• 27 Novembre 2022 10:58

KARI ANNE HELLEBERG BAHRI

English (Inglese)

*Foto in evidenza: “Sleep Tight” , Tre camicie bianche in scatola. Photo Credit: Jens Hamran

Dacci tre parole per poter iniziare il nostro viaggio alla scoperta del tuo lavoro.

Storie di vita, restrizioni e imperfezioni.

Quali storie tratte dalla tua vita si sono intrecciate nella stoffa di cui sono fatti i tuoi lavori?

La mia storia personale è intessuta in tutto il mio lavoro; per incorporarvi quanto più possibile di me stessa, in alcuni oggetti ho usato i miei vestiti di tutti i giorni. Tutti gli altri tessuti che uso nelle mie opere sono accuratamente collezionati da diversi luoghi o mi sono stati donati da parenti e amici. Si tratta quasi esclusivamente di materiali di seconda mano. Ho una specie di rapporto d’amore con i materiali che uso; mi sono cari.

Trascorrendovi del tempo, credo di proiettare in essi la mia presenza, il mio amore, la mia vita. In qualche modo, sento di conoscere le persone che hanno indossato quegli abiti, utilizzato quei tessuti prima di me.

Tutte le mie opere sono profondamente e direttamente collegate a me e alla mia vita, tanto da poter essere definite degli autoritratti.

"For any Occasion", Sacco con colletto e persona (autoritratto). Photo Credit: Liv Øvland

Quanto delle tue radici e della tua educazione emerge nel tuo modo di fare arte?

Sono cresciuta con mia mamma che si sforzava di trovare soluzioni economiche per dare a me e a mio fratello le stesse cose che avevano gli altri. Costruiva i nostri giocattoli (una casa di Barbie di cartone coi mobili, le pareti tappezzate, le tende, tutto insomma), comprava tutto di seconda mano o in saldo, cuciva, faceva lavori di falegnameria, dipingeva e riparava qualsiasi cosa. Era molto creativa e trovava soluzioni ad ogni problema. Nel mio lavoro, faccio lo stesso. Trovo materiali economici e cerco di farci qualcosa. Voglio riportarli alla luce in modo che tutti possano scoprire la loro bellezza e il loro valore. Hanno una storia significativa da raccontare.

La mia formazione consiste nel cercare di trovarmi un lavoro che mi permetta di vivere e con il quale vivere. Ho provato a diventare graphic designer, truccatrice, costumista, ma tutti questi lavori richiedevano che io fossi estroversa e che riuscissi a vendermi – non ci sono mai riuscita. Ma oggi uso tutto quello che ho imparato nel mio lavoro. È come ampliare il tuo vocabolario in una lingua. Così ora, uso le diverse abilità che ho acquisito per raccontare la mia storia nelle mie opere d’arte. Fare arte per me è una conferma della mia esistenza. È la mia voce.

"Perfect Home", Indumento fatto di sacchetti di plastica per spedizioni. Photo Credit: Anette Oskal Livingston

I vestiti sono una gran parte della tua estetica sia a livello concettuale che materico. Che ruolo hanno nella tua pratica, perché scegli degli oggetti specifici, che significato gli attribuisci?

Uso i vestiti perché sono connessi alle persone. Trovo che le storie delle persone siano interessanti e voglio dire qualcosa sull’essere un umano. Ma, d’altra parte, le persone mi rendono nervosa … Tento di capire come connettermi e riuscire ad essere una di loro. I miei oggetti e le mie installazioni parlano di me che guardo all’esterno, verso un mondo pieno di persone, o all’interno, dentro di me. Solitamente assemblo vestiti e tessuti usati, indossati o gettati via che evidentemente hanno avuto una vita lunga. Mi interessano quelli che hanno passato molto tempo con gli uomini. Buchi, usura e segni diventano simboli visibili delle esperienze di un individuo. Mi interessano le cicatrici, i difetti e le esperienze che ci rendono ciò che siamo; non mi interessa un’immagine patinata. Voglio portare in evidenza le cose che definiamo senza valore e che nascondiamo sotto un’apparenza immacolata.

Mi trovo a voler usare tessuti con un’accezione maschile come i vestiti o le tende militari, vestiti da lavoro, guanti, ecc. Penso che questo abbia a che fare con la mia volontà di esprimere qualcosa di essenziale, la vita. Non penso che questo sia rappresentabile attraverso pizzi o ricami. Uso spesso tessuti bianchi, ad esempio lenzuola, che sono vicini al corpo umano. Mi immagino che gli uomini abbiano lasciato indietro un po’ della loro presenza. Più volte ho usato nel mio lavoro lenzuola provenienti da istituzioni, ospedali o ospedali psichiatrici. Voglio che questi vestiti/tessuti raccontino la verità. Ho indossato vestiti come se fossero una maschera o un costume per la maggior parte della mia vita, cercando di essere qualcosa che non sono. Mi rendo conto di come si può “progettare noi stessi” per essere ciò che vogliamo attraverso i vestiti; ma nel mio lavoro, sono alla ricerca di ciò che nascondiamo sotto i vestiti.

"Caught in the Web", Camicie su rete. Photo Credit: Jens Hamran

Quanto è presente il corpo umano nei tuoi lavori anche se fisicamente assente?

(Mi piace molto questa domanda)

Questa domanda mi ha fatto davvero riflettere. Ho spesso parlato dei miei “vestiti senza corpo”, oggetti sotto i quali si può intravedere una forma “corporea. Si suppone che i vestiti parlino degli esseri umani, di un’esperienza o di uno stato, quindi credo che sia questo che sto cercando di visualizzare. Non si tratta tanto degli abiti quanto della persona che li ha indossati.

Ma, quando ho ricevuto la tua domanda, un “perché?” mi è entrato in testa.

Hai avuto l’esperienza di perdere una persona e poi pensare a lei tutto il tempo? Improvvisamente ho iniziato a pensare che forse anch’io faccio questa cosa. Nonostante la sua assenza, mio padre, che è morto quando avevo un anno, è sempre stato l’uomo più presente nella mia vita.

"A Rainy Day", Ombrello nero, etc. Photo Credit: Kari Anne Helleberg Bahri

I tuoi progetti sono inseriti in spazi interni ed esterni. Come ti rapporti con lo spazio che circonda il corpo umano? Consideri i tessuti delle membrane? Sono essi porosi all’ambiante o le consideri delle armature? A volte, come hai fatto nella tua mostra personale all’Oppland Kunstsenter nel 2016 – inserisci i tuoi oggetti all’interno di cornici e scatole di legno. Puoi spiegarci il perché di questa scelta?

Penso che tutti noi abbiamo un’esperienza personale di dove finisce il nostro corpo e dove inizia l’ambiente che ci circonda. Credo che alcune persone occupino più spazio di altre. Per quanto mi riguarda, mi sento come se fossi intrappolata nel mio corpo, mentre osservo l’ambiente circostante al di fuori di me, ma forse gli altri percepiscono, invece, che anche io mi estendo nello spazio. Sono molto consapevole delle persone che occupano lo spazio in cui mi muovo; il mio corpo e la mia mente li assorbono. Ho usato i miei vestiti per proteggermi; forse lo faccio ancora. Ho “vestito le persone”. Nei giorni negativi, ho indossato vestiti che mi davano un aspetto inavvicinabile, insieme ad una camminata un po’ troppo sicura di me che diceva: “non avvicinarti troppo”. I vestiti hanno la capacità di parlare – ma raramente dicono la verità.

"Real Space". Guanti da lavoro a forma di corpo/ameba. Photo Credit: Jena Simkova, 6th "Textile Art of Today" Triennale. Quest’opera è attualmente in mostra alla 6th "Textile Art of Today" Triennale, Slovakia

Ci vestiamo con sottili strati di tessuto per proteggerci dagli altri, dalla società e dalle sfide esterne. Un materiale così fragile come un tessuto ha un ruolo protettivo molto importante; lo trovo interessante.

I miei vestiti/oggetti/persone spesso devono relazionarsi con una cornice o una scatola; sono imprigionati. Ci possono essere molti fattori che fanno sentire le persone incapaci di muoversi liberamente. Le scatole possono essere una metafora per le opinioni degli altri su come dovresti vivere la tua vita, le aspettative della società, la tua stessa mente. C’è qualcosa di claustrofobico nella maggior parte dei miei oggetti. Sono anche consapevole che, però, le strutture possono essere rassicuranti in alcuni casi, e molte persone scelgono di vivere al loro interno.

"Real Space". Guanti da lavoro a forma di corpo/ameba. Photo Credit: Jena Simkova, 6th "Textile Art of Today" Triennale

Alcune delle tue sculture presentano concrezioni di elementi ripetuti; così, le superfici risultano organiche e vicine all’estetica e allo sviluppo delle forme naturali. Qual è la ragione di questa scelta?

Uso spesso elementi, o forme di vestiti/corpi in ripetizione per dare l’impressione di un gruppo più grande di persone. Questi diventano una massa omogenea e, apparentemente, sembrano tutti uguali. Tuttavia, quando si guarda più da vicino, tutti hanno le loro piccole differenze; sono individui con difetti e macchie. I tessuti che uso sono vecchi e usurati, e questo, per me, dà agli oggetti la loro personalità. L’organico, dissolubile e macchiato rappresenta per me l’umano; il bianco, pulito e squadrato – come la camicia bianca che uso spesso – è invece una costruzione umana.

"Caught in the Web"- Pezzo a parete, piccole camicie bianche. Photo Credit: Jens Hamran

Il tema della salute mentale è dominante nel tuo lavoro. Puoi parlarci del progetto che meglio incarna ed esprime questo concetto? Puoi soffermarti sul ruolo curativo dell’arte?

Trovo difficile scegliere un progetto che rappresenti il concetto di salute mentale meglio di un altro. Tutte le mie opere lo fanno in un modo o nell’altro. Tutto è iniziato quando, nel 2008, ho creato dei vestiti che rappresentassero il disturbo bipolare. Dopo di che, i miei pensieri si sono rivolti maggiormente verso quegli stati d’animo difficili e oscuri che tutti noi abbiamo, diagnosi o no, che fanno parte dell’essere umano. Nella mostra all’Akershus Kunstsenter: “I dress/therefore I am?”, ho esposto degli oggetti che esprimono diversi sentimenti/intenti che credo siano familiari a tutti noi, come l’insicurezza, l’avversità, l’esclusione e altro. Queste impostazioni mentali determinano il percorso che si sceglie di intraprendere nella vita; se ti sovrastano, possono imprigionarti. Tutte le nostre esperienze sono coinvolte nella formazione degli schemi mentali che costituiscono ciò che siamo e che diventeremo. Con questo progetto, ho voluto creare diversi oggetti/elementi tessili. Mettendoli tutti insieme, si potrebbe immaginare la mente di un essere umano. In questo caso: io.

Il processo di guarigione dell’arte sceglierò di dividerlo in due: Il fare arte e lo sperimentare l’arte. Quando fai arte, elabori i tuoi pensieri. Esprimi ciò che è nella tua testa e nel tuo corpo – in un certo senso, ti svuoti. Penso che esprimere sé stessi, in un modo o nell’altro, sia essenziale. Non tutti possono farlo verbalmente o per iscritto. Le persone che pensano e comunicano attraverso l’uso delle mani possono facilmente diventare invisibili.

Penso che molti giovani oggi abbiano bisogno di esprimersi visivamente e questo non è una priorità nelle scuole.

Sperimentare l’arte può essere curativo nel senso che si può arrivare a capire meglio se stessi; qualcuno ti sta mostrando un metodo per capire cos’è la vita. Possono farti vivere un’esperienza meravigliosa del mondo, rendendolo bello per un po’. Questa pratica ti parla in modo diverso, direttamente o in modo strano e incomprensibile. Per me si tratta soprattutto di ricevere un riconoscimento, credo, e del senso di appartenenza.

"Duo". Due camicie con cravatta. Photo Credit: Kari Anne Helleberg Bahri

Per quanto riguarda i materiali che usi nei tuoi lavori, dove li prendi? Ci sono regole specifiche che guidano le tue scelte, per esempio il tipo di materiale, il colore, la forma, se sono nuovi o riciclati?

La mia fonte di materiali più consistente è il negozio di seconda mano di mio cugino. Ha anche una sezione con uno stock di surplus militari. Oltre a questo, regolarmente vado ai mercati delle pulci e visito vari negozi dell’usato. Come detto prima, cerco tessuti che siano chiaramente segnati dalla vita; i tessuti rattoppati sono, per me, un tesoro il rammendo mi sembra il ricamo più bello.

Il pezzo “Handmade” è fatto per lo più di guanti anti-infortunistici nuovi acquistati in un negozio di abiti da lavoro, il che è abbastanza insolito per me. Sfortunatamente, non posso sempre trovare grandi quantità di un materiale nei negozi di seconda mano. I guanti erano quelli più economici che potevo trovare, e allo stesso tempo, mi piaceva il loro aspetto grezzo, dalla forma strana e alla portata di tutti. Mi piace che il loro compito sia quello di proteggere le mani dei lavoratori. Mi piace anche il fatto che, con questo background, posso creare qualcosa di nuovo che racconta una storia sulle mani e su ciò che possono rappresentare: essere protettive o soffocanti?

I materiali sono naturali: cotone, lana, juta e così via. Mi piace il loro aspetto, la qualità della sensazione e il loro odore.

I colori che uso sono neutri; le mie opere mancano di colore. Voglio che i risultati siano spogliati di qualsiasi tono che possa suscitare aspettative. Le opere dovrebbero descrivere un lato un po’ più pesante della vita, e i colori sono spesso associati a uno stato d’animo felice. In alcuni oggetti, uso strisce che possono essere collegate a vecchie uniformi carcerarie o pigiami, rappresentando un qualche tipo di situazione ristretta o sedentaria.

"Handmade". Coperta di guanti da lavoro. Photo Credit: Kari Anne Helleberg Bahri, from the Socle du Monde, Biennale 2021

Qual è la tua tecnica preferita? Ha un significato meramente strutturale o anche concettuale?

La tecnica che preferisco è la cucitura a mano. Sento di avere più controllo, cucendo lentamente a mano, instaurando un rapporto con i materiali che mi permette di entrare in uno stato di tranquillità. I punti di cucitura sono semplici; non voglio che siano fatti bene, ma che risultino diretti e non troppo sofisticati. La cosa più importante è che esprimano amore per il capo/tessuto. La cucitura deve rappresentare l’azione del rammendare – come può fare chiunque, semplicemente perché ama o ha bisogno dell’indumento e vuole che duri più a lungo.

Qualche mostra in programma?

Non ho nessuna mostra importante a cui lavorare al momento. Tuttavia, farò qualcosa per una chiesa, e lo trovo un po’ impegnativo perché la sala dove dovrò allestire l’opera è piena di storia e di aspettative – devo davvero riflettere prima di collocare un lavoro in questo spazio. Ciò a cui dedicherò più tempo questa primavera è la saldatura. Recentemente ho frequentato un corso e non vedo l’ora di esercitarmi e di fare esoscheletri e strutture per i miei lavori tessili. Sono molto entusiasta!

"Inception" dettaglio. Un piccolo fagotto fatto con un vecchio sacco che rappresenta la nascita. Photo Credit: Kari Anne Helleberg Bahri