• 10 Dicembre 2022 3:45

Riordinare le proprie interiorità: quando strappare e ricucire definisce l’identità. Intervista ad Angela Viola

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*Foto in evidenza: Angela Viola, Happy Family │Heavy Secret, collage su carta, 29×29 cm, 2019


Vecchie fotografie, bustine di the e filo di cotone rosso sono alcuni degli elementi materici attraverso cui l’artista Angela Viola indaga i temi dell’identità, della sfera emotiva e dell’interiorità umana. Una ricerca artistica che si articola tra piccole opere a parete e complesse installazioni site-specific laddove le componenti tessili trovano uno spazio significativo. Nata a Palermo, dopo essersi diplomata in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti della sua città natale, si trasferisce a Cereggio (RE). Ha partecipato a numerose mostre e progetti artistici ed è risultata finalista di diversi Premi tra cui il Exibart Prize 2022.

Angela Viola, Holy ECG, ricamo e collage su tela di cotone, 30x30 cm, 2019

All’interno della tua produzione artistica, è ricorrente l’utilizzo del filo di cotone rosso. Cosa rappresenta per te questo materiale e quale significato assume il cromatismo rosso all’interno dei tuoi lavori?

Il filo rosso ha segnato una parte della mia ricerca fin dagli esordi del mio lavoro, nel 2004, per giungere al suo progressivo esaurimento qualche anno fa. Ha un significato che si lega al “lasciar scorrere” al suo interno un’energia vitale che ha costituito per me un momento di passaggio e di superamento di un trauma: sono riuscita a sublimare un’esperienza attraverso quel filo, nel quale ho attraversato il dolore e il perdono. Ed è proprio da una citazione di Louise Bourgeoise che ho trovato l’autentica verità della mia azione (dal disegno al ricamo): “Mi hanno sempre affascinato gli aghi. L’ago serve a ricucire gli strappi. È una richiesta di perdono.”

Angela Viola, Ma(ta)sse, Collezione privata Laura Garcia, inchiostro su carta e filo di cotone, 25x25x3 cm

Spesso, attraverso le tue opere analizzi la definizione identitaria in rapporto al nucleo familiare e alle proprie origini. In alcuni casi, vecchie fotografie in bianco e nero, in alcune parti, vengono strappate e ricucite attraverso l’atto del ricamo. Raccontaci di questo procedimento artistico e di come è nato.

L’azione del ricucire si collega alla citazione della Bourgeoise: anche nella serie Happy Family (iniziata nel 2010) è nata dall’esigenza di rimettere insieme dei pezzi, soprattutto legati alla nostra esperienza interiore, che si sono accumulati o frammentati nella prima forma di relazione che abbiamo vissuto: quella con la famiglia. Nel corso degli anni ho studiato e sono passata da esperienze che mi hanno fatto comprendere come ognuno di noi, ad un certo punto, tenta di mettere ordine al disordine delle nostre identità, generato e derivato dall’ambiente familiare: legami e traumi che navigano tra ricordi e azioni incontrollate che, spesso, definiscono chi siamo. Attraverso l’uso delle fotografie (recuperate e salvate dall’abbandono nei mercati o dalle mani di chi non le sapeva custodire) ho cercato di mettere in salvo e imprimere nella memoria le informazioni che queste immagini portavano con sé. Immaginarne (o ascoltarne visivamente) la storia ha dato origine a numerose opere che, a volte, vedevano il coinvolgimento di fotografie e di storie diverse, strappate e ricucite, come a voler costruire una nuova storia o a volerne definire un nuovo finale.

Angela Viola, Ma(ta)sse, Collezione privata Andrea Settis Frugoni, inchiostro su carta e filo di cotone, 25x25x3 cm

 Il rosso è un colore spesso associato alla violenza sulle donne e sul femminicidio. Hai realizzato una complessa installazione site-specific dal titolo con(FINE) realizzato in cui il filo rosso andava a definire alcune zone rovinate delle pareti come metafora delle ferite fisiche e psicologiche lasciate sulle vittime. Cosa ha rappresentato per te questa esperienza? Pensi che l’arte possa essere un mezzo per sensibilizzare contro le discriminazioni di genere e lottare contro gli atti violenti?

L’installazione site specific con(FINE), è stata progettata nel 2021 per un luogo specifico: la corte Campanini della Biblioteca di Castelnovo ne’ Monti (RE), con l’intento che fosse chiaramente visibile ai visitatori della corte e che fosse un’opera partecipata. La realizzazione dell’opera ha visto il coinvolgimento di quattro studentesse e uno studente del Liceo Marconi di Parma che insieme a me hanno realizzato la scultura di un utero, collocato al centro della corte, la partecipazione ad un’azione video registrata (nel quale abbiamo stretto decine di nodi recitando i nomi delle vittime di femminicidi nel 2020, come un mantra continuo) e la realizzazione delle ferite sul muro. Ognun* di noi ha scelto uno spazio, ha usato la propria voce, si è sporcat* le mani di rosso e ha trasferito per una settimana, in ogni momento e in ogni azione, il suo pensiero silenzioso, dibattuto o espresso, riflessioni, scontri e sorrisi lunghi 7 giorni. Il giorno dell’inaugurazione, infine, il pubblico poteva lasciare un segno in un’area dedicata a testimonianza di una violenza o un abuso subiti. Un’esperienza di confronto e di condivisione, di scambio di esperienze e testimonianze tra giovani donne, me e un giovane uomo in relazione con il pubblico. Credo che, aldilà delle loro scelte e azioni, aver consentito la “costruzione” di un’opera densa di significato abbia impresso nelle loro coscienze la forma di un pensiero nuovo, maggiore consapevolezza e preparazione emotiva sull’argomento.

Angela Viola, Con(FINE), installazione con filo di cotone, dimensioni ambientali

Il filo rosso è presente anche nella serie Ma(ta)sse. In questo caso, una figura femminile viene affiancata ad un groviglio tessile. Cosa rappresenta quest’ultimo?

Il gomitolo rappresenta insieme una matassa e una massa: sinonimi di accumulo e sedimentazione, groviglio e disordine che nella loro astrazione e informità prendono una loro forma. Le figure femminili sono legate ad uno stato emotivo, strettamente personale, nel quale ho trasferito e sublimato un trauma da abuso subito. Disegni che si sono moltiplicati e che sono stati acquisiti da numerosi collezionisti e collezioniste: quelle che sembravano solo delle figurine su fogli sparsi si sono rivelate più di quello che (non) mi aspettavo.

Angela Viola, We are lovers and castaways, collage e bustina da the su carta dittico, 15x18x10 cm cad, 2019

Le tue installazioni a parete si articolano all’interno di scatole lignee che sembrano essere una sorta di contenitori protettivi delle scene che vengono rappresentate al loro interno. Qual è la loro funzione e da cosa nasce questa scelta?

La passione, quasi inspiegabile per scatole e contenitori, mi caratterizza: le uso come piccoli palchi scenografici nei quali mettere in scena frammenti di immagini, a volte incomplete, che possano suggerire a chi osserva (e non necessariamente raccontare in modo didascalico) di immaginare le parti mancanti della storia così da poter lasciare spazio alla loro. È anche una custodia reliquiaria, una forma di conservazione di immagini e aspetti fragili della nostra esistenza: a volte sono surreali, a volte metaforiche, a volte esplicite, che mirano a voler coinvolgere emotivamente chi le osserva, a destare dubbi o a creare fastidio. Un invito gentile, o forse no, ma che deve essere sempre curato, elegante nella forma e nell’estetica affinché possa imprimersi in chi osserva, o almeno ci provo. Penso che si possa comunicare qualcosa di sgradito, vero o autentico mantenendo vive la bellezza e la gentilezza.

Cosa pensi dell’arte contemporanea? Ci sono delle artiste o artisti a cui ti ispiri nel tuo lavoro?

Osservo tanto il lavoro delle artiste e degli artisti che sono a me contemporanei: sono sempre alla ricerca di quella bellezza e di quella gentilezza, di stupore e autenticità, di dedizione (quasi maniacale e devota) al proprio lavoro. Apprezzo questo nella contemporaneità, ovvero non aver perso attenzione e serietà nel proprio lavoro di artista: che i temi trattati siano legati alla tecnologia dei materiali, passando per la denuncia o per l’ironia, non importa. L’importante è non dimenticarsi di condurre chi osserva nello stupore e in quel silenzio immersivo che ti conduce in un’altra dimensione. Vi sono troppi prodotti da discount, troppe opere ritenute indispensabili ma non necessarie: l’arte può essere anche fine a sé stessa ma non finire in poco tempo.

Angela Viola, E-art-He-art, installazione site-specific, 160x150x140 cm, 2020

Preferisci lavorare in solitudine nel tuo studio ad opere di piccolo formato o in mezzo alla moltitudine quando realizzi opere site-specific per ambienti esterni?

Non è lo spazio fisico che conta: se riesco ad accedere al canale della mia dimensione, lo spazio intorno non esiste più e realizzare un cofanetto o una scultura di due metri non cambia… so di essere nel posto dove vorrei essere.

Quale direzione sta prendendo la tua ricerca artistica e a cosa stai lavorando adesso?

È un momento di profonda crisi, dettato dal confronto con ciò che mi circonda e da quello che, spesso, lascio che invada quello “spazio”.  Sono in un momento in cui sto chiudendo definitivamente dei capitoli, dettati da scelte ed esperienze che non sono più su misura per me. Sto lavorando e ricercando sulla stratificazione della materia, nelle sue forme infinite e su come rimettere ancora più ordine al caos. Alla soglia dei 41 anni ho voglia di ripartire nuovamente, lasciare andare molti aspetti della mia vecchia ricerca per mantenere poche cose necessarie, affinché possa raggiungere il mio unico scopo e la mia unica necessità, essere un’artista fino alla fine dei miei giorni.

Angela Viola mentre lavora