• Ven. Lug 1st, 2022

NICOLE HAVEKOST

English (Inglese)

*Foto in evidenza: “Chthonic”, installation view. Chris Rackley photo

Traduzione a cura diElena Redaelli

Nicole Havekost (1970) è un’artista che vive a Rochester, Minnesota, laureata alla Rhode Island School of Design con un BFA in Printmaking e con un Master in Incisione conseguito all’Università del New Mexico. Havekost ha all’attivo numerose mostre personali e collettive negli Stati Uniti culminate nel 2020 con la personale “Chthonic” presentata nell’ambito del Minnesota Artist Exhibition Program al Minneapolis Institute of Art. Oltre alla pratica artistica, è docente alla St. Mary’s University, alla Winona State University e al Rochester Community and Technical College nel Minnesota, nonché in piccoli college nel sud-est del Michigan.

Di sé, del suo lavoro e della sua ricerca ci racconta in questa intervista nata dallo spotlight che ArteMorbida le ha dedicato nel numero di Ottobre 2021.

"Candy Ladies". Mixed media including wax, hard candy, wire; 2001; Brian Steele photo
"Candy Ladies". Mixed media including wax, hard candy, wire; 2001; Brian Steele photo
"Candy Ladies". Mixed media including wax, hard candy, wire; 2001; Brian Steele photo

Il corpo è punto di partenza e di approdo della tua pratica artistica. Mi racconti le ragioni all’origine di questa ricerca e come si è evoluta nel corso del tempo attraverso i diversi lavori d’arte?

Ho frequentato la scuola d’arte con l’intenzione di diventare una designer di abbigliamento, quindi ho sempre avuto un interesse per il corpo. Non ho mai avuto, però, la pazienza e la precisione necessarie per quel tipo di lavoro artigianale e ho invece seguito il mio amore per il disegno. Per la mia mostra del BFA ho creato una serie di abiti cuciti e dipinti a mano che stavano in piedi da soli, come piccole figure, e ho capito che alla scuola di specializzazione avrei dovuto concentrarmi sul corpo. Personalmente, non sono mai stata a mio agio nel mio corpo; è sempre stato qualcosa da controllare e gestire. Per vent’anni sono stata un’anoressica che faceva troppo esercizio fisico. Credo che il creare corpi mi abbia permesso di esprimere come mi sentivo nel vivere il mio corpo. Questi corpi che creo sono luoghi dove posso mettere delle cose… paura, ansia, rabbia, aspettative… e vederle prendere forma. Ho scoperto, invecchiando, che creare questi corpi mi ha permesso di sentirmi più a casa nel mio; mi ha permesso di capire che il mio corpo è il mio compagno e un organismo con i suoi bisogni specifici.

"Clasp". Mixed media including wool felt, dry paint pigment, thread, hooks, latex, fiberfill; 2020; Megan DeSoto photo

È soprattutto il corpo femminile il perno del tuo lavoro: è un riferimento puramente autobiografico oppure c’è anche un aspetto legato alle rivendicazioni di genere, un’asserzione di centralità della donna che spesso essa stessa non si riconosce?

Mi ci è voluto molto tempo per capire che stavo realizzando degli autoritratti. Non volevo che fossero autobiografici, ma non sono brava a fare altri tipi di lavoro. Il fatto che altre donne si riconoscano nelle mie opere è un’esperienza molto bella. C’è infatti un vissuto legato al genere, un’aspettativa e un desiderio comune a molte di noi e penso che questo sia riconoscibile nel lavoro. Apprezzo che lo spettatore possa arrivare a capire di più su sé stesso o sui propri cari attraverso la fruizione del mio lavoro. La creo per me, ma imparo molto anche dagli spettatori che condividono la loro esperienza con gli oggetti.

"Bloat "detail. Mixed media including wool felt, dry paint pigment, thread, hooks, latex, fiberfill; 2020; Megan DeSoto photo
"Bloat ". Copyright Nicole Havekost

Come sei approdata all’utilizzo dei tessuti e del cucito?

Ho accennato prima che avrei voluto diventare una designer di abbigliamento per poi scoprire di essere un diverso tipo di tecnico e artista. Per un paio d’anni ho esplorato il disegno e la stampa, ma il cucito a mano mi è sempre sembrato molto naturale. Il tessuto è come una casa. Mia madre mi confezionava dei vestiti quando ero piccola e adoravo poter scegliere una stoffa che fosse gradevole sulla pelle, che mi facesse sentire a mio agio nel mio corpo. Il tessuto è malleabile, morbido, forte e delicato come la pelle. Amo il fatto che la cucitura a mano sia un atto aggressivo e allo stesso tempo riparatore. La cucitura trasforma una superficie… bucando, tirando, fissando. Ma ripara anche… non sarà più quello che era, ma qualcosa di nuovo. Quando cucio, amo la ripetizione fisica dell’accumulo di segni. Amo anche il fatto che devo essere davvero presente per poter accumulare segni e che quei segni indicano a loro volta il passare del tempo. Quando ho iniziato, però, non sapevo nulla di tutto questo. Ho cominciato ad usare la stoffa perché, lavorando in una sartoria per lo spettacolo, ne avevo molta a disposizione. Ho iniziato a realizzare la prima bambola in mussola e, dopo averne determinato la forma e le caratteristiche, volevo usare tutte le altre fantasiose e meravigliose stoffe. Ma il tipo di tessuto iniziale, senza pretese, continuava a soddisfarmi. Credo che io aspirassi ad essere più fantasiosa di quello che sono.

Mixed media including wool felt, dry paint pigment, thread, hooks, latex, fiberfill; 2020; Megan DeSoto photo

Cucire ha un significato concettuale oltre che una funzione tecnica?

Cucire è anche un modo per tenere occupate le mie mani e la mia mente. Sorprendentemente non ho lo stesso senso di perfezionismo nelle mie cuciture che è invece indispensabile quando tratto altri medium. Sento il cucire come un atto veramente indulgente.

L’arte ha secondo te un potere catartico?

Assolutamente. L’arte quando è autentica ha un potere catartico sia per l’artista che per lo spettatore. So di essere una versione migliore di me stessa quando realizzo un’opera e questa consapevolezza l’ho guadagnata con fatica. Sono molto fortunata ad aver raggiunto questo risultato.

"Chthonic", installation view. Chris Rackley photo
“Settle”. Wool felt, cotton thread, paper, electrical conduit pipe, hooks and eyes; 2020; Chris Rackley photo
“Nourish”. Wool felt, cotton thread, paper, electrical conduit pipe, hooks and eyes; 2020; Chris Rackley photo

Quale tra le tue opere ti ha maggiormente coinvolto emotivamente?

Ciascuna delle mie serie di opere mi ha coinvolto emotivamente in modi diversi. Ognuna è legata a un tempo e quando la osservo rivedo quelle esperienze e quella persona. Quando ho paura di fare qualcosa so di essere sulla strada giusta. Le figure di “Chthonic” sono state davvero significative. Ricordo di essermi sentita a disagio mentre realizzavo la prima e non ero sicura di volere che qualcuno la vedesse. Stavo per compiere 50 anni e mio figlio era alle scuole medie. Poi il nostro mondo è stato spazzato via da una pandemia e ho passato otto ore al giorno in studio a conoscere a fondo queste signore. Questo lavoro mi ha insegnato a lasciare andare.

“Sprung”. Mixed media including muslin, plastic bags, cotton thread, wire; 1997; Brian Steele photo
“Like Alice”. Mixed media including muslin, plastic bags, cotton thread, wire; 1997; Brian Steele photo

Da ‘Candy ladies’, a ‘Sewing dolls’ fino a ‘Chthonic’ le tue opere hanno aumentato le loro dimensioni. Come è cambiato il tuo e loro rapporto con lo spazio? E con l’osservatore?

Mi piace la dimensione del piccolo e prezioso. È facile da gestire e non richiede molto spazio. È così che sono iniziate le Sewing dolls e le Candy ladies. Inoltre non pensavo davvero di essere una scultrice, quindi lavorare in piccolo mi è servito a capire come funzionano le cose. Non so se sarei mai arrivata a fare lavori di queste dimensioni se non avessi avuto la mostra con il Minnesota Artists Exhibition Program (MAEP) al Minneapolis Institute of Art. Ho iniziato a fare proposte a questo programma con l’opera Sewing Dolls e con ogni progetto l’intenzione dell’opera è diventata più chiara ed è cresciuta in scala per soddisfare il mio intento. È uno spazio enorme. Non ero sicura di riuscire a realizzare il lavoro, era come giocare a Twister nel mio studio. Sono arrivata a capire veramente lo spazio e il tipo di spazio che volevo occupare con “Chthonic”. Le signore di “Chthonic” non si scusano; non si fanno da parte mentre cammini in mezzo a loro. C’è così tanto potere nel possedere uno spazio in questo modo. Nel mondo in cui viviamo, dovremmo tutti sentirci in soggezione del piccolo.

“Massed”. Mixed media including sewing patterns, acrylic paint and medium, eyelets, cotton thread; 2020; Chris Rackley photo

Mi racconti il tuo lavoro più recente, ‘Massed’?

Massed è un’installazione su larga scala di cartamodelli vintage per abbigliamento da donna e da bambino stratificati, dipinti e cuciti. Ho iniziato a usare i cartamodelli sulla superficie delle mie bambole come una sorta di pelle. Mi incuriosiva il fatto di poterla sfruttare come una superficie bidimensionale su cui poter tracciare dei segni.  A seconda delle modalità di stratificazione e di manipolazione, poteva diventare in qualche modo traslucida e simile alla pelle presentando segni simili a lividi o ferite.

Ho pensato che avrebbe potuto diventare una forma organica estremamente convincente con le sembianze di un seno, di una cellula o persino vicina all’estetica botanica. Ho realizzato una piccola installazione per una mostra che avevo a Rochester e sentivo il bisogno che si estendesse lungo una parete. Quando ho avuto il MAEP ho iniziato a lavorare sul serio. Con un ferro da stiro ho fuso insieme i cartamodelli, li ho dipinti con l’acrilico, li ho tagliati, cuciti in forma, e poi vi ho cucito il retro. La mia intenzione era che fossero tutti cuciti a mano. Ho promosso un paio di circoli di cucito con amici e due donne molto carine portavano il lavoro a casa per cucirlo da lì; però sono dovuta passare all’uso della macchina. In pratica, la mia macchina per il design di abbigliamento di ormai 25 anni. Ero piuttosto nervosa all’idea di passare alla cucitura meccanica per accelerare il processo di produzione, ma non avrei mai potuto immaginare l’incredibile colonna sonora che avrebbe accompagnato il lavoro. Fortunatamente non credo che abbia modificato l’opera finale. In realtà avrei voluto creare più forme e farle sgorgare dal soffitto, farle scendere lungo le pareti fino al pavimento in modo che lo spettatore potesse camminarvi in mezzo.

“Massed”. Mixed media including sewing patterns, acrylic paint and medium, eyelets, cotton thread; 2020; Chris Rackley photo

Quali sono i progetti per il futuro?

In questo momento sto finalizzando dei progetti per ottenere due sovvenzioni statali e spero di presentare presto i miei rapporti. Il mio obiettivo è stato quello di imparare ad usare una macchina da ricamo digitale per cucire una serie di disegni che ho creato l’anno scorso ed è stata una bella sfida. Quando questo lavoro sarà finito, inizierò un altro gruppo di grandi sculture figurative in feltro. Una madre e la sua cucciolata di piccoli che si arrampicano su di lei e in tutto lo spazio. Sto anche iniziando a pensare a una serie di sculture ibride tra animali e umani, ma questa idea è davvero nella fase iniziale e mi sta rendendo nervosa. Avrò una mostra bi-personale al Southbend Musuem of Art a South Bend, Indiana e una mostra personale alla galleria Dreamsong a Minneapolis, Minnesota nel 2023, quindi sto lavorando a tutto questo.

“Alveoli”. Vintage handkerchief, seed beeds, cotton thread; 2004; Brian Steele photo
“Adrenal Gland”. Vintage handkerchief, seed beeds, cotton thread; 2004; Brian Steele photo
Vintage handkerchief, seed beeds, cotton thread; 2004; Brian Steele photo