Lucie Richard – Bertrand: “Lavoro, sperimento, creo. È qui che si concentra tutta la mia energia”

“Hara House Il Trio ”, copyright Lucie Richard-Bertrand; photo Stefano Bianchi

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 Lucie Richard-Bertrand

Con l’opera Hara House l’artista francese Lucie Richard-Bertrand ha ricevuto un prestigioso riconoscimento: il premio Arte&Arte 2020 alla XXX edizione del Miniartextil Como.

Laureata alla facoltà di architettura di Saint-Etienne nel 1997, Lucie ha iniziato il suo percorso artistico come designer di tessuti e sarta, ma la decisione di dedicarsi completamente alla ricerca artistica è avvenuto dopo il ritorno da un lungo soggiorno in Cina, dove ha vissuto per  più di un anno a partire dal 2010.

Il profondo legame con il mondo dell’artigianato tessile ha condotto l’artista a sviluppare una particolare sensibilità verso questi materiali che manipola e  trasforma in modo istintivo e grazie all’esperienza di architetto, costruisce, sviluppa e crea l’opera finale.

Di seguito il link al sito web dell’artista:

https://www.textilart.design/

Lucie, sei di formazione architetto. Quale è stato il percorso che ti ha portata a diventare un’artista?

È stato un lungo cammino in cui si è trattato di trovare la mia vera identità, di eliminare luoghi comuni e schemi già fatti, di costruire un “savoir-faire, di fare incontri importanti, sia sul piano umano che intellettuale. Mi ci sono voluti, una volta terminati i miei studi di architettura, quasi 25 anni…

Sono cresciuta con l’idea che non avevo nessuna immaginazione. Le mie numerose attività artistiche, da bambina e poi da adolescente, consistevano principalmente nel riprodurre, sia si trattasse di disegno, di musica, che dei miei innumerevoli “bricolages” di cartone, perle, lana, filo o carta pesta… Vivendo in una famiglia nella quale non c’erano artisti, non sono riuscita a capire che stavo semplicemente insegnando alle mie mani a sviluppare un’intelligenza propria, che mi stavo esercitando, “allenando” a creare.

Da ragazza, trovavo inconcepibile l’idea di mettere un piede nel mondo dell’arte. Diventare architetto è stato probabilmente un modo incosciente e indiretto per avvicinarmene. Ho ritrovato più tardi il piacere del lavoro manuale grazie alla confezione di capi durante la mia prima gravidanza. Più banale di cosi! Restare vicina a mio figlio mi era apparso allora come un’evidenza e decisi di abbandonare il mio lavoro d’architetto nel quale non mi sentivo più al mio posto. Cucire è stato un modo di riscoprire il piacere della fabbricazione, tuttora molto importante. Quest’attività di creazione tessile “utilitaria” mi ha accompagnato qualche anno in modo artigianale e professionale, poi, piano piano, ha cominciato a trasformarsi e a derivare altrove… coll’inizio di un lungo lavoro d’introspezione: un periodo che sarebbe già in sé stesso materia per un romanzo in cui si mescolano il desiderio profondo di capirmi come madre, come donna, sposa, amante e una sete immensa di libertà, d’incontri e d’avventura.

Questa esplorazione intima è stata un vero detonatore. Ho cominciato a scrivere, comporre canzoni, a cantare, a leggere di tutto, e le barriere che mi ero posta io stessa sono cadute una ad una. Per finire, un anno e mezzo trascorso in Cina mi ha convinto una volta per tutte di consacrarmi alla creazione artistica. Si è trattato poi d’approfondire la mia pratica e le mie conoscenze evitando una brutta tendenza a disperdermi troppo. Ho un tale desiderio di esplorare in tutte le direzioni che una vita non mi basta…

Dunque, è solo recentemente che ho trovato il mio lavoro sufficientemente valido per decidermi a condividerlo al di là della mia sfera intima.

“Cabane”, jute canvas, brass, copyright Lucie Richard-Bertrand

“Cabane”, jute canvas, brass, copyright Lucie Richard-Bertrand

“Cabane”, jute canvas, brass, copyright Lucie Richard-Bertrand

“Cabane”, jute canvas, brass, copyright Lucie Richard-Bertrand

In occasione della trentesima edizione del Miniartextil, la giuria ha conferito il Premio Arte&Arte 2020 alla tua opera “Hara House” che entrerà così a far parte, tra l’altro, della prestigiosa Collezione Bortolaso – Totaro.

Il tema della casa è ricorrente nei tuoi lavori, penso ad esempio alle opere “Kashuba”, “Habitat” e “Cabanes”. Ci puoi raccontare cosa ha ispirato, in particolare, Hara House e come è nata l’idea di quest’opera?

Quando ho deciso di presentare un’opera a Miniartextile stavo facendo alcune prove per la realizzazione di un oggetto ad alto contenuto simbolico…

Bisogna sapere che pratico da tempo una disciplina particolare, un tipo di canto che mi porta a stati di coscienza modificata, accompagnati spesso da visioni. È stata una particolare intenzione rivolta verso i miei antenati durante questa mia pratica che mi ha condotto, quest’inverno, verso le forme di un apparato radicale… Mi spiego: un oggetto mi è apparso e mi sono vista manipolarlo in un modo molto preciso, come in un rito sciamanico. Passare dalla visione alla realizzazione è stata per me un’evidenza. Per tenerlo veramente tra le mie mani, per ripetere quegli stessi gesti.

Hara House è nata dall’incontro di tre elementi: il tema della casa che mi è sempre stato caro e che intendo continuare a esplorare, questo misterioso oggetto sciamanico in corso di realizzazione e la tela di juta, un materiale che avevo già cominciato a utilizzare l’estate scorsa in seguito alla scoperta di un vero e proprio “giacimento” di vecchi sacchi di patate in un fienile di montagna nella regione delle “Hautes-Alpes”.

I materiali hanno capacità espressive e sensoriali che possono influenzare emotivamente lo spettatore trasmettendo specifiche suggestioni.
Quali sono i criteri e gli aspetti fondamentali che ti guidano nella scelta dei materiali che utilizzi per i tuoi lavori? Perché la scelta del medium tessile?

Ho cominciato a cucire perché danzavo il flamenco e avevo bisogno di farmi dei costumi che non avevo la possibilità di trovare in Francia! A quell’epoca non si poteva ordinare su internet. Ne ho cuciti per me, ma anche per gli altri ballerini… poi in seguito ho continuato a produrre vestiti e accessori. È stato dunque in quegli anni che ho imparato a conoscere i supporti tessili, a lavorarli, ad apprezzarne le qualità e a capirne i limiti, a farli miei. Non posso dire che un giorno ho deciso di utilizzare i tessuti come supporto per la creazione. Erano semplicemente là, sempre più numerosi a riempire i miei cartoni e i miei armadi, e alla fine sono diventati la mia tavolozza di pittore, la mia materia da scolpire. Ma non si tratta nemmeno di un caso, no. Nutro un affetto particolare per tutti i materiali tessili. Trovo loro una forza e una bellezza speciali. Forse perché hanno un rapporto diretto col corpo, perché danno voglia di toccarli di accarezzarli. Ma anche perché sono legati intimamente alla nostra storia, alla storia dell’umanità.

Per rispondere alla tua prima domanda, la scelta del tipo di materiale quando comincio un’opera è molto istintiva. Parto sempre da qualcosa che ho già in stock. Tiro fuori qualche pezzo che trovo interessante, e dopo averlo toccato con mano, manipolato e soppesato, lo confronto con altri. Confronto i rapporti di colori, di fluidità, di trasparenza, di trama.

A volte la scelta è evidente e a volte non funziona proprio. Alla fine, si tratta più di un lavoro di assemblaggio in cui l’opera nasce e si afferma poco a poco che di un’idea iniziale alla quale corrisponda una materia precisa.

“Chambre Noire”, potato bags (jute canvas), used inner tubes. 35/35/35 cm, Lucie Richard-Bertrand

“Chambre Noire – detail”, potato bags (jute canvas), used inner tubes. 35/35/35 cm, Lucie Richard-Bertrand

“Chambre Noire – detail”, potato bags (jute canvas), used inner tubes. 35/35/35 cm, Lucie Richard-Bertrand

“Chambre Noire – inside”, potato bags (jute canvas), used inner tubes. 35/35/35 cm, Lucie Richard-Bertrand

“Chambre Noire – inside”, potato bags (jute canvas), used inner tubes. 35/35/35 cm, Lucie Richard-Bertrand

Nella tua biografia affermi: “Aldilà dei miei gusti di ordine intellettuale, cerco di iscrivermi nella grande tradizione delle donne che, fin dalla notte dei tempi, tessono, ricamano, cuciono, tagliano, assemblano”.

Molte artiste cercano, diversamente da ciò che tu scrivi, di affrancarsi e prendere le distanze dall’idea tradizionale della donna che ricama e cuce, a causa dello stereotipo che finisce per confinare tali attività (che in passato erano considerate esclusivamente ”femminili”) nell’ambito del solo mondo artigianale, ostacolando il riconoscimento del valore artistico di questi lavori e impedendo alle loro creatrici di essere “prese sul serio” in quanto artiste. Cosa ne pensi?

Se amo talmente lavorare con i materiali tessili è sicuramente dovuto al fatto che sono profondamente legati alla storia dell’umanità. C’è sempre una forza che mi riconduc verso la mia origine, le “nostre” origini. Immaginare degli uomini e delle donne che con un ago fatto di osso fra le dita, lavorano su di una pelle d’animale per ricavarne un abito, un amuleto o un tetto di capanna, mi tocca profondamente. È qualcosa che non so spiegarmi. Pensare a tutte le generazioni di donne che hanno filato, tessuto, cucito, ricamato… mi commuove ugualmente. Si, è vero, è stato quasi sempre alle donne che questi lavori incombevano. Mi sento vicina a loro, legata alla loro storia. Ne sento la necessità, ma anche questo mi è difficile spiegarlo.

In ogni caso non provo veramente il bisogno d’affermare la mia indipendenza di spirito e la mia libertà di donna attraverso il mio lavoro artistico. Questa lotta l’ho già condotta altrove, in altri campi, e l’ho già vinta. Forse, venendo dal mondo dell’artigianato e non avendo fatto degli studi artistici, sono meno sensibile alla domanda: “Chi riconosce il valore del mio lavoro?”. Questi stereotipi che tu evochi, effettivamente ben reali, che limitano e delimitano, che relegano le opere tessili all’artigianato e alla decorazione, sono la triste espressione di un’epoca in cui una certa casta del mondo artistico cerca di mantenersi al potere escludendo. Ma non si tratta in alcun caso della realtà della creazione attuale.

Nonostante tutto, averne coscienza non protegge automaticamente dalle difficoltà che questi giudizi di valore ci impongono. Personalmente, me ne sono fatta una ragione…

Lavoro, sperimento, creo. È qui che deve concentrarsi tutta la mia energia

“Kashuba”, cat hair, wood (box), jute yarn (potato bag), cardboard, hook, 25/25/30 cm, copyright Lucie Richard-Bertrand

“Kashuba”, cat hair, wood (box), jute yarn (potato bag), cardboard, hook, 25/25/30 cm, copyright Lucie Richard-Bertrand

“Kashuba”, cat hair, wood (box), jute yarn (potato bag), cardboard, hook, 25/25/30 cm, copyright Lucie Richard-Bertrand

“Kashuba – detail”, cat hair, wood (box), jute yarn (potato bag), cardboard, hook, 25/25/30 cm, copyright Lucie Richard-Bertrand

“Kashuba – detail”, cat hair, wood (box), jute yarn (potato bag), cardboard, hook, 25/25/30 cm, copyright Lucie Richard-Bertrand

Come è evoluto il tuo lavoro nel corso degli anni? Ci sono importanti differenze stilistiche, estetiche o concettuali tra le tue prime opere e quelle più recenti?

Il mio lavoro si è notevolmente evoluto, dalle prime realizzazioni di capi d’abbigliamento, attraverso le mie carte geografiche, fino a Hara House. Si è anche molto semplificato, purificato, sia a livello dei colori che delle forme. Nel corso degli anni ho acquistato senza dubbio una capacità e una fiducia nei miei mezzi che mi permettono oggi di praticare un’espressione più minimalista e di guadagnare in profondità. Una cosa è certa: provo molto meno sia l’esigenza di mostrare quello che so fare che il bisogno di dover dimostrare qualcosa.

“Noumène Eden”, Hanging sculpture, Leather, wool, linen, hemp, silk, cotton. 2m/3m, copyright Lucie Richard-Bertrand

“Noumène Eden – detail”, Hanging sculpture, Leather, wool, linen, hemp, silk, cotton. 2m/3m, copyright Lucie Richard-Bertrand

“Noumène Eden – detail”, Hanging sculpture, Leather, wool, linen, hemp, silk, cotton. 2m/3m, copyright Lucie Richard-Bertrand

“Noumène Eden – detail”, Hanging sculpture, Leather, wool, linen, hemp, silk, cotton. 2m/3m, copyright Lucie Richard-Bertrand

Come hai vissuto questo difficile periodo di isolamento e solitudine legato alla pandemia di Covid? Che influenza sta avendo sul tuo lavoro?

 C’è stato un primo momento di stupore in cui ero totalmente concentrata sulla situazione sanitaria, inquieta per le persone care e incapace di creare. In seguito sono riuscita a ridefinire l’organizzazione delle mie giornate per trovare un giusto equilibrio tra il tempo per la mia famiglia e quello dedicato al mio lavoro, riadattando il mio piccolo atelier in modo di riuscire a trovarvi la solitudine necessaria. Dovete sapere che, lavorando in casa, in una stanza aperta ai quattro venti, la mia famiglia è spesso estremamente presente!

Alla fine, fortunatamente, le conseguenze sul mio lavoro sono state relativamente ridotte. Una cosa è certa: questa pandemia mi ha rinforzato nella convinzione che il nostro modo di vita deve cambiare radicalmente, un fatto che avrà per forza un impatto sulle mie realizzazioni future, nonostante esse s’iscrivano già da tempo in un pensiero ecologista.

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione? Ci sono artisti o correnti artistiche che influenzano e orientano il tuo lavoro?

La natura, in tutte le sue forme, minerali, vegetali o animali, è la mia principale fonte d’ispirazione. L’arte primitiva, in cui si percepisce tutta la bellezza che l’uomo riesce a produrre con quel che trova attorno a sè. E poi gli artisti, più o meno contemporanei alla mia generazione. Non ho riferimenti particolari. Il più delle volte scopro il lavoro di qualcuno all’occasione di un’esposizione che mi è stata raccomandata, altre volte per caso, per esempio durante una ricerca tematica su internet. Non cerco per forza di ricordarmi dei loro nomi, ma la bellezza del loro lavoro penetra in me nutrendomi in profondità.

C’è tra i tuoi lavori uno che ti rappresenta maggiormente e al quale tieni di più? Al contrario, fra le varie opere che hai realizzato nel tempo, ce n’è una in cui non ti riconosci più e che senti lontana dal tuo stile attuale?

Ho un affetto particolare per «L’Americaine» che apre la serie delle case. Quanto ho litigato e dubitato con lei! Ho esitato varie volte ad abbandonarla, in diverse tappe della sua realizzazione. Essa è stata determinante, perché mi ha permesso di superare certi limiti nel mio processo creativo.

Ma ciascuna a modo suo, ogni realizzazione ha il suo posto nel mio cammino. Anche se oggi mi sento piuttosto lontana dai miei primi lavori, so che hanno tutti un posto nella costruzione del mio percorso artistico.

Nella tua esperienza, il mezzo tessile ha limiti espressivi?

Se ne ha, per ora non hanno inciso sulla mia espressione personale. Le esplorazioni possibili mi sembrano infinite… Ho l’impressione di avere più idee che tempo per realizzarle! Ecco la mia principale fonte di frustrazione: non avere abbastanza tempo.

Certo, esiste ogni sorta di limite tecnico legato al materiale stesso, ma la mia esperienza d’architetto mi ha insegnato a costruire, a creare, partendo da una moltitudine di vincoli. I limiti formano un supporto, un terreno sul quale posso sviluppare le mie capacità

“Habitat léger”, Jute canvas, brass. 12/15/20 cm, copyright Lucie Richard-Bertrand

“Habitat léger”, Jute canvas, brass. 12/15/20 cm, copyright Lucie Richard-Bertrand

“Habitat léger – detail”, Jute canvas, brass. 12/15/20 cm, copyright Lucie Richard-Bertrand

“Habitat léger – detail”, Jute canvas, brass. 12/15/20 cm, copyright Lucie Richard-Bertrand

A cosa stai lavorando in questo momento?

In questo momento proseguo il lavoro sulle case radice. Ho l’impressione che vi sia li qualcosa da scavare… Ne ho senza dubbio per un bel po’, visti i tempi lunghi di fabbricazione…

Bolle ancora in pentola questo famoso oggetto sciamanico sui miei antenati, la cui realizzazione è stata interrotta e che aspetta solo che lo riprenda in mano. Non so dove mi porterà. E poi altre case, per adesso in un angolo della mia mente e che attendono pazientemente il loro turno…

In un futuro più lontano vorrei sviluppare il mio lavoro in due direzioni: realizzando dei pezzi molto più grandi che mettano in gioco il rapporto con il corpo e lo spazio, e poi creando delle opere in esterni, in uno spirito di dialogo più intimo con la natura

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