TESSERE IL FUTURO SU ORDITI ANTICHI: ASSUNTA PERILLI

Assunta Perilli che tesse / courtesy Alberto Fasciani

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Ho conosciuto Assunta Perilli circa tre anni fa. Sono arrivata a Campotosto, un borgo abruzzese (o quel che ne rimaneva dopo gli eventi sismici) affacciato sul lago omonimo in mezzo a montagne di commovente bellezza e l’ho trovata a tessere nel suo laboratorio, una casetta in legno in mezzo a un mare di macerie. Da allora l’ho incontrata spesso raccontata tra le pagine di riviste e magazine nazionali ed internazionali, in programmi tv, in docufilm d’autore. E nonostante questo, se vuoi comprarti – ad esempio – una delle sue creazioni ti devi sempre arrampicare fin lassù, perché tu – dice – della sciarpa tessuta da me non hai bisogno, ma per questo territorio la tua visita fa la differenza.

Tra i suoi molti progetti anche due incursioni nell’arte contemporanea: è lei infatti a tessere le opere di Fabrizio Berardi per “Sine qua non” una mostra di fiber art allestita ad Amatrice a due anni dal sisma del Centro Italia e, nello stesso anno, realizza gli inserimenti tessili ispirati all’azzaccaratore (le fasce tradizionalmente tessute a telaio che le donne abruzzesi usavano un tempo per accorciare le lunghe gonne quando andavano nei campi) per alcune opere della mostra “Nomadic Nature” di Susanna Cati.

Ho approfittato del suo nuovo progetto “made in Campotosto” per farmi raccontare qualcosa in più di lei e del suo lavoro.

Assunta Perilli / SINE QUA NON, opere tessili di Fabrizio Berardi, tessute da Assunta Perilli

SINE QUA NON, Fiber Art contemporanea ad Amatrice, Fabrizio Berardi / opere tessute da Assunta Perilli (particolare)

Neppure i terremoti – e sottolineo più d’uno – ti hanno convinta a lasciare Campotosto e men che mai a smettere di tessere. Anzi. Proprio poco dopo gli ultimi eventi sismici hai ingranato la marcia veloce veicolando rapidamente, attraverso il tuo lavoro di tessitrice, l’attenzione anche sulle difficoltà che il tuo territorio si trovava ad affrontare. Uno dei progetti ai quali hai collaborato è stata la realizzazione di una linea di calzature con Alberto Fasciani, brand italiano dal respiro internazionale. Come è nata l’idea di declinare la tessitura tradizionale con ambiti contemporanei come la moda?

Fisicamente alloggiata in uno dei luoghi più remoti dell’Appennino aquilano, in realtà la bottega tesse molteplici relazioni e stringe collaborazioni con tutte quelle artigianalità che hanno a cuore territorio e sostenibilità.
Da più di 10 anni ho una collaborazione con due tessitrici e diverse sarte e modelliste unite da un pensiero di base che ci permette di lavorare divertendoci.
Non si lavora su commissione e non si tessono cuscini, tappeti e coperte che lasciamo fare a tutte le altre brave tessitrici presenti sul territorio italiano.
Il nostro divertimento si riversa sulla realizzazione di capi di abbigliamento e accessori e tessuti per la casa.
Tutti pezzi unici che garantiscono un’esclusività sempre però in qualche modo legata al mio territorio, i Monti della Laga.
L’abbigliamento comprende, naturalmente, anche le calzature; cosi quando Alberto Fasciani ha offerto alle poche attività rimaste in paese l’opportunità di sponsorizzarle attraverso una campagna promozionale delle sue collezioni ambientata qui e promossa attraverso tutti i mezzi stampa, gli ho proposto una collaborazione.
All’inizio ha avuto qualche perplessità sostenendo che le scarpe che hanno un ottimo mercato sono in pelle ma ha accettato di provare a creare qualche modello se io avessi tessuto qualcosa ad hoc.
Così ho realizzato dei tessuti in ordito di cotone e trama in canapa tinta naturale e lino filato a mano. E così sono nate le scarpe del Progetto Campotosto.

Courtesy Alberto Fasciani / calzature del progetto Campotosto

Courtesy Alberto Fasciani / calzature del progetto Campotosto

Vicino da sempre e particolarmente legato al territorio di Campotosto e alla sua gente, l’imprenditore calzaturiero ha ambientato la campagna promozionale della collezione 2018 in questi luoghi.  Il fine di questo progetto era di veicolare attraverso i canali di comunicazione dell’azienda la realtà di questa terra magica e ferita.

Restare e tessere. Così sei diventata – per un lungo periodo – IL presidio sul territorio. È questa la ragione per cui le tue creazioni non sono acquistabili on line?

Sì, e non solo non si acquistano con un clik ma non hanno nessun altro punto vendita. Questo è il patto che ho fatto con questo posto.

In realtà questa è una decisione presa già da lungo tempo insieme a tutte le altre collaboratrici della bottega. Un capo unico, soprattutto se si tratta di abbigliamento, non è facile da vendere poiché sono molti gli elementi che devono combaciare per l’acquirente (colore, taglia, modello e prezzo), componenti che hanno bisogno di essere verificate e misurate (e all’occorrenza modificate) sul posto.

Io penso a questi tessuti come aventi un’”anima” e come tali mi piace trattarli e trasmetterli personalmente.

Tu sei un’archeologa prestata alla tessitura. Volevi farti una gonna, è finita che hai ricostruito un gigantesco telaio antico e per vent’anni le nonne del paese ti hanno dapprima trasmesso le competenze tecniche (o come diremmo oggi il know how) affidandoti poi tutto un patrimonio di conoscenze che va dalle tradizioni popolari fino alle leggende locali e – non ultimo – i cimeli tessili di famiglia. Pezzi di storia e di storie (alcuni rimasti e perduti ahimè sotto le macerie) che hanno fatto di te infine una tessitrice prestata all’”etnografia”. E adesso? Che succede dopo?

Adesso continuo a “divertirmi” ordendo sempre nuove collaborazioni e tenendomi strette le più testate.

Tutte queste indagini fatte sul campo mi lasciano una impronta inscindibile da ciò che mi circonda: non facciamo cuscini e tappeti, ad esempio, perché sono una tipologia di manufatti non contemplati nella tradizione montanara; facciamo invece tante parti di abbigliamento perché indispensabili all’auto sussistenza cosi come lo sono borse e bisacce, copricapi e mantelle.

L’unico pezzo quasi invariato e replicato in continuazione è lo “sparrone” (lo strofinaccio da cucina), diventato simbolo della bottega perché è stata la mia prima tela tessuta (e qui oggi gelosamente custodita).

Assunta Perilli che tesse / courtesy Alberto Fasciani

Assunta Perilli che tesse / courtesy Alberto Fasciani

I terremoti, lo spopolamento, la ricostruzione che non parte, i lunghi inverni con le nevicate che ti isolano, la pandemia che tiene lontano anche i turisti…qual è il segreto per resistere, resistere, resistere a tessere dietro al telaio?

Resistere mi dà l’idea di uno sforzo o di una forzatura; in realtà non è così. A volte questo isolamento mi stimola tante idee a volte mi chiude anche gli occhi e così sulla scia di questo umore altalenante produco capolavori o fallimenti…anche se non sono quasi mai io a deciderlo.

L’ultimo periodo di pandemia ammetto è stato molto pesante anche per me. Abituata a partire di tanto in tanto per ricarburarmi di idee e di stimoli, la stasi mi ha un po’ piegata.

È stato però anche un periodo di riflessione e di riorganizzazione della bottega, sono nate senza volerlo belle ed importanti collaborazioni che quasi non mi sono accorta del passaggio dell’ultimo mese…per fortuna

E ora un nuovo progetto che coniuga nuovamente tessitura tradizionale e moda. Me lo racconti?

La maggior parte delle mie collaborazioni nasce sempre per caso. Un proverbio campotostaro recita “meglia ‘na ncontratura che 100 poste fatte” (meglio il caso che un progetto).

E così è accaduto per questo ultimo progetto con Erica Del Fio, artigiana delle borse originaria del Valdarno, che ho conosciuto quando è venuta con mia cugina Simona a Campotosto per trascorrere una settimana dopo un inverno chiuso in casa per il Covid. La sua passione per la pelletteria e le borse l’ha portata a lavorare a lungo per grandi firme italiane fino a quando, cinque anni fa, ha creato un suo brand di borse e accessori che realizza con tessuti particolari e attraverso lavorazioni insolite che ricerca in Italia e all’estero.

Affascinata dal telaio antico, dai filati artigianali, dalle tinture naturali mi ha proposto una collaborazione per produrre dei pezzi unici realizzati a mano che coniugano in un accessorio di moda con la storia, la cultura e i valori di un territorio

“Desideravo raccontare questo anomalo maggio con un tessuto ed ho ordito il bianco della neve ancora sulla cresta dei Monti della Laga, il verde del lago, il marrone della terra bagnata. Ce ne siamo innamorati in tanti. Erica ha voluto ritesserla anche lei…così germogliano i primi semi di un bellissimo progetto. Le abbiamo chiamate Giunchiglia e Narciso perché dalla finestra della stanza in cui sono nate se ne vedeva un prato sconfinato.” (Ordito e trama in cotone, viscosa e lurex, lavorazione 2 licci)