• Mar. Lug 5th, 2022

English (Inglese)

*Foto in evidenza: Installation view Natural Fibers – Entangle treads and making, Turner 2017 Contemporary Paola Anziché

Qualunque sia il punto di partenza per le sue opere, Paola Anziché (Milano, 1975) le costruisce attraverso un costante investimento nella relazione e nell’esplorazione: dallo studio della tradizione che esprime una tecnica fino alla sperimentazione del materiale, all’interazione con lo spazio in cui l’opera e l’artista stessa si collocano, e – più in generale – con l’altro, sia esso il pubblico o la comunità che gravita nei luoghi dell’intervento artistico, la sua pratica è sempre un dialogo in fieri.

Laureata all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e alla Städelschule, Staatliche Hochschule für Bildende Künste a Francoforte, il suo lavoro è stato esposto in numerose istituzioni pubbliche e private internazionali, tra cui Museo Salvatore Ferragamo, Firenze (2019), XXI Triennale Internazionale, Milano (2016), Kichik QalArt a Yarat, Baku, Azerbaijan (2015), GAM – Galleria d’arte moderna, Torino (2013), MAMbo, Bologna (2013), Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino (2010).

Ha partecipato a numerosi programmi di residenza internazionali tra cui recentemente in Guatemala (2021). Ha anche collaborato con il College of Art dell’Università di Tecnologia di Taiyuan, Shanxi, Cina (2019). La sua monografia “La terra suona/The Earth Sounds” è stata pubblicata da VIAINDUSTRIAE PUBLISHING nel 2019.

In questa intervista ci ha raccontato di sé e del suo lavoro, della sua ricerca e dei suoi progetti.

Il tessile, sia nei materiali che nelle tecniche, ha una caratteristica intrinseca altamente evocativa, contiene in sé la memoria di molte storie e di molta storia. Quanto ha influito questa cifra ‘identitaria’ nella scelta di questo medium per la tua pratica artistica?

Studio con interesse saperi autoctoni legati alla tessitura, ma i materiali non sono sempre identitari di un luogo. Le fibre hanno una loro memoria, una storia e questo è il mio primo motivo di interesse.

Nella mia pratica artistica realizzo sculture morbide e tattili partendo da un processo di ricerca in cui indago la possibilità dell’arte di stabilire relazioni con diversi ambiti culturali come l’antropologia, gli antichi rituali, la bioarchitettura e la scienza. La mia curiosità mi porta a viaggiare e ad entrare in contatto con diverse tradizioni che vengono poi reinterpretate. Il lavoro manuale, il gesto, l’attenzione ai materiali utilizzati, con una particolare preferenza per quelli naturali, rappresentano il fulcro della mia pratica.

“Vedere con le mani” è l’espressione che uso per descrivere la mia ricerca, in cui ogni progetto diventa una scultura creata attraverso la sperimentazione di diverse tecniche di tessitura ed intreccio. La preparazione alla pratica manuale prevede la raccolta di testi ed immagini che nel tempo sono diventati un vero e proprio archivio personale. L’interesse per gli aspetti gestuali dell’intreccio e della tessitura nasce dall’idea di riprodurre l’esperienza del gesto che si sviluppa di volta in volta attraverso la consapevolezza dell’azione delle mani per generare variazioni impreviste, partendo da movimenti spesso ripetitivi. I materiali, selezionati per le loro caratteristiche fisiche, accompagnano le scelte progettuali e operative attraverso le quali è possibile ripercorrere la loro storia, il loro contesto di provenienza e, quindi, la loro unicità.

In gran parte del tuo lavoro, la dimensione condivisa, corale, dell’arte ritorna in diverse forme: dallo studio e apprendimento delle tecniche e delle specificità tradizionali in seno alle diverse comunità etniche fino alle grandi installazioni immersive in cui il pubblico è chiamato a sperimentare lo spazio definito dall’intervento dell’artista. Quanto conta e quanto influenza la tua ricerca e la tua pratica questa partecipazione dell’altro?

Il mio lavoro, all’inizio, era fortemente performativo, spesso sviluppato in collaborazione con danzatori, in una fase che ha avuto inizio a Francoforte sul Meno, in Germania. Lavoravo, infattim presso Das TAT, centro per la produzione di danza contemporanea che ospitava la compagnia di William Forsythe.

La mia pratica è diventata più esplicitamente ambientale in occasione della mostra alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e della performance presentata alla Fondazione Merz. In entrambi i casi lo spettatore poteva interagire con l’opera.

Mentre stavo studiando la ricerca degli anni Settanta di Lygia Clark, ho realizzato un film sulle sue lezioni a Parigi e, da quel momento, ho iniziato a concentrami anche sull’aspetto sensoriale del lavoro. Quella è stata un’esperienza molto importante perché mi ha costretta ad andare oltre il primo sguardo sull’opera della Clark, considerando con maggior attenzione aspetti non immediatamente visibili.

Oggi, per la mia ricerca, uso materiali organici come bucce d’arancia, cera d’api e fibre naturali. Le mie sculture hanno sempre una forte connotazione sensoriale. È come se avessi deliberatamente messo l’accento sulla fisicità dei fruitori che diventano il centro dell’esperienza. Per me ora è fondamentale stabilire una relazione con lo spettatore.

Di cosa parlano – e a chi parlano – i tuoi lavori?

Alcuni visitatori mi hanno riferito che, osservando o indossando dei miei lavori, hanno recuperato ricordi lontani, forse perché utilizzo materiali naturali (non così comuni in arte) che evocano percorsi e storie del passato. Nel recente progetto intitolato La Terra Suona nello spazio Quartz Studio di Torino, il lavoro mette lo spettatore a confronto con se stesso, con la propria percezione soggettiva e con il proprio comportamento nello spazio. Quando si entra, il visitatore è invitato a camminare senza scarpe sul tappeto-alveare, quindi ad entrare fisicamente nell’opera. Entrando nell’opera-ambiente si avverte la presenza di un odore persistente. L’odore è in realtà il profumo di cera d’api che si sprigiona dalla rete che si espande nello spazio dall’alto, una sorta di tappeto, in cui s’intrecciano strisce di tessuti colorati, imbevuti di cera d’api. La cera d’api ha un effetto calmante. L’odore della cera d’api stimola il sistema nervoso e percettivo del nostro corpo e influenza il nostro umore.

Quali e quanti materiali e tecniche impieghi per le tue opere e quali sono i criteri con cui li selezioni?

La tecnica si determina mano a mano che il lavoro prende forma, si definisce durante il processo lavorativo, non è mai decisa a priori. I materiali raccontano storie ed aprono mondi. Il punto di partenza per me è la materia. Quando trovo dei materiali che mi attraggono, la prima cosa che faccio è utilizzarli per vedere il risultato di questa loro “chiamata”. Realizzo oggetti con materiale di recupero o che si incontrano normalmente nella vita quotidiana e in natura. Sono sempre alla ricerca di materiali poveri, grezzi, d’uso comune come la corda, la juta, la cera e, più in generale, i tessuti. Lo spunto spesso è l’esperienza legata ad un soggiorno o ad una residenza, le tematiche sottese al lavoro sono l’ambiente e l’ecologia.

Qual è il significato di ‘fare arte’ per te? E chi è Paola, l’artista?

Fare arte è una scoperta continua, ma anche una sofferenza all’inizio di un nuovo processo di ricerca. Spesso il processo è lento e ci vogliono degli anni, mentre altre volte è più immediato, è quasi imprevedibile. Per me fare arte significa avere pazienza, capacità di ascolto e curiosità.

Per molto tempo le pratiche tessili sono state associate all’ambito femminile, attività a diversi livelli – amatoriale, professionale o domestico – riservate o attribuite alle donne. Come ha influito sul tuo lavoro e sulla tua ricerca questo pregiudizio? E, nella tua esperienza, è stata superata nella percezione del pubblico e del mondo dell’arte la classificazione puramente ‘artigianale’ o addirittura hobbistica dell’arte tessile contemporanea e della Fiber Art?

Non mi piace la definizione di Fiber art, la trovo limitante e penso che questa definizione sia troppo descrittiva per le artiste che lavorano anche con il tessile. Mi piace invece citare l’architetto tedesco Gottfried Semper che in The Style (1860-62) elaborò una raffinata interpretazione sulle origini “tessili” dell’architettura che lo portò a sostenere che “gli inizi dell’uso di costruire coincidono con l’avvio della tessitura”. La costruzione, dunque, ha origine vegetale e si avvale della tessitura come tecnica di produzione. I miei lavori sono in parte legati al pensiero di Semper, ma aprono anche riflessioni in merito al corpo e al paesaggio, un aspetto ‘più intimo’ che comprende esperienze tattili, lasciando aperta la relazione con lo spettatore.

Le opere per un’artista sono un po’ figli e, si sa, i figli si amano tutti allo stesso modo. Ma, nel tuo caso, ce n’è uno più figlio degli altri, un’opera con cui senti un legame inscindibile, simbiotico?

Sono sempre i lavori più recenti, quelli che sento più vicini.

Come è cambiato e come si è evoluto il tuo lavoro nel corso del tempo? Quanta distanza e quale differenza tra le prime opere e le ultime?

Il lavoro si evolve come il pensiero. Se rimane statico significa che non sei curioso e hai paura di metterti in gioco.

Ci dai qualche anticipazione del prossimo progetto a cui stai lavorando?

Il prossimo progetto sarà una collaborazione tra un’azienda della moda e una fondazione d’arte a Dubai negli Emirati Arabi Uniti. Si tratterà di un processo di indagine fra tracce di storia archeologica e antiche culture nomadi che si concluderà con una mostra personale.