• 4 Dicembre 2022 13:54

LEONARDO BENZANT

English (Inglese)

*Foto in evidenza: MIA Install: Radiations Of The Midnight Walker, Victorious In Round Number 8, He Who Moves Inside Of The Womb Of Magik And Timelessness, He Who Moves Here, There, And Everywhere Chanting: I AM THE GREATEST! And Chanting: WITCHCRAFT WILL NEVER TOUCH ME!, 2016. Materiali: manichino, stoffa, vestiti, mpolos (parola kikongo per polvere o polveri), spago, macinacaffè, vija (ashiote), polvere di carbone, efun (polvere di guscio d’uovo) , cenere di sigaro, glitter, acrilico, inchiostri acrilici, medium gel, corda, cuoio, monofilamento, perline di vetro e vari. Dimensioni: 120″ X 21″ X 24″ (circa)

Traduzione a cura di Elena Redaelli

Leonardo Benzant è un artista multidisciplinare americano/dominicano con origini haitiane nato e cresciuto a Brooklyn. La sua pratica artistica è informata dai suoi studi e dalle iniziazioni di origine Kongo e Yoruba: una spiritualità che plasma la sua arte e che l’artista rafforza attraverso una costante ricerca in ambito religioso, artistico, storico e culturale, fino all’approfondimento dei rituali africani e caraibici, intrattenendo un dialogo costante con l’arte moderna e contemporanea. In una continua sperimentazione di un’ampia varietà di materiali e tecniche Benzant crea complesse sculture e installazioni dinamiche in cui utilizza dagli objet trouvé fino alle perline.

Benzant ha ricevuto una Borsa di studio per Pittori e Scultori dalla Joan Mitchell Foundation, ha frequentato il Pratt Institute e la Galveston Artist Residency in Texas. Le sue opere sono state esposte, tra le altre, in mostre al MoAD Museum of African Diaspora in California, al Museum of Arts and Design di New York, al King Juan Carlos of Spain Center della New York University. Ha partecipato a Untitled a Miami Beach (2019 e 2020), a Expo Chicago e a Pulse Contemporary Art Fair.

I suoi lavori fanno parte di diverse importanti collezioni private e pubbliche tra cui il Weisman Museum, il Minneapolis Institute of Art, il Bunker Artspace e l’Harvey B. Gantt Center for African American Arts + Culture di Charlotte, North Carolina.

Lo abbiamo intervistato in occasione della sua recente mostra personale alla Claire Oliver Gallery di Harlem, conclusasi a gennaio 2022.

Afrosupernatural Entities And Archetypes_Installation_04 from left to right; La Redentora (The Redeemer), Totem, El Cimarron, and The Maroon. 2017, acquerello-carta-taglio-forme, gel-medium, caffè-macinato, vija (ashiote), polvere di grafite, polvere di carbone, acrilico. Dimensioni variabili; altezza 132 pollici pollici

Chi è Leonardo Benzant?

Ho iniziato a descrivermi come uno “sciamano urbano” circa 20 anni fa. Era un modo per me di trasformare il mio passato e la direzione che stavo prendendo, che era molto autodistruttiva. Sono cresciuto a Bushwick, un quartiere difficile nell’era del crack degli anni ’80. Questo significa che sono stato un bambino in un ambiente con un’incredibile quantità di violenza e abuso di droga. Sono figlio dell’hip hop, della musica house e della dancehall reggae. Inoltre, ero immerso nell’ascolto del jazz, studiavo le sue filosofie e percepivo i suoi principi come legati ai linguaggi, all’estetica e alla cosmologia africana. Osservavo i principi estetici e diasporici africani tra cui: improvvisazione, poliritmia, chiamata e risposta, intuizione e storia orale. Questi elementi si esprimono, in varie forme, nella materialità del mio lavoro. Creo strutture che riflettono pattern multipli e operazioni casuali che suggeriscono l’influenza di forze spirituali dietro il lavoro e le sue idee.

Mia madre, nel tentativo di combattere l’influenza negativa del quartiere in cui sono nato, mi iscrisse ad una scuola cattolica, ma mi sentivo totalmente scollegato da quell’ambiente Anche se non potevo articolarlo pienamente in quel momento, a livello istintivo, l’ho associato a ciò che ora comprendo come i modi in cui il nostro popolo dell’Atlantico nero è stato colonizzato.

Anche se a livello intellettuale e accademico c’è stato un grande progresso e un’ampia discussione sulla decolonizzazione, è stata data pochissima attenzione alle fondamenta della filosofia e cosmologia africana, che deriva dalla relazione che il nostro popolo ha con la terra, i rituali che questa ispira, la magia e la spiritualità. In un certo senso, il lavoro non può essere portato a termine perché gli intellettuali non iniziati, di solito, possono solo graffiare la superficie di questa conoscenza. La singolarità e la pregnanza del mio lavoro implicano un approfondimento in questo ambito. Spesso l’occidente ha dipinto un’immagine della spiritualità africana come primitiva, malvagia e arretrata. Per quanto riguarda i rituali della diaspora africana e la natura complessa dei suoi sistemi di credenze, niente potrebbe essere più lontano dalla verità.

Across Seven Ruins & Redemptions_Somo Kamarioka Installation One the sculpture, from left to right: Double-Dutch Dreams: A Black Girl’s Rhythm And Magic, A Black Boy Finding His Malongo (Seven African Powers). 2021, 103 x 84 x 10 in, perline di vetro e ceramica, tessuto, vernice acrilica, gel medium e filamento

Cosa significa per te essere un artista?

Da ragazzo amavo sedermi alla finestra per osservare il mondo del mio vecchio quartiere con tutto il suo dramma, trauma, violenza, bellezza e poesia. Sono diventato un artista nella mia testa, molto prima di prendere in mano una matita, un ago o un pennello. La sensibilità artistica è venuta prima. È l’origine del diventare artista. È la curiosità e l’imparare a vedere le cose che viene prima di lasciare un segno. Un modo unico di vedere diventa la tua visione artistica.

Essere un artista è un invito dall’ignoto e dagli aspetti e dimensioni non vissuti della tua anima che creano un’implacabile, formidabile necessità interiore, desiderio e curiosità di capire il tuo mondo, chi sei e il tuo posto nel mondo. Questo richiamo ti costringe a cercare modi per trovare o creare un linguaggio in termini di plasticità, estetica, materialità e sensibilità.

Ho sempre sentito come se il mio scopo come canale artistico fosse quello di far nascere qualcosa di nuovo, magico e singolare: un nuovo mondo, un nuovo universo, un nuovo vocabolario visivo che è personale e ha radici nella conoscenza ancestrale ed esperienziale.

L’essere artista mi fornisce un modo per scavare in tutte le diverse parti del mio io: le mie radici Afro – Domenicane – Haitiane, il mio orientamento sessuale, essere un figlio, un fratello, un padre, un prete, un amante. Mi permette anche di sintetizzare gli anni spesi a guardare ad opere d’arte di altri artisti nei musei, nelle gallerie e sui libri. Il MET, per esempio, mi ha dato accesso a culture antiche e globali. Mi considero una parte di un tutto. Essere un artista mi ha anche salvato la vita. Avevo intrapreso un percorso abbastanza distruttivo. Mi ha dato un senso di scopo e una ragione per coltivare la disciplina nella vita. Considero l’essere artista come un viaggio da eroe. Bisogna sviluppare uno spirito guerriero per affrontare i tremendi messaggi negativi che riceviamo dall’esterno, ma soprattutto per superare la paura dentro di noi.

Black Joy Takes Courage, 2019, bambola caucasica, tessuto/vestiti, acrilico, gel-medium, monofilamento, pelle, perline di vetro, perline di ceramica fatte a mano, perline di cavallino di plastica e varie. Dimensioni: 98" X 48" X 5". Cortesia Claire Oliver Gallery

Le tue opere sono frutto di un lavoro certosino che richiede lentezza, concentrazione e pazienza. C’è in questi gesti anche una dimensione rituale e spirituale?

Esiste una soggettività intorno alle nozioni di tempo che sono sia personali che culturali. La nozione occidentale del tempo è una costruzione culturale imposta ad altre culture come standardizzazione. Diamo per scontate le nostre attuali, occidentali, nozioni di tempo, senza ricordare che altre culture hanno avuto, e in qualche modo hanno ancora, i loro propri costrutti temporali. La necessità di una sincronizzazione globale del tempo è radicata in un desiderio europeo di espansione e dominazione. Il progetto occidentale di standardizzare i modi di scandire il tempo era in gran parte un progetto che riguardava l’efficienza nella circolazione dei prodotti.

Vedo il lento processo di lavorazione delle mie opere come un invito a ricordare che il nostro senso del tempo è in gran parte un prodotto dell’immaginazione. Ciò che è affascinante della lentezza del mio processo è che il mio lavoro tende a muoversi contro questa posizione ideologica di efficienza. Ci vuole il tempo necessario perché non si tratta di efficienza. Si tratta del processo, del rituale. Il mio padrino, che mi ha introdotto nel complesso rituale di derivazione Kongo conosciuto come Mayombe, una volta disse: “la natura non si affretta per nessuno”. Da una prospettiva Kongo, la natura è viva, è animata, la natura è dove otteniamo mpungo, nkisi, malongo, bilongo – tutte forme di medicina e spirito.

La lentezza implica un passaggio meditativo del tempo ed è in contrasto con una società industriale e un mondo dell’arte macchinico dove tutto si muove velocemente, seguendo l’ultima tendenza. Rallentare ci permette di riflettere più a fondo durante il processo di produzione e aumenta anche le sensazioni visive e tattili.

Rallentare ci permette di concentrarci e prestare attenzione verso quelle strutture che si evolvono in molti mesi. Il percorso è più simile a una maratona che a uno sprint e coinvolge tutto il mio essere: fisicamente, emotivamente, mentalmente e spiritualmente. Quando lavoro sono così immerso che posso perdere il senso del tempo. C’è gioia e atemporalità, ma anche una solitudine particolare che richiede un forte senso di compostezza e tenacia che potremmo definire pazienza. Il mio lavoro e il mio processo richiedono anche coraggio e vulnerabilità per imbarcarsi nell’ignoto, facendo audacemente spazio a quelle visioni uniche che ognuno di noi tiene dentro e che a volte siamo tentati di rifiutare.

Le idee sottese al il mio processo spesso trascendono la loro materialità in modi che sono legati a dimensioni spirituali e ancestrali. Uso materiali come fibre, tessuti e perline e li trasformo in espressioni artistiche al di là del canone occidentale. Ogni perlina, ogni filo, ogni forma avvolta e legata attinge alle tradizionali, spirituali pratiche di guarigione africane. Simile a un nkisi (un portafortuna Kongo), il mio lavoro aspira ad essere un oggetto di potere creato da azioni ripetitive ed evocative e da una serie di rituali che mettono insieme varie energie e forze. In sostanza, è un deposito di storie personali e collettive.

The Tongue On The Blade: Serenade For Aponte And All Those Who Have Vision. 2017, rete per pollai, cartapesta, tessuto, segatura, caffè, sabbia, spago, argilla, acrilico, gel medium e vernice, monofilamento, perline di vetro e semi. Dimensioni: 75 "X 39" X 9"

Quali sono i temi e le riflessioni da cui nascono i tuoi lavori? E come procedi per dare forma all’idea?

Ovviamente, i temi e le riflessioni nel mio lavoro nascono dalla memoria, dai sogni, dalla ricerca, dalla storia, dall’immaginazione e dall’esperienza fenomenologica, sia personale che condivisa, di essere un ragazzo nero.

Dopo anni di dipendenza e uno stile di vita auto distruttivo, ho iniziato a cercare una cura, la trasformazione e un significato, connettendomi alle mie radici. Un’esperienza emozionante che mi ha permesso di connettermi con qualcosa di famigliare ma anche di molto antico. Ho trovato molti punti di connessione con le tradizioni spirituali africane. La prima volta che allestì il mio altare Egun (che è un altare per i morti viventi, gli antenati) cominciarono a verificarsi varie forme di fenomeni inspiegabili, idee, immagini e sensazioni nel mio corpo in punti identificati come chakra – il mio terzo occhio, la mia corona e, in particolare, il mio chakra sacrale. Dopo mezzanotte, a volte sentivo bussare alla mia porta e quando aprivo non c’era nessuno. Dopo aver fatto un bagno spirituale, mi capitava di sentire la sensazione di qualcuno seduto sul mio letto che mi toccava i piedi per farmi sapere di essere amato e al sicuro – una sensazione molto calda e curativa.

Ho cominciato ad avere visioni del mio lavoro, ad intuire cose che si sarebbero poi materializzate, apparizioni. A volte ho sperimentato una misteriosa capacità di predire eventi, come quella volta che mi sono state date istruzioni in anticipo salvandomi, effettivamente, da un incidente d’auto. Ho sempre fatto sogni magici, multicolori, con messaggi contenenti spiriti, parole o frasi e intuizioni – i sogni hanno gli stessi colori delle mie sculture. Mi muovo attraverso il mondo con un forte senso di intuizione, un sapere interiore – quando ho il coraggio di fidarmi e di ascoltare ho la sensazione di essere guidato.

Tutte queste esperienze influenzano la mia pratica artistica da un luogo che va oltre le facoltà intellettuali o razionali della mente. Quando ho intrapreso questi percorsi di iniziazione, nel Lucumi o Palo Mayombe, mi sono accorto che queste reminiscenze africane erano da sempre presenti, nascoste alla vista solo perché la nostra prospettiva colonizzata spesso inibisce la capacità intrinseca di percepire chiaramente tutte queste connessioni.

Ero circondato da questi rituali grazie a mia nonna che era una spiritualista. La sua casa, l’intero appartamento, era dedicato ad altari associati a divinità africane.  Ho capito come l’amore di mia madre per la musica, il teatro, l’opera, il suo senso del design, del colore e dello stile mi abbia permesso di immaginare come creare la mia estetica. L’amore di mio padre per la storia, per i rivoluzionari come Che Guevara, per i libri; il modo in cui comunicava attraverso i diagrammi, ha influenzato molto l’artista che sarei diventato. Quando ho incontrato i sistemi di scrittura ideografica nelle cerimonie Mayombe, mi sono sentito a casa.

Le mie idee arrivano da ogni parte, sia dentro che fuori di me, e soprattutto dal lavoro stesso. Faccio riferimento ai libri, all’arte e alla natura. Quando faccio delle lunghe passeggiate, specialmente nella natura, raccolgo informazioni dai sistemi di radici degli alberi e delle piante. Penso al contenuto in modo simbolico, archetipico, cerco di costruire una cosmologia e un senso di scambio che uso per creare il mio mondo. I materiali hanno una storia e sono associati a dei livelli di metafora.

Le perline e i materiali sono i mattoni per creare le mie sculture. L’immagine ricorrente che ho della concretizzazione delle mie idee ha a che fare con l’immaginare le parti delle mie sculture come un nucleo. Creo diverse strutture simili a nuclei che si espandono come una spirale e penso ad ogni nucleo come parte di una costellazione di idee o come parte del mio vocabolario unico. Uso un vocabolario visivo basato su sistemi di scrittura ideografica per costruire pensieri completi accompagnati da sensazioni complesse come frasi o paragrafi.

Radiations Of The Midnight Walker, Victorious In Round Number 8, He Who Moves Inside Of The Womb Of Magik And Timelessness, He Who Moves Here, There, And Everywhere Chanting: I AM THE GREATEST! And Chanting: WITCHCRAFT WILL NEVER TOUCH ME! 2016. Materiali: manichino, tessuto, vestiti, mpolos (parola kikongo per polvere o polveri), spago, macinacaffè, vija (ashiote), polvere di carbone, efun (polvere di guscio d'uovo), cenere di sigaro, glitter, acrilico, inchiostri acrilici , gel-medio, corda, cuoio, monofilamento, perle di vetro e varie. Dimensioni: 120" X 21" X 24" (circa)

Quali sono i materiali e le tecniche che utilizzi preferibilmente per i tuoi lavori? C’è una ragione anche simbolica o concettuale nella loro scelta?

La struttura e la materialità delle mie sculture manifesta la mia cosmologia personale, la mia grammatica e il mio lessico visivo. Il mio materiale primario sono i tessuti e perline di vetro ma uso anche altri materiali a livelli differenti, questo dipende dall’opera sulla quale sto lavorando al momento. Gli altri materiali che uso nelle mie sculture di perline includono: monofilo, spago, bambole, manichini, macinini di caffè, medium gel, fasci di piante, monete e pittura acrilica. I materiali che uso operano su tre livelli: strutturale, estetico e metaforico.

Nel 2010 ho iniziato a usare il tessuto in una scultura assemblata simile a una tenda intitolata Beings Born From Word And Stitch. La scultura ha richiesto un periodo di nove mesi per essere finalizzata. In questi nove mesi, che simboleggiano il periodo di gravidanza di una madre, è nata Maia, mia figlia. Allo stesso tempo stavo dando alla luce la nuova direzione che il mio lavoro avrebbe intrapreso. In quest’opera ho usato un tessuto policromo tipico della danza in maschera Nigeriana degli Yoruba: Egungun. La tavolozza policromatica è in parte ispirata alla teoria dei colori Yoruba dove i questi sono collegati ai vari dei e riflettono i loro temperamenti. I colori si riferiscono anche a Osain una divinità che possiede la foresta, nella quale si trova la sua medicina sotto forma di foglie di diversi colori.

In questo pezzo c’è anche una connessione tra la struttura a tenda della scultura e il velo visto in un copricapo Egungun. Egungun è una parola che coniuga due significati: “ossa” e “poteri nascosti”. Ho immaginato che le strutture tubolari fossero le ossa dell’opera, un’incarnazione di forme e forze occultate dalla lavorazione delle perline e ispirate dai sistemi di scrittura ideografica di derivazione Kongo. Il velo del copricapo rispecchia la struttura a tenda della mia opera ed è una metafora della soglia tra il mondo degli antenati e quello dei vivi. Ho ritenuto importante dedicare una particolare attenzione alla descrizione di questo lavoro. Anche se sembra diverso da altri miei lavori fatti con le perline, credo che sia la scultura madre che ha dato vita alla serie Paraphernalia Of The Urban Shaman M:5, ancora in corso.

Questo è un momento, nella traiettoria della mia pratica, in cui sto iniziando a pensare agli oggetti d’arte in modo tattile, magico, tridimensionale e ritualizzante. Questa nuova prospettiva mi permette di sperimentare e vedere l’artista come un ponte tra il mondo materiale e quello immateriale. Il pensare a me stesso come un canale, un condotto, un ritualista, un prestigiatore e una specie di “sciamano urbano” situa la mia pratica tra il mondo fisico e quello spirituale, allo stesso tempo sacro e secolare.

Questo è stato anche un progetto di svolta per me, perché ha comportato l’abbandono della pittura come modalità dominante o esclusiva di creazione. Ho cominciato a reinventare me stesso e il mio linguaggio quando ho smesso di pensarmi esclusivamente come un pittore – una cosa che associavo al canone e ai simboli della colonizzazione. Questo ha coinciso con l’iniziare ad usare dei tipi di materiali al di fuori del concetto occidentale di belle arti. Ho iniziato a usare materiali che sono spesso considerati artigianali o “arte bassa” e a trasformarli in un linguaggio visivo complesso e innovativo. Lavorare con i rituali e i materiali usati durante le evocazioni come tessuti, perline, caffè, achiote, rum, polvere di guscio d’uovo e monete è stato un processo trasformativo e curativo per me. Sono stato in grado di connettermi alle metafore e alle storie che vi sono incorporate.  Ho iniziato a vederli come strumenti di trasformazione, una sorta di armamentario che mi ha portato a intitolare la serie The Paraphernalia Of The Urban Shaman: M5.

Il mio linguaggio visivo rispecchia l’idea di come nelle pratiche africane il visivo, l’auditivo e il tattile siano connessi. I modelli visivi, i ritmi, il senso del tatto e altre esperienze multisensoriali sono collegati. Il mio lavoro, tendenzialmente, attinge da molteplici pratiche spirituali africane. Come uno “Sciamano Urbano” immagino i rituali e i sistemi di creazione di un nuovo mondo con il suo proprio linguaggio influenzato da culture antiche e contemporanee. A volte ritualizzo il mio processo in modi che sono personali ma che simultaneamente riecheggiano ancestrali tradizioni. A volte il rituale consiste nel recitare affermazioni mentre spruzzo le mie sculture con del rum bianco, un’offerta agli antenati che ispirano e guidano il mio lavoro. I fasci di piante che ho usato, insieme a monete e preghiere scritte, sono un altro modo in cui la ritualità entra nell’opera. Lo scopo dell’intero processo di realizzazione di un oggetto scultoreo è quello di trasmutare, rendere alchemico e manifestare le caratteristiche energetiche cosmiche che sto localizzando dentro di me come essere multidimensionale. Immagino che attraverso il materializzarsi della scultura sto anche trasmettendo delle caratteristiche energetiche del nostro tempo, degli antenati e del mondo in generale.

Reliquary For The Black Boy Who Sits At The Window Dreaming(A Collection Of Conjurings and Letters), perline di vetro e ceramica, pelle, tessuto, vernice acrilica e filamento. 70 x 90 x 8 pollici | 177,8 x 228,6 x 20,3 cm

Recentemente la Claire Oliver Gallery ha proposto la tua personale “Across Seven Ruins & Redemptions_Somo Kamarioka. Di cosa parlano questi lavori?

Questo corpo di lavoro, Across Seven Ruins and Redemptions_Somo Kamarioka, nasce da un anno di incredibili trasformazioni nella mia vita, di separazioni, dalla mia iniziazione a una religione diasporica africana conosciuta come Regla de Ocha e dal mio trasferimento a St. Croix nelle Isole Vergini Americane. Sono circondato dalle conseguenze della schiavitù e del colonialismo e da persone che vivono in vari stadi di rovina e redenzione.

Questa serie porta avanti il mito e la storia delle origini di un personaggio che ho creato, chiamato lo Sciamano Urbano. Questo soggetto rispecchia la trasformazione della mia vita, da ragazzo cresciuto in alcuni dei quartieri più difficili di NY ai comportamenti autodistruttivi e ai traumi che ne sono derivati. Lo Sciamano Urbano è un archetipo in grado di gestire le ombre di queste rovine, riflettendo una lotta personale e collettiva verso la redenzione.

Ogni perlina, ogni filo, ogni forma avvolta e legata attinge alle pratiche spirituali e di guarigione della tradizione africana. Simile a un nkisi (un portafortuna Kongo), il mio lavoro aspira ad essere un oggetto di potere creato da azioni ripetitive ed evocative e da una serie di rituali che mettono insieme varie energie e forze. In sostanza, è un deposito di storie personali e collettive. I dipinti diventano una sorta di specchio in quanto sono creati ricalcando parti delle sculture. Questo riflette sia le tradizioni di derivazione Kongo di connettersi a un sé gemello nel mondo spirituale sia la creazione di un sistema di scrittura ideografica. I dipinti evocano imbarcazioni acquose ispirate ai prigionieri africani e al viaggio attraverso l’Atlantico durante la tratta transatlantica degli schiavi.  Come pseudonimo di Urban Shaman, Somo Kamarioka è una miscela creolizzata di spagnolo e Kikongo che si traduce vagamente in “siamo camaleonti”. A livello materiale si riferisce alla metamorfosi delle perline, della corda e del tessuto. A livello spirituale e intellettuale riflette le strategie di sopravvivenza adattive e le trasformazioni camaleontiche che avvengono – sia personalmente che collettivamente – quando navighiamo attraverso vari sistemi di oppressione. Nonostante il trauma e la violenza, Across Seven Ruins and Redemptions_Somo Kamarioka materializza un viaggio di speranza, guarigione e autodeterminazione.

Reliquary For The Black Boy Who Sits At The Window Dreaming(A Collection Of Conjurings and Letters), dettaglio, perline di vetro e ceramica, pelle, tessuto, vernice acrilica e filamento. 70 x 90 x 8 pollici | 177,8 x 228,6 x 20,3 cm

C’è un’opera che più di tutte ti ha profondamente coinvolto emotivamente, intellettualmente e spiritualmente?

Nel complesso, la serie in corso intitolata Paraphernalia Of The Urban Shaman M:5 mi ha costretto a investire moltissimo e ad immergermi completamente. Parte di questa serie, “That Which Which Weaves All Of Time Together” è uno dei tanti pezzi potenti. Quando stavo facendo questa scultura, continuavo a pensare alla morte, al rinnovamento e alla rigenerazione; specialmente nel contesto degli strumenti divinatori come i tarocchi, che uso come punti di riflessione. Stavo subendo tremende transizioni personali che percepivo come morti, separazioni che erano una specie di disfacimento, e stavo anche rimettendo insieme me stesso e la mia vita. Il disfacimento si rispecchiava anche nella società e nel mondo contemporaneo, durante la pandemia e i disordini civili e razziali del 2020, con George Floyd e Breonna Taylor. In un certo senso, quello che succede in questo momento non è così unico, perché si possono vedere i parallelismi tra passato, presente e futuro. Mentre pensavo alla morte e alla rigenerazione e alla trasformazione e al disfacimento, pensavo anche a qualcosa che il mio padrino spirituale mi disse una volta: che l’amore è la forza più potente dell’universo. Mi ha fatto pensare all’amore, non solo in senso romantico, ma anche che tutta la creazione, la magnificenza del mondo, è creata attraverso la vibrazione dell’amore. È qualcosa che è cosmico ed evoca la forza originaria della creazione. In questo modo, può anche essere visto come una musa. Durante la realizzazione di quest’opera ho attinto a questa energia, una musa che era una persona reale nella mia vita e anche alle forze ancestrali e spirituali che camminano con me. La vita si equilibra da sola. Mentre alcune cose nella mia vita si stavano dissolvendo, si verificavano anche nuove connessioni e nuovi modi di comunicare e nuovi modi di esprimere me stesso. L’atto del fare, il rituale, i miei gesti di evocazione, l’infilare le perline era un modo di tessere la mia vita, la stavo trasformando, la stavo curando.  La storia è comunemente vista come un insieme di eventi che si verificano lungo una linea retta, ma la storia è anche una ripetizione di temi eterni, come l’amore, la morte e l’aldilà, e queste sono le cose che tessono il tempo.

Artista nel suo studio nel Queens, NY, si sta preparando per Untitled Art Fair 2019. Sta lavorando a Ngonda Magik e The Language of Circles And Spirals. E dietro di lui, in itinere, The Trickster Who Weaves The World

A cosa stai lavorando in questo periodo? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho intenzione di continuare a sviluppare il linguaggio e le idee relative alla serie in corso Paraphernalia Of The Urban Shaman M:5. Vedo il lavoro diventare più forte, espandersi ed evolversi. Mi immagino di creare progetti con altre modalità: dipinti, video, fotografie e progetti audio che definisco Soundsculptures. Vedo questi ulteriori modi di espressione come estensioni del mio vocabolario, un’estetica che riflette le alternative narrazioni della mia visione complessiva. Sono nel bel mezzo del concepimento di nuove idee per una mostra personale in un museo che metterà la mia scultura in conversazione con opere create in altre discipline. Attualmente sto concettualizzando e materializzando un nuovo ciclo di sculture e lavori su carta-disegni che definisco “paper-cut-forms”, come la serie che ho realizzato a GAR (Galveston Artist Residency) chiamata Afrosupernatural: Entità e Archetipi. Inoltre, in lavorazione, è una grande scultura totemica intitolata The Voyage Across Seven Chambers: Poesy To All The Goddesses And God Of The Sea. Mentre riflettevo sui toni di perline, sui tessuti blu in contrasto con il bianco, ho cominciato a ricordare la mia Ita, (sessione divinatoria di 4 ore che ho ricevuto durante la mia iniziazione). Durante questa sessione, mi è stato detto che sono un figlio di entrambe le acque. Ciò significa che sono figlio di una divinità Yoruba: l’orisha, che possiede l’oceano (Yemaya) e dell’orisha che possiede i fiumi (Oshun). In sostanza, questo è un pezzo sull’interrelazione di vari sistemi di credenze, cosmologia, eco-sistemi, e le vie via neuronali come metafora della relazione tra l’universo (macro) e l’universo della propria mente (micro) – il legame tra il mondo interno ed esterno, la relazione tra spirito e materia e le varie dualità cosmiche.