INTERVISTA CON SHAMILLA AASHA

Breathing Time solo exhibition, Shamilla Aasha, First Floor Gallery Harare

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Shamilla Aasha, artista originaria di Hwange, Zimbabwe, classe 1977, inizia la sua carriera artistica come pittrice, dopo essersi formata presso la Scuola d’Arte e Design di Bulawayo con un diploma in Textile Design.

Nel 2018 l’artista decide di riprendere la sua passione per i tessuti, iniziando ad utilizzare il cucito come principale mezzo espressivo e creando arazzi che incorporano tessitura e pittura, intesa quest’ultima, come idea di pittura, con una intenzione più propriamente concettuale.

La Aasha ha partecipato a numerose mostre di gruppo e personali sia regionali che internazionali.

Oltre alla pratica artistica inoltre, l’artista è promotrice del Asha Children’s Trust, un’organizzazione dedicata alla creazione di spazi sicuri per i giovani artisti che si formano al di fuori del settore dell’educazione formale.

Merita infine di essere menzionata la sua più recente mostra personale presso la First Floor Gallery di Harare, in cui l’artista ha esposto il nucleo fondamentale delle sue più recenti opere tessili.

“Beneath the surface”, 2021, Embroidery and found fabric on canvas, 81 x 85cm, copyright Shamilla Aasha

Per alcuni anni ti sei dedicata alla pittura. Rimane ancora qualche riferimento alla pittura nei tuoi lavori tessili?

Si, senza dubbio vi sono alcuni chiari riferimenti alla pittura, anche se può sembrare che io abbia fatto un cambiamento totale. Inizialmente utilizzavo il tessuto come superficie e sostegno alla pittura, e tentavo di creare tratti nuovi con la pittura, gli strati, la trama e la tattilità del tessuto. È cambiato tutto quando ho iniziato a utilizzare il ricamo al posto della pittura per aggiungere spessore alla trama. Mi dava più soddisfazione perché usavo il tessuto nel modo più giusto, non vi è nulla di statico e le cuciture sono parte del lavoro. Ma i punti in qualche modo sono emersi dal mio lavoro come un tratto distintivo e come parte integrante dell’idea di pittura.

Tuttavia, una volta cominciato a utilizzare le cuciture e i ricami mi sono accorta che per me è molto semplice dare forma a quello che penso o sento con il cucito perché posso realizzare un’ampia gamma di texture diverse. Inoltre utilizzo il cucito e il ricamo come mezzo espressivo in modo specifico, e non mi limito ad un esercizio di ricamo.

Nello sviluppare il mio processo creativo mi sono fortemente ispirata allo stile di ricamo giapponese Sashiko. In realtà lo avevo studiato molti anni fa ed è incredibile come sia emerso nel mio lavoro solo di recente. Il Sashiko è costruito da punti di cucitura regolari e uniformi, questo mi ha aiutato a capire che nella semplicità dei punti si può essere molto espressivi. Utilizzo anche il Boroboro, un’altra tecnica giapponese legata al Sashiko che comporta la stratificazione di tessuti che hanno ormai superato l’utilizzo previsto per loro ma che non vengono scartati.

Utilizzo anche molto i capelli artificiali, utilizzati dalle donne nello Zimbabwe per aumentare il volume della capigliatura naturale con parrucche e extention. I capelli aggiungono spessore e sono facili da manipolare e allungare, sono anche il simbolo sia dell’identità femminile che di quella dello Zimbabwe, definite dalla resilienza e dalla flessibilità/adattabilità.

“Beyond the folds”, 2021, Embroidery and found fabric on canvas, 180 x 140cm, copyright Shamilla Aasha

“Entangled Myths”, 2021, Embroidery and found fabric on canvas, 95.5 x 96cm, copyright Shamilla Aasha

Qual è il tema centrale che sviluppi attraverso le tue opere d’arte?

Sono affascinata dai temi dell’identità, della spiritualità e della storia. Dal cercare di capire da dove vengono le cose e come si sono sviluppate e dalle stratificazioni della famiglia, della comunità e della società.

Tratto questi temi come donna, raccontando la storia dal punto di vista femminile e questo sta diventando il fulcro del mio lavoro. Molto di ciò che vediamo e che sentiamo nella società non è un riflesso reale di quello che accade perché le donne non hanno la possibilità di raccontare le proprie storie e non si è parlato del loro contributo alla storia, soprattutto nello Zimbabwe.

Le donne non raccontano abbastanza le loro storie ed è proprio questo il tema centrale del mio lavoro oggi. Cerco la trama di questi fatti per costruire una narrativa. Sono queste le storie che voglio raccontare.

Queste storie prendono vita laddove le donne non sono osservate o non sono viste, vale a dire negli spazi ristretti. Sento che molte donne vivono in uno spazio limitato. Durante il lockdown molte donne hanno detto che le limitazioni imposte non erano molto diverse dal modo in cui vivevano prima…le limitazioni alla vita per loro non rappresentavano un cambiamento ma la normalità.

La violenza di genere e il femminicidio stanno diventando questioni di dominio pubblico e stanno attirando l’attenzione politica qui nello Zimbabwe ma anche nel resto del mondo, ma le donne vengono violate in modi piccoli, in spazi ancora più ristretti e meno ovvi in maniera costante e non vengono prese seriamente. Le molestie di strada e lo stalking sono stati in qualche modo normalizzati nella vita quotidiana. È anche questo un tema centrale del mio lavoro.

“Solace in Silence”, 2021, Embroidery and found fabric on canvas, 90 x 95cm, copyright Shamilla Aasha

Breathing Time solo exhibition, Shamilla Aasha, First Floor Gallery Harare

Shamilla, dedichi parte del tuo tempo al progetto Asha Children’s Trust, un’organizzazione che mira a creare spazi sicuri per giovani creativi che si muovono al di fuori del settore dell’istruzione formale. Puoi parlarci di come è nato questo progetto e di cosa fa effettivamente?

Ho creato questo progetto quando ancora insegnavo con l’idea di aprire un centro per l’istruzione informale per la comunità. Sono successe alcune cose che hanno cambiato l’andamento del progetto. Ho iniziato alcuni progetti che includevano bambini molto piccoli e ragazzi delle scuole superiori e mi sembrava di essermi avvicinata troppo all’insegnamento formale, così ho deciso di prendermi una pausa e concentrarmi di nuovo sulla mia pratica artistica.

Ora il lavoro che faccio con il fondo è più concentrato sul facilitare che sull’insegnamento vero e proprio e cerco di perseguire l’obiettivo di sostenere le giovani artiste e supportare il loro sviluppo.

Parlo di giovani donne in età scolastica, che sono state rese vulnerabili dalla pandemia, e cerco anche di creare dei programmi che possano generare un reddito per le giovani donne utilizzando la cultura locale – le pitture rupestri Matopos che possono ispirare un uso contemporaneo. Un po’ quello che sta facendo Esther Mlangu. Gli artisti Bulawayo.

Lo scorso anno ho aiutato ad avviare un workshop per giovani artisti a Gweru e mi sono accorta di quanto sia fattibile lavorare con un gruppo di giovani ragazze dai 16 ai 25 anni che lavorano per una mostra alla National Gallery.

Breathing Time solo exhibition, Shamilla Aasha, First Floor Gallery Harare

Breathing Time solo exhibition, Shamilla Aasha, First Floor Gallery Harare

Fra le tue opere ce n’è una a cui sei particolarmente legata o che rappresenta un momento importante nel tuo percorso artistico e nella tua carriera?

Di solito non mi affeziono al mio lavoro, nel senso che non cerco di trattenerlo. Una volta terminato, sono pronta ad andare avanti lungo la strada che ho creato partendo da quel lavoro.

È così che un lavoro inevitabilmente mi porta al prossimo. Se proprio devo pensare a un momento specifico che ha avuto un forte impatto sulla mia carriera, penso alla mia prima Residenza di artista con la First Gallery nel 2018, che è durata un mese, una residenza di specializzazione in cui gli artisti erano invitati a creare un nuovo corpo di opere totalmente sperimentali da presentare in una personale alla fine delle 3-4 settimane. Quell’unico mese ha cambiato il mio processo creativo e il mio modo di fare arte. Ora sto molto più attenta a come scelgo i materiali e ai temi che affronto, è stato un momento particolarmente significativo per la mia carriera. Ho cominciato a muovere i primi passi nella mostra “Ties that Bind” e quei lavori in corda hanno totalmente cambiato il modo in cui mi esprimo e hanno ravvivato il mio interesse nel cucito.

“Anchored in Faith”, 2021, Embroidery and found fabric on canvas, 90 x 90cm, copyright Shamilla Aasha

A giugno si è tenuta la tua mostra personale alla First Floor Gallery a Harare. Puoi parlarci del tema di questa mostra: “Breathing Time”?

È stato il Progetto più difficile da sviluppare perché dovevo farlo durante in alcuni lassi di tempo molto brevi durante il lockdown. Pensandoci bene, non lo avrei mai fatto il quel modo se la situazione fosse stata diversa e se avessi avuto più tempo. Non sarebbe stato così intenso. A volte lavorare da sola su un corpo di opere rende più difficile capire in che modo l’opera riuscirà a comunicare qualcosa durante la mostra. Sono rimasta sorpresa da come siano emerse inaspettatamente tante storie di fondo del mio lavoro durate la mostra mentre parlavo con i visitatori, storie che non pensavo sarei riuscita a comunicare.

Il mio lavoro è il seguente: non comincio da uno schizzo, comincio da un pensiero e quindi parlo al lavoro attraverso il processo creativo, è un esercizio di mediazione. Vi è una versione incensurata di questa mostra. È il cercare di rivendicare il mio corpo dalla società, dalla famiglia, dalla cultura e di emancipare me stessa e le altre donne attraverso questo processo. Di tornare a vedere cosa ci rende donne dall’inizio, dalla nostra infanzia, dai riti di iniziazione.  Anche per relazionarci con il genere maschile senza l’idea di opposizione o negazione. Riconoscere l’equilibrio nella dualità del maschile e del femminile. Il lockdown ha portato in primo piano molte di queste questioni per me nel creare ‘Breathing Time’.

Ho dovuto lottare per questo spazio per fare questo lavoro, e altre donne non sentono il bisogno di questo tipo di libertà oltre le mura domestiche.

Quando sei in casa, mentre cuci e tessi e pensi che stai facendo un lavoro da donna, non ti sembra di fare arte finché non la vedi appesa a una parete. Mi ci è voluto del tempo per capire quello che avevo effettivamente raggiunto. Quindi ‘Breathing time’ non riguarda solo la ricerca dello spazio ma anche il decidere cosa fare di quello spazio, che è altrettanto importante.

Perché a volte il non fare nulla è sufficiente: il rivendicare una voce nel rumore ed essere noi stessi senza scendere a compromessi.

Boundaries”, 2021, Embroidery and found fabric on canvas, 140 x 95.5cm, copyright Shamilla Aasha

Nostalgia, Part 2”, 2021, Embroidery and found fabric on canvas, 243 x 243cm, copyright Shamilla Aasha

Nostalgia”, 2021, Embroidery and found fabric on canvas, 243 x 243cm, copyright Shamilla Aasha

A cosa stai lavorando in questo periodo?

In questo momento mi sto concentrando sulla ricerca. Vorrei incorporare le perline nelle mie opere usandole non come elemento decorativo, ma come elemento simbolico e spirituale: un elemento che mi è familiare e con cui so di poter lavorare.

Vorrei anche lavorare di più con i capelli. Sebbene siano un elemento popolare e ampiamente commercializzato sono utilizzati sia nei rituali in India che qui nello Zimbabwe, in particolare quelli della nascita e l’aspetto ritualistico è quello su cui mi voglio concentrare.

La mia ricerca ruota attorno ai tessuti e alle coperte stratificate e incorporate nelle cuciture, lavorando a uncinetto e poi ancora cucendo. So di poter realizzare sia opere di grandi dimensioni sia opere molto piccole.

Essere un artista e realizzare la propria opera consiste nell’intraprendere un viaggio e nel costruire la propria strada man mano che si avanza.