amici in Italia, in Russia, in Svizzera, in Inghilterra; sono storie di fragilità, di debolezza e di enorme forza allo stesso tempo. Come se le persone fossero diventate rocce che riescono a resistere a tante sfide, ma allo stesso tempo fragili e vulnerabili. L’idea delle “rocce” ha portato alla ricerca sulla superficie di pietre e sassi, ricchissime di pattern particolari che nelle opere diventano ricami sui collage tessili di molti strati.

Mentre procedevo con la ricerca grafica pensando alla serie, sono emersi altri temi rilevanti per le “persone-rocce”: la casa, l’identità, la libertà. Così questa serie come contenuto sta diventando qualcosa di molto più ampio di quel che pensavo all’inizio, mentre i materiali e le forme rimangono sempre coerenti con la prima opera della serie.

Serie “Rocks. We Are Tender”, “When Rocks Grow Feathers They Learn to Fly”, 2021, cm.80×135, base di feltro, ricamo a mano su collage di tessuti ed ecopelle, tessitura con corda di lana, piume vintage di marabou

Come scegli i materiali che utilizzi per i tuoi lavori?

Ovunque mi capiti di andare, cerco tessuti e materiali particolari. Le mie amiche mi regalano i pezzettini di pizzi antichi, i bottoni, le collane con elementi originali, le piume vintage, i gomitoli di lana; spesso penso a quanta pazienza hanno mio marito e a mia figlia che devono convivere con tutta questa collezione! Ogni tanto succede di trovare una vera “isola del tesoro”. Poco prima del lockdown il mio fornitore di tessuti mi ha fatto sapere che in via Veneto a Roma avevano chiuso un atelier storico di alta moda e che erano rimasti parecchi scampoli di tessuti che lui non riusciva a vendere alle sue clienti che non apprezzavano “la roba vecchia”. Ho preso tutto io: sono tessuti meravigliosi, tutti quanti di produzione italiana degli anni 80-90. Li ho presi non solo per la qualità di lavorazione e per i colori meravigliosi, ma anche perché mi sembrava un sacrilegio buttare un pezzo di storia della moda italiana. Piano piano prenderanno nuova vita nei miei lavori.

Serie “Dragonfly”, “Birth of Colour”, 2020, cm.128×160/230, struttura portante di plexiglas, ricamo a mano su collage di tessuti

Sei russa di nascita, italiana di adozione, hai studiato a lungo la lingua e la cultura giapponese; quanto e come influenza il tuo lavoro questa ricchezza di contaminazioni?

Sono nata e cresciuta in una famiglia dove sono rappresentate sei etnie diverse e quattro tradizioni religiose. A volte poteva far impazzire anche perché nemmeno tu stessa riuscivi a “inquadrare”, chi fossi! Mi chiedo come queste persone, così diverse fra loro, siano riusciti a creare una famiglia talmente unita e piena di amore. Nelle mie opere “sposo” tutti i materiali possibili, quelli contemporanei con quelli vintage, mischio tecniche diverse: il ricamo, la tessitura, il beading, la lavorazione con le piume, includo dei “found object”. Quindi anche ogni mia opera è una famiglia mista!

All’età di 16 anni ho ricevuto il mio primo passaporto e nel modulo di richiesta era necessario indicare anche l’etnia (in Russia ce ne stanno più di 120!): guardavo il poliziotto perplessa e confusa, poi a voce gli ho fatto la lista di tutte le etnie della famiglia. Lui ci ha pensato un po’ e poi mi ha chiesto “In quale lingua hai detto la tua prima parola? In quale lingua hai detto “mamma?”  Ho risposto “In russo! Ma la mia prima parola non è stata “mamma” è stata cane e la seconda valigia”. Il poliziotto continuava a fissarmi, poi ha deciso di scrivere “russa” non senza rimarcare che ero una ragazza davvero strana e predicendomi mentre stavo uscendo dall’ufficio che da grande avrei fatto l’artista…Questa storia mi fa sorridere ancora oggi!

Navigare attraverso realtà diverse è stato fondamentale. Con i nonni ho imparato a vivere secondo stili di vita assolutamente differenti, cucine differenti, standard di comportamento differenti. Dalla nonna materna, un’aristocratica polacca, portavo i vestiti con fiocchi e fiorellini, mangiavo con forchetta e coltello, ero pettinata in modo talmente perfetto che anche se mi avessero messo vicino all’elica di un elicottero, sarei rimasta con la pettinatura ideale. Dai nonni paterni correvo scalza con i pantaloncini in mezzo ad altri bambini liberi, a volte ci allontanavamo in “aperta steppa” per accarezzare i cavalli selvatici (mi chiedo ancora come siamo sopravvissuti a quell’esperienza!). A casa dei miei genitori passavo le ore a leggere i libri sull’arte e sulla cultura del Rinascimento italiano, ma all’Università ho scelto il Giappone, lasciando i miei genitori scioccati. Volevo staccarmi da tutto quello che conoscevo, per studiare una mentalità artistica profondamente diversa.

Tutti questi mondi vissuti in prima persona hanno influenzato tantissimo il mio modo di pensare e di lavorare. Dalla nonna perfezionista ho preso la mania che tutto debba essere fatto in modo perfetto. Un’opera d’arte tessile deve essere realizzata come un abito di alta moda. Ogni punto di ricamo impeccabile. I materiali rari e preziosi. Dalla libertà delle steppe ho preso l’abitudine di trattare i miei materiali come se fossero esseri viventi, lasciandoli liberi di cambiare la mia idea iniziale, come se i tessuti fossero quei cavalli selvatici che mi rimangono nel cuore anche oggi. Dall’adorato Rinascimento ho imparato a trattare un’opera d’arte come un oggetto prezioso, unico, che esprime un mondo magico, un mondo migliore. Dal Giappone ho preso tutto come artista: i colori, le superficie “vive”, i motivi, i pattern. Gli studi del Giappone mi hanno cambiato profondamente come persona e come artista. Anche oggi, nonostante tanto lavoro con le mie opere, dedico 30 minuti ogni giorno alla lingua giapponese per mantenere quel legame forte.

Serie “Material/Immaterial”, “Listening to a Butterfly’s Wings”, 2020, cm.122×240, struttura portante di plexiglas, ricamo a mano su collage di tessuti

Le tue sono sostanzialmente opere tridimensionali – dalle wall-sculpture fino alle grandi installazioni: che rapporto c’è tra l’opera e lo spazio che la ospita?

Il tessuto come materiale invita a pensare in modo tridimensionale: la nostra esperienza di contatto con i tessuti fa riferimento spesso ai vestiti che ci avvolgono, ci coccolano, coprono la nostra fragilità. L’amore per la tecnica di “draping” o “moulage” che si usa in alta moda per creare un abito da sera e poi per sviluppare il cartamodello alla base del drappeggio, si è fatto sentire fin dalle prime opere d’arte tessile. Poi si sono aggiunti i fili e i pezzi di corda che spuntano dalla superficie, gli elementi a crochet che aggiungono volume, i found object come i rami o grossi pezzi di corteccia di albero. Già con questi materiali l’opera si stacca dalla parete, anche se l’artista in partenza non ne aveva intenzione.

E poi, fin dalla prima personale, ho lavorato a installazioni di fibre, fatte dagli elementi realizzati all’uncinetto per creare una vera e propria scenografia teatrale che invita lo spettatore a interagire. I risultati non sono sempre prevedibili, ma mi fanno esultare sempre. Ad esempio, alla Art Rooms Rome 2019, quando ho realizzato un’installazione ispirata alla foresta sacra del Gianicolo in filo da pesca dentro un van e un bambino si è infilato dentro il van e ha cominciato a muovere gli “alberi” e a cantare, a raccontare loro le fiabe! I genitori erano terrorizzati, ma ho chiesto di lasciarlo vivere il suo momento di spazio incantato. Non era l’unico caso. Ho visto un signore che piano piano metteva un braccio dentro l’installazione e poi lo ritraeva perché immaginava l’installazione come un portale verso una realtà parallela e così si era immaginato che mettendo un braccio lì dentro sarebbe successo qualcosa. Ha sentito benissimo che quell’opera stava lì per cambiare la percezione dello spazio, per renderlo magico, per sentirsi di nuovo bambino.

Penso che tutte le mie opere siano create proprio per questo, per interagire con lo spazio, per renderlo magico, un mondo tutto da scoprire. Per me è molto importante che le persone interagiscano con i miei oggetti, li tocchino. Una volta uno spettatore si è avvicinato per chiedere “Posso ACCAREZZARE la scultura, per favore?” Il verbo “accarezzare” che ha usato come se si trattasse di una creatura viva, è perfetto per gli abitanti del mondo magico che sto cercando di creare.

Serie “Appearing/Disappearing”, 2019, alberi in filo da pesca lavorato all’uncinetto, la scultura tessile “Fiore Fossile II”, progetto speciale per Ford Italia alla Art Rooms Rome 2019

A cosa stai lavorando in questo periodo e quali progetti hai nel cassetto per il futuro?

Negli ultimi giorni del 2020, come ho accennato, ho cominciato una serie nuova, “Rocks. We Are Tender”, ispirata dalle esperienze vissute dai miei cari in questo anno difficile. Il tema delle rocce mi ha portato alla ricerca grafica delle superficie delle rocce in diverse regioni dell’Italia: Molise, Abruzzo, Toscana, Lazio. Mentre stavo lavorando con la prima opera della serie, mi è capitato di leggere il libro di un fantastico archeologo russo, Andrei Nikitin in cui racconta che 10 – 12 mila anni fa le persone intendevano come “casa” dei vasti spazi forestali, in pianura o in montagna, che percorrevano a piedi tutto l’anno. La casa era uno spazio sconfinato. L’esperienza di aver vissuto per tre mesi chiusi dentro quattro mura e poi da un giorno all’altro andare a fare trekking in montagna dove raccoglievo i materiali per le nuove opere mi ha fatto riflettere tanto sulla chiusura e sulla sicurezza, sulla libertà di spostamento, sulla natura selvaggia e quasi ostile che i nostri antenati un tempo consideravano casa.

La prossima serie sarà ispirata dal libro “Archeologia proibita”. Sono rimasta colpita dall’osservazione che spesso, studiando gli artefatti più antichi, gli scienziati non riescono a stabilire se i segni sulla superficie di pietra siano di origine naturale o artificiale, se siano il risultato dei fenomeni geologici o della volontà di esseri umani. Questa idea mi sembra fantastica, al momento la sto elaborando. Vediamo cosa nascerà!

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