Interviste

Un viaggio tra città reali e immaginarie nelle opere di Eszter Bornemisza

traduzione a cura di Chiara Cordoni

Eszter Bornemisza è un’artista tessile che vive a Budapest, Ungheria e lavora con materiali di recupero, carta riciclata e tessuti che modifica con l’aggiunta di stampe, tinture e pitture. Ha iniziato il suo percorso nel settore della fiber art a metà degli anni Novanta ed oggi crea elaborati arazzi e installazioni trasparenti che rappresentano intricati labirinti e mappe stratificate di luoghi interiori, metafora del viaggio compiuto dall’artista alla ricerca della propria identità nel campo dell’arte.

Le opere di Eszter Bornemisza sono state esposte in numerose mostre internazionali collettive e personali ed hanno ricevuto prestigiosi riconoscimenti.

Di seguito il link al sito web dell’artista:

https://bornemisza.com/

Eszter, puoi raccontarci la tua storia di artista tessile, come hai cominciato e perché hai scelto il medium tessile?

Ho studiato matematica e sono diventata una ricercatrice nel campo della sociologia, poi ho conseguito un dottorato in Statistica. Ma il cucito è sempre stato una delle mie attività preferite nel tempo libero. Ho imparato ad usare la macchina da cucire da adolescente come autodidatta, modificando gli abiti di mia nonna per poterli indossare.

Ho cucito di tutto, dalle scarpe di cuoio ai soprabiti e persino abiti per la mia famiglia, e tessuto giacche. Dato che avevo molti avanzi di tessuto, li cucivo insieme, e qualcuno diceva che assomigliavano a quilt.

Nel 1996 ho avuto la possibilità di visitare il Quilt Expo a Lione, in Francia. Per la prima volta vedevo quilt artistici, e ho pensato che sembravano quadri moderni fatti con i tessuti. Sono sempre stata appassionata di arte contemporanea, ma non avevo mai pensato di dipingere. Ecco che vedevo uniti i miei due interessi distinti: l’arte tessile e l’arte moderna. Mi è stato subito chiaro che questo era quello che dovevo fare! Sono stata talmente audace da decidere che una mia opera sarebbe stata esposta al prossimo Expo. E ci sono riuscita. Ma prima di ciò, nel 1997 ho presentato un’opera al primo Campionato Europeo del quilt, in Olanda, e ho vinto il primo premio. E’ stata per me la spinta decisiva. Ho anche ricevuto un forte sostegno dalla mia famiglia, soprattutto da mio marito, quindi dopo aver esitato per qualche anno ho abbandonato la matematica e mi sono dedicata a questo lavoro a tempo pieno.

Net-Work II”, 80×120 cm, 2011, copyright Eszter Bornemisza

Forbidden City”, 113×165 cm, 2012, copyright Eszter Bornemisza

Nel percorso che hai intrapreso per diventare un’artista tessile, c’è stato un evento o una persona fondamentale per la tua crescita professionale?

C’è stata una pittrice Ungherese di nome Lili Orszag, il suo lavoro è stato di grande impatto per il mio, soprattutto all’inizio. E’ morta qualche anno fa prima che iniziassi la mia carriera nell’arte tessile, ma i suoi quadri, suggestivi e al tempo stesso enigmatici, mi sono rimasti molto impressi. Condivido il suo amore per i tratti astratti e frammentati, e uso spesso quei frammenti per cogliere l’esperienza di stare in equilibrio fra l’ipotesi e la comprensione.

City And Moon”, 150×50, 2015, copyright Eszter Bornemisza

Quanto è importante sperimentare con diverse tecniche e materiali nel tuo lavoro e che tipo di ricerca e progettazione fai quando inizi una nuova opera?

La sperimentazione e la ricerca sono la base da cui parto quando inizio una nuova opera. Trovare nuovi materiali e nuove tecniche, combinarle con metodi utilizzati in precedenza sono pane quotidiano per me. Per quanto riguarda il tema su cui intendo lavorare, cerco fra le mie foto personali e ricerco immagini sui libri o in rete. 

Spesso utilizzi tessuti riciclati e fogli di giornale nei tuoi lavori. Perché questa scelta e che ruolo svolgono tali materiali?

Riutilizzo i tessuti perché ne ho una grande quantità fra cui scegliere, dato che ne ho ereditati tanti dalla mia famiglia e tanti mi sono stati regalati da amici. Mi piace conoscere la storia di ogni pezzo, anche se non si inserisce perfettamente nel progetto. Mi sento anche più vicina ai temi ambientalisti quando riciclo i materiali. La scelta della carta da giornale come secondo materiale di base svolge un ruolo centrale nelle mie opere più recenti per il carattere effimero dell’esperienza visiva. E’ fragile, il suo contenuto è a volte obsoleto quando fa la sua comparsa, ma al contempo porta con sé frammenti di dettagli importanti della storia recente. Rappresenta anche l’opprimente valanga di notizie false e importanti che dobbiamo vagliare ogni giorno.

Zikkurat”, 20x20x20 cm, 2011, copyright Eszter Bornemisza

C’è un gruppo di opere, fra i tuoi lavori, o un lavoro in particolare che ti rappresenta di più e al quale sei particolarmente legata? E c’è invece fra le tante opere d’arte che hai creato negli anni, un lavoro in cui non ti riconosci e che senti lontano dal tuo stile artistico attuale?

Mi piacciono alcuni pezzi in cui sento che la forma e l’espressione hanno creato per caso una buona sinergia, come Lung of the City, Requiem, March, You Are Here, o Waste-Borough. Ovviamente ve ne sono alcuni fra i miei lavori più vecchi a cui non mi sento più particolarmente legata, sono in magazzino in attesa di essere riciclati: per essere tagliati per un nuovo lavoro e riassemblati con nuovi pezzetti, ridipinti o rimodellati.

Eszter, qual è il rapporto fra rappresentazione astratta e figurativa nel tuo lavoro?

Da abitante di città il tema del mio lavoro ruota intorno alle idee che rispecchiano la vita urbana. Con le superfici stratificate delle mappe reali e immaginarie mi sforzo di cogliere l’attimo in cui troviamo il nostro posto sia fisicamente che mentalmente. Sia con il lavoro figurativo che con quello astratto mi impegno a raffigurare la città soggettiva: tutti noi abbiamo o ci creiamo una personale idea intima di città con i nostri modelli di movimento, modelli che derivano da dove abitiamo e lavoriamo. Cerco di richiamare l’attenzione su questa stratificazione individuale della memoria e dell’esperienza dato che è posizionata in un contesto urbano più ampio.

Le tue opere sono ricche di strati di materiali e tessuti che lasciano spazio ad aperture e trasparenze. In questo modo il lavoro proietta ombre suggestive sui muri. Qual è il ruolo delle ombre e delle trasparenze nelle tue opere d’arte?

La fragile trasparenza evidenzia il carattere effimero di quello che faccio e le ombre dietro all’opera aggiungono un ulteriore strato temporaneo di complessità.

Zoom”, 300x90x80, 2016, copyright Eszter Bornemisza

Zoom” detail, 300x90x80, 2016, copyright Eszter Bornemisza

Connections”, 180×50 cm, 2014, copyright Eszter Bornemisza

Mappe, labirinti urbani e strade infinite che si intersecano sono la tua firma stilistica, il tema intorno a cui ruota il tuo lavoro. Puoi dirci cosa rappresentano per te e che significati hanno?

Il tema del mio lavoro ruota intorno ad idee che rispecchiano il nostro rapporto con la vita urbana. Con le superfici stratificate delle mappe reali e immaginarie mi sforzo di cogliere l’attimo in cui troviamo il nostro posto sia fisicamente che mentalmente. Proprio come la ricerca e la sperimentazione sono stati strumenti principali nello sviluppare le idee, i labirinti, come le mappe con molte strade senza uscita, sono state una metafora visiva per un viaggio alla ricerca della mia identità nel campo dell’arte.

“Next Page”, 200×90 cm, 2014, copyright Eszter Bornemisza

Next Page-detail”, 200×90 cm, 2014, copyright Eszter Bornemisza

Puoi parlarci della tua opera Waste-Borough?

Per molte generazioni non abbiamo fatto altro che accumulare beni. Capi di abbigliamento pregiati vengono scaricati sulle nuove generazioni che già hanno armadi strabordanti. Bloccati in una routine di consumo insensato continuiamo a creare rifiuti. L’opera ci ricorda la nostra responsabilità di tutelare l’ambiente bloccando questo ciclo.

Waste Borough”, 280x150x15 cm, 2019, copyright Eszter Bornemisza

Waste Borough” detail, 280x150x15 cm, 2019, copyright Eszter Bornemisza

 

City Skins è un lavoro suggestivo ed evocativo la cui forma richiama quella di un vestito/kimono. Questa scelta ha un significato particolare?

I vestiti che indossiamo sono considerati il nostro guscio esteriore, e il posto in cui viviamo è per me  uno strato ancora più esterno. La città protegge, ci abbraccia con il suo calore, ma a volte fa male e ci macchia con il suo essere ruvida. Traggo inspirazione dall’apparenza grafica delle mappe urbane – nel caso di parti di mappe della mia città, Budapest.Considero la rete stradale di una città come uno scheletro – la base di caratteristiche che contribuiscono ad unire le persone o a dividere le comunità, un’impronta dei tempi, come la società utilizza o abusa del posto in cui vive. 

“City Skins”, 250x110x40 cm, 2015, copyright Eszter Bornemisza

“City Skins” detail, 250x110x40 cm, 2015, copyright Eszter Bornemisza

Puoi anticiparci qualcosa del tuo libro “Urban Textures”?

Il libro è un’illustrazione del mio lavoro degli ultimi 8 anni. Raggruppati in temi vi sono immagini di pannelli da parete, installazioni e oggetti con alcuni commenti personali o citati da altri articoli. Sono 180 pagine piene di immagini dettagliate di più di 70 opere.

Su cosa stai lavorando al momento? Ci vuoi parlare dei tuoi progetti di arte tessile attuali?

A volte mi piace lavorare su oggetti di carta come Quo Vadis?. Al momento sto lavorando ad un nuovo oggetto partendo da un pezzo di gesso che avevo sul braccio lo scorso anno. Ho coperto i gusci con cartapesta fatta da me e ora mi sto divertendo a posizionarli e assemblarli.

“Quo Vadis?”, copyright Eszter Bornemisza

“Quo Vadis?”detail, copyright Eszter Bornemisza

Interview

A journey through real and imaginary cities in the artworks of Eszter Bornemisza

Eszter Bornemisza is a textile artist who lives in Budapest, Hungary and works with recycled materials, recycled paper and fabrics that she modifies with the addition of prints, dyes and paintings.
She began her career in the field of fiber art in the mid-nineties and now creates elaborate tapestries and transparent installations that represent intricate mazes and layered maps of innerplaces, a metaphor for the journey made by the artist in search of her own artistic identity.
The works of Eszter Bornemisza have been exhibited in numerous international collective and personal exhibitions and have received prestigious awards.

Below is the link to the artist’s website:

https://bornemisza.com/

Can you tell us your story as a textile artist, how you started and why you chose the textile medium?

I studied mathematics and became a researcher in the field of sociology and later I achieved a PhD in mathematical statistics. But all the time sewing has been one of my favorite free time activities. I learned to use the sewing machine in my early teen age years in a self-taught way through altering my grandmother’s old clothes to fit me. Later I sewed almost everything from leather shoes to overcoats and even suits for my family and wove jackets. As I had many small left-over fabrics, I stitched them together- someone said, they looked like quilts.

In 1996 I had the chance to visit a Quilt Expo in Lyon, France. I saw art quilts for the first time and thought they were like modern paintings made in the medium of textiles. I had always been keen on contemporary art, but I never thought of trying to paint. Here my two independent interests suddenly joined up together: textile and modern art. It became clear to me in a flash, that this is what I had to do! I was bold enough to decide that in the next Expo a piece of mine would hang on the wall. And so I did it. But before that in 1997 I entered a piece for the First European Quilt Championships in the Netherlands, and won best of show award. That gave me a real kick off. I also got a very strong support from my family, especially my husband so after a few years of hesitation I dropped math and turned to a full-time studio maker

Net-Work II”, 80×120 cm, 2011, copyright Eszter Bornemisza

Forbidden City”, 113×165 cm, 2012, copyright Eszter Bornemisza

In the path you took to become a textile artist, was there an event or a person who proved to be important for your professional growth?

There was a Hungarian painter called Lili Orszag whose work had a great impact on my work mainly at the beginnings. She died a few years before I started my textile career but her suggestive but still enigmatic paintings did impress me. I share her love of abstract fragmented scripts, and I often use such fragments to grasp the experience of balancing on the edge of conjecture and comprehension.

City And Moon”, 150×50, 2015, copyright Eszter Bornemisza

How important is it to experiment with techniques and materials in your work and what kind of research and design do you do when you start a new artwork?

Experimenting and research are my basic approaches when I start with a new work.  Finding new materials and techniques, combining them with methods I used before, are everyday practices. As for the theme I’m planning to work on I search among my own photos or search images in books or on the internet.

You often use recycled textiles and newspaper in your work of art. What is the reason for this choice and the role of these materials?

I up-cycle textiles because I have a great choice of them, having inherited many pieces from my family and donated by friends. I like to know the story of each piece, even if it doesn’t play in the theme of the actual work.  I also feel more conscious about environmental issues when I recycle material. The choice of newspaper as the other basic material plays a central role in my recent work as it provides further visual experiences by their ephemeral character. It is fragile; the content is obsolete sometimes at the hour of appearance, while still bearing fragments of important details from the near history. It also represents the overwhelming avalanche of fake and relevant news we have to sift day by day.

Zikkurat”, 20x20x20 cm, 2011, copyright Eszter Bornemisza

Is there a group, among your works, or a particular work that represents you more and to which you feel particularly attached? On the contrary, among the many artworks you have created over the years, is there one in which you no longer recognize and that you feel distant from your current artistic style?

I like some of my pieces where I feel that form and expression happened to create a good synergy, like Lung of the City, Requiem, March, You Are Here, or Waste-Borough. Of course there are some among my older pieces that I don’t feel much related to anymore, they are resting in the storage, and waiting for being recycled: to be cut up for a new work and rearranged with new bits, repainted or reshaped.

Eszter, what is the relationship between abstract and figurative expression in your work?

As an urban citizen the theme of my work is revolving around ideas that reflect our relations to urban life. With the multi-layered surfaces of real and imaginary maps I’m striving to grasp moments of finding our place both physically and mentally.  Both with the figurative and abstract works I’m striving to portray the subjective city: we all possess and create our own intimate city with our own patterns of movements – patterns spinning out from where we live and work. I try to call attention to this individual layering of memory and experience as it is situated within the larger urban context.

Your works are rich in layers of materials and fabrics that leave room for openings and transparencies. This way the work projects suggestive shadows on the walls. What is the role of transparencies and shadows in your artworks?

The fragile transparency underlines the ephemeric character of what I do and the shadows behind the work add another temporary layer of complexity.

Zoom”, 300x90x80, 2016, copyright Eszter Bornemisza

Zoom” detail, 300x90x80, 2016, copyright Eszter Bornemisza

Connections”, 180×50 cm, 2014, copyright Eszter Bornemisza

Maps, urban labyrinths and the endless intertwining of streets are your stylistic signature, the theme around which your work revolves. Can you tell us what they represent for you and to what meanings they refer?

The theme of my work is revolving around ideas that reflect our relations to urban life. With the multi-layered surfaces of real and imaginary maps I am striving to grasp moments of finding our place both physically and mentally.  As experimentation and research has been my primary tool for developing ideas, labyrinths like maps with many dead-end streets have been a visual metaphor for a journey to find my own identity in the art field.

“Next Page”, 200×90 cm, 2014, copyright Eszter Bornemisza

Next Page-detail”, 200×90 cm, 2014, copyright Eszter Bornemisza

Can you tell us about your work Waste Borough?

For generations we have been desperately hoarding goods. Prized items of clothing are dumped on newer generations who already have closets overflowing. Stuck in a rut of mindless consumption we keep creating trash. The piece reminds us of our responsibility in protecting our environment by stopping this cycle.

Waste Borough”, 280x150x15 cm, 2019, copyright Eszter Bornemisza

 

Waste Borough”detail, 280x150x15 cm, 2019, copyright Eszter Bornemisza

 

City Skins is a very suggestive and evocative work, whose shape also recalls that of a dress/kimono. Does the choice of this form have a particular meaning?

Clothes that we wear are often considered our outer skins, and the place where we live the even outer one. The city protects, and enwraps us with warmth, but sometimes just hurts and smudges with roughness. I draw inspiration from the graphical appearance of urban maps – when they are piece maps of my hometown, Budapest.  I consider a city’s street network like its skeleton— a foundation for features that bring people together or fling communities apart, an imprint of times, how the society uses or abuses its place of living.

“City Skins”, 250x110x40 cm, 2015, copyright Eszter Bornemisza

“City Skins” detail, 250x110x40 cm, 2015, copyright Eszter Bornemisza

Can you tell us something about the contents of your book “Urban Textures”?

The book serves as an illustration of my work from the recent 8 years. Grouped around themes there are images of wall hangings, installations and objects with some comments of my own or cited from articles. It is 180 pages full of detail images of more than 70 works.

What are you working on right now? Do you want to tell us about your current textile projects?

From time to time I like to work on paper objects like QuoVadis? Right now, I’m working on a new one based on the cut-up cast I had on my broken arm last year. I covered these shells with self-made paper pulp and now I’m playing with arranging and assembling them.

“Quo Vadis?”, copyright Eszter Bornemisza

“Quo Vadis?”detail, copyright Eszter Bornemisza

Maria Rosaria Roseo

English version Dopo una laurea in giurisprudenza e un’esperienza come coautrice di testi giuridici, ho scelto di dedicarmi all’attività di famiglia, che mi ha permesso di conciliare gli impegni lavorativi con quelli familiari di mamma. Nel 2013, per caso, ho conosciuto il quilting frequentando un corso. La passione per l’arte, soprattutto l’arte contemporanea, mi ha avvicinato sempre di più al settore dell’arte tessile che negli anni è diventata una vera e propria passione. Oggi dedico con entusiasmo parte del mio tempo al progetto di Emanuela D’Amico: ArteMorbida, grazie al quale, posso unire il piacere della scrittura al desiderio di contribuire, insieme a preziose collaborazioni, alla diffusione della conoscenza delle arti tessili e di raccontarne passato e presente attraverso gli occhi di alcuni dei più noti artisti tessili del panorama italiano e internazionale.