• Dom. Dic 5th, 2021

Intervista con Gaia Coals

Version: Inglese

“Il colore del cielo belga è molto diverso da quello italiano. Ho camminato per le strade di Anversa alla ricerca del mio posto e di qualcosa che potesse farmi sentire a casa, ho raccolto oggetti blu. Guardavo il terreno per trovare il blu che avevo in mente: ho costruito il mio nuovo cielo.”

Gaia Carboni

Gaia Carboni, in arte Gaia Coals, nasce a Milano nel 1995 e qui rimane fino all’ottenimento del diploma in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera (2018). Trascorsi due anni ad Anversa, presso la Royal Academy of Fine Arts, dove si specializzata in pratiche artistiche site-specific nella più ampia accezione,  partecipa a diverse esposizioni collettive, tra cui “Vagare ai margini” a cura del collettivo “Co_atto”  (Marta Orsola Sironi, Ludovico Da Prato, Stefano Bertolino). Inoltre, l’artista sembra non passare inosservata nemmeno alle mostre “Vuoto Apparente” coordinata da Chiara Spenuso; “Billboard project Antwerpen-quarantine edition” a cura di Sanja Tomic e Spank Moons, e “Out and about” organizzata dalla BRDG association, e a diversi programmi di residenza tra cui “Viadellafucina16” nel 2018 e “Viafarini-in-residence” nel 2021.

Il fattore che più di tutti colpisce osservando le tue opere è la “polimatericità”. Come nascono i tuoi lavori? Quali sono le fonti di ispirazione?

Lo spazio è sempre stato il mio punto di partenza e l’ispiratore di tutti i miei lavori. Fin dagli esordi, ovvero, dai tempi degli studi accademici, mi sono interessata ai temi dell’arte pubblica e alle dinamiche che si generano nello spazio fisico intorno ai monumenti e da qui ho iniziato ad approfondire le relazioni tra luoghi e comunità, che per me sono inscindibili: sono le persone che trasformano gli spazi in luoghi. Paradossalmente, il mio approccio allo spazio urbano non risente degli influssi dell’arte contemporanea ma dall’architettura (grazie ad un’amica con cui è iniziato anni fa un confronto sempre interessante). Dai suoi primi spunti mi sono avventurata in un viaggio antropologico e filosofico per perfezionare la lettura e la comprensione degli spazi metropolitani che, nonostante le prime sperimentazioni, oggi mancano quasi del tutto nell’arte contemporanea. Parlo dei primi pionieri nell’ambito come Ugo La Pietra e Maria Lai, che oggi riteniamo maestri, nonostante la loro eredità non sia stata approfondita come poteva.

“Il cielo in una stanza, my blues comes from the blue”, oggetti trovati, 6,50 x 4 mt, 2019

Qual è la genesi dei tuoi lavori, come nasce l’idea e come prende forma, come scegli le tecniche artistiche e i materiali da impiegare nelle tue opere? 

Il mio percorso di ricerca si è sviluppato in modo organico a partire dall’”abitare” inteso come il sentimento di appartenenza a un luogo, la generazione di un legame di interdipendenza che porta necessariamente a prendersene cura. Nell’etimologia c’è già un richiamo all’abitudine, e quindi a una frequentazione prolungata nel tempo. Tutti i luoghi che definiamo casa generano in noi un atteggiamento di presa in carico e rispetto. Mi interessava indagare a fondo questo rapporto di responsabilità, e per questo ho iniziato a studiare più in profondità spazi che non fossero prettamente domestici ma in cui il “senso dell’abitare” risultava cruciale.  Lo stesso atteggiamento di ascolto mi porta a intervenire nei vari luoghi scegliendo materiali e forme che siano il più rispettose e coerenti possibili e questo è sfociato più volte nell’uso di corde e intrecci, e ancora più spesso nella tecnica del ricamo e del cucito. A volte, come nel caso dell’installazione in Krugerplein, la scelta è stata dettata dalla necessità di impiegare una fibra naturale, leggera e facilmente lavorabile come appunto le corde di juta. Altre volte, come in Il cielo in una stanza o La tenda per Narnia, mi è sembrato di non avere alternativa: l’unico modo per prendermi cura delle persone e dei luoghi a cui quelle opere erano destinate era dedicare loro il tempo e la fatica che necessariamente l’ago e il filo richiedono. Pur non avendo nessuna competenza specifica di ricamo o cucito mi è sempre sembrato naturale scegliere quella modalità: negli errori e nelle forme maldestre credo si percepisca anche tutta la sincerità delle mie intenzioni. Ci tengo anche a sottolineare che in queste occasioni prima di iniziare chiedo sempre consiglio a chi, invece, ha la giusta professionalità come tessitrici, artiste tessili e restauratrici.

“La tenda per Narnia”, intervento per A domestic Landscape – Act II, a cura di Serena Correale, ricamo su tela, 100 x 290 cm, giugno 2021

“La tenda per Narnia”, particolare, intervento per A domestic Landscape – Act II, a cura di Serena Correale, ricamo su tela, 100 x 290 cm, giugno 2021

“Ho consegnato alla soglia dello sgabuzzino il legame tra Serena, Barbara e Carolina; il ricamo  porta alla luce la memoria della casa, quarto elemento della famiglia”.

Come si relazionano i tuoi lavori con lo spazio in cui vengono allestiti, e con il pubblico/fruitore dell’opera?

Attraverso un atteggiamento di apertura e rimozione del pre-giudizio vorrei che il mio lavoro fosse il primo input per un percorso di maggior consapevolezza del complesso sistema di relazioni in cui siamo costantemente immersi. Ho iniziato spingendo il pubblico a osservare dettagli insignificanti come macchie e crepe e ora mi sto concentrando sul calare il visitatore in un atteggiamento di ascolto attivo. Quando qualcuno ci racconta di essersi storto una caviglia improvvisamente incontriamo solo persone con le stampelle. La quantità di infortuni è sempre invariata, siamo noi che iniziamo a farci caso. Ecco, vorrei che il mio lavoro funzionasse esattamente come quella prima informazione, che attivasse dei piccoli meccanismi di riconoscimento che vadano a migliorare la consapevolezza di quanto siamo interelazionati agli altri, al mondo e quanto ogni gesto abbia sempre degli effetti su qualcosa o qualcuno.

Allestimento “Memorial for a Block”. Ph Lois Cid

“Per quanto ci si sforzi, è impossibile vivere ogni spazio come inedito. È nella nostra natura cercare qualsiasi segno che possiamo riconoscere come simile al luogo da cui veniamo; ricreiamo persino le qualità di base di quel luogo.

La memoria cerca di manipolare lo spazio esterno come un modo per adattarsi.”

Quale pensi sia il tuo contributo alla Fiber Art Contemporanea?

Nonostante io abbia un buon numero di opere che hanno a che fare con i filati e i tessuti non mi ritengo una fiber-artist. Ho un estremo rispetto verso questa tipologia di materiale e una venerazione assoluta per chi, invece, ne conosce tutti i segreti e crea bellezza con esso. Mi piacerebbe che le classificazioni e le etichette non esistessero; a volte sembra che nell’ambiente delle arti visive i fiber-artist siano quasi considerati artisti minori, non abbastanza bravi. Vorrei che venisse in luce semplicemente la capacità di creare meraviglia e di svelare delle cose che si possono dire solo attraverso queste tecniche. Ci sono alcuni artisti e artiste, provenienti da background diversi, che stanno facendo un grande lavoro di riconoscimento delle professionalità artigianali e tecniche di tessitori, ricamatori ecc…, anche attraverso lo studio e la riscoperta di lavorazioni tradizionali. Ad esempio Alexis Gautier, artista francese ma residente a Bruxelles che ha fatto un progetto eccezionale che indagava tecniche di tintura e stampa dall’Italia alla Cina passando per l’India.

“Ci vediamo giù in cortile”, installazione permanente a Viadellafucina16, Torino (IT), 2018

Nel contesto del condominio-museo Viadellafucina16 tre amache sono state installate nel cortile comune, come invito agli abitanti a incontrarsi spontaneamente nello spazio pubblico-privato. Due pannelli informano sulle regole della casa, che includono solo il dovere di parlare con gli altri utenti.

Sui vestiti è stampato un motivo proveniente da una precedente serie di disegni, ispirato alle figure chiamate “desiderantes”; secondo l’Imperatore romano Giulio Cesare, questi erano incaricati di aspettare i dispersi sul campo di battaglia, tenendo un lume acceso per indicare la via del ritorno.

Un augurio agli abitanti di ritrovare la socialità di base per costruire una comunità.”

Come ha influito quest’ultimo anno così anomalo sul tuo lavoro e sulla tua ricerca? E pensi che i cambiamenti innescati dalla pandemia condurranno ad un diverso modo di operare nel settore artistico e culturale?

Nonostante io lavori principalmente negli spazi pubblici e questi siano stati per la maggior parte inaccessibili o fruibili limitatamente, credo che per me gli ultimi mesi siano stati momenti di conferme. Proprio perché le persone si sono trovate in una condizione di privazione ho avuto la certezza di stare indagando i bisogni giusti. Infatti, da ben prima della pandemia avevo iniziato a pensare alla necessità di uscire dal flusso continuo di eventi e attività in favore di una presenza nel mondo diversa, che aggiungesse più qualità alle relazioni e al tempo. Mi sono concessa di ripensare al nostro atteggiamento verso la digitalizzazione e alla smaterializzazione di tanti elementi delle nostre vite (sia chiaro, non in un rifiuto totale ma nell’educazione all’uso e all’attenzione di relazione reciproca tra virtuale e reale).

A quale progetto stai lavorando in questo periodo? C’è un progetto a cui vorresti riuscire a dar forma nel breve o lungo periodo?

ultimi mesi mi sto dedicando al tema della relazione tra urbanistica e suono; grazie a questi recenti studi mi sono imbattuta in un testo classico : “Il paesaggio sonoro” di Murray-Schaffer (1985). In questo saggio l’autore sostiene l’incompatibilità tra la città e la vita umana a causa dell’impossibilità di rilevare una sincronia tra il paesaggio sonoro urbano e i ritmi naturali del corpo, come il battito cardiaco e il respiro. Ecco, questo accenno alla respirazione mi ha investito significativamente in relazione alle caratteristiche specifiche della malattia provocata dal Covid-19. L’idea mi è sembrata calzante per spiegare in modo semplice i nodi cruciali della mia ricerca: la necessità di soffermarsi in prima persona sulla propria corporeità in relazione allo spazio esterno, attraverso un’azione che diamo per scontata ma che invece è il primo modo di agire su noi stessi. Ascoltare il proprio respiro, cercando una sintonia con gli altri e con l’ambiente esterno presuppone una vicinanza corporea e la scelta di un luogo-momento che tutti ora siamo tornati ad apprezzare.

Dettaglio intervento eseguito per Vuoto Apparente

“Ho sempre fatto del mio meglio per indagare la realtà in cui mi sono trovata, nel modo più aperto e onesto possibile, non sempre ci sono riuscita.”