• Mar. Lug 5th, 2022

Lucia Bubilda Nanni: di Dante, di ombre e di ricami

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*Foto in evidenza: AQUARIUM E OMBRA DELL’OMBRA. Copyright Lucia Bubilda Nanni

In occasione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri il Museo Diocesano di Faenza in collaborazione con MAG – Magazzeno Art Gallery, Dante Plus e Bonobolabo, ha allestito nella Chiesa di Santa Maria dell’Angelo una mostra curata da Alessandra Carini, Giovanni Gardini e Marco Miccoli invitando nove artisti contemporanei a realizzare lavori ispirati all’opera del sommo poeta. Tra questi due grandi teleri ricamati di Lucia Bubilda Nanni, artista ravennate, classe 1976, laureata in Filosofia all’Università di Bologna che dal 2016 partecipa a mostre e progetti artistici in musei e istituzioni pubbliche e gallerie d’arte, cui ho chiesto di raccontare il suo intervento.

OMBRA DELL’OMBRA. Copyright Lucia Bubilda Nanni

Lucia, come è nata l’idea di questi lavori e quale è stata la loro genesi?

Disegno a mano libera con una Bernina meccanica a pedale elettrico, dovrei dire ad “occhio libero” più che a mano libera, è il mio occhio che disegna; se ritraggo una persona dal vivo posso anche non vedere quello che sto facendo, perché so che le mani lo hanno già fatto. Talvolta succede che io per casa giri con i guanti per non guardare le mani, se mi concentro troppo sulle mani mi impressiono; averle palmate e con meno vene e tendini in evidenza per me sarebbe un sollievo.

I due grandi teleri sono entrambi in tulle, uno interagisce con lo sfondo della cappella e l’altro ha come sfondo un telo bianco per creare le ombre; sono stati fatti per l’esposizione di Faenza. Inizialmente avrei dovuto esporre solo L’ombra dell’ombra poi mi sono innamorata della cappella dedicata alla Madonna di Lourdes e ho subitaneamente immaginato Aquarium. Si potrebbe dire “un’immagine a prima vista”, un colpo di fulmine. Per quanto quel colpo mi abbia suscitato il riso, ho cercato di essere delicata, farlo divenire un sorriso più che un riso, anche perché quella chiesa non è sconsacrata e quella cappella è tuttora oggetto di devozione. L’ombra dell’ombra invece è nata come i no apodittici dei bambini: non volevo partecipare ad una mostra su Dante, amo Dante (so interi canti a memoria se devo sfoggiare il patentino d’amore) ma non le mostre su Dante. Ho quindi detto “no” e al contempo cercato una mediazione come fa una madre paziente; il bestiario (della Divina Commedia) è stata l’unica soluzione al mio cocciuto no.

Il tulle, la trasparenza, crea molto disorientamento spaziale, non ho punti di riferimento. Il mio campo visivo sono circa 15/20 cm, anche perché lavoro a luci spente con il solo lume interno alla macchina, non ho una visione di insieme e letteralmente mi perdo: non so più cosa sia sopra e sotto, destra o sinistra.  Questa volta ho usato la piega del tulle come bussola, le pieghe che già sono nella stoffa e che dipendono da come viene avvolto l’intero scampolo: il lavoro è composto da due tele di otto metri per tre (tre è la larghezza massima del tulle nella vendita al dettaglio) e in quei sei metri totali avevo calcolato una piega ogni metro e mezzo, quindi con l’occhio quella piega non la perdevo mai; solo così riuscivo a capire le distanze tra i miei segni e la direzione

AQUARIUM. Copyright Lucia Bubilda Nanni

Ricami lasciando i fili liberi. È una scelta tecnica, formale oppure concettuale?

Pigrizia. Ho iniziato più di 15 anni fa, quando ho capito che potevo disegnare con la macchina da cucire così come faccio con una penna o una matita, mi divertivo a sfidarmi in velocità (ritrarre qualcosa nel minor tempo possibile) ma rompevo tutti gli aghi perché si incastravano nei fili che lasciavo dietro e davanti, questo impedimento non mi ha portato a tagliare i fili ma a divenire ancora più agile. Gli impedimenti, gli errori, mi piacciono, mi piace trovare soluzioni e migliorare, come un’atleta. Il gesto, la velocità o la lentezza stanno dentro alle ragioni di una forma, questa ne è il precipitato: di quel tempo, della velocità, del mio umore, del mio controllo e dell’occasione; questo prima ancora di ogni mia intenzione o prassi (progetto ragionato) perché per disegnare devo superare sempre la paura di farlo. Posso bloccarmi per giorni al pensiero che una cosa non riesca a farla per l’emozione di doverla affrontare. Ci sono lavori che mi hanno richiesto mesi e anche anni e per quanto possa essere metodica e continuativa, per il timore di sbagliare anche un solo gesto, mi blocco: l’errore c’è sempre o l’idea dell’errore ed è solo quando riesco ad accettarlo, a lasciarmi andare, a cambiare direzione, che controllo e governo ciò che faccio. I fili sono il mio impedimento e lo diventano anche allo sguardo: gli occhi cambiano sempre strada svincolandosi dai fili e ciò rende la forma dinamica. Mi diverte molto.

Come ti relazioni con lo spazio nella realizzazione di opere di queste dimensioni che necessariamente interagiscono con il luogo che le ospita cambiandone anche la percezione da parte del fruitore?

Sono cresciuta nello studio di uno scenografo (mio zio), il mio occhio trasforma lo spazio abitualmente, magari in gran segreto, solo per il mio divertimento; quando lo posso davvero fare perché me lo si chiede è proprio gioia la mia. Credo che ben prima dei miei studi in filosofia, siano stati tutti i fenomeni di pareidolia a cui da bimba mio zio mi sottoponeva, ad aver svegliato il mio sguardo al gioco delle forme: “adesso siediti e guarda” (solitamente una pittura informale); “quando torno mi dici cosa hai visto” (e tornava dopo ore!)

Come sei approdata all’utilizzo del ricamo e del tessuto?

Per caso. Mi ero da poco laureata in filosofia. volevo un figlio, volevo ricominciare a disegnare e a dipingere. Incinta non potevo più usare vernici tossiche: disegnavo solo insetti colando filamenti di vernici, ero come un gelataio; aprivo i barattoli e li lasciavo addensare a diverse velocità di caduta. Di un medium tra me e il supporto ne ho sempre avuto necessità, prima era un pennello secco che non toccava la superficie e ora un ago in acciaio che apparentemente ripete lo stesso gesto frenetico come un picchio arrabbiato. Io degli aghi ho sempre avuto il terrore eppure ora sono sempre piena di aculei, tra le mani e negli abiti (spilli ovunque, è pericoloso abbracciarmi) Il passaggio è stato questo: vernici, colle, aghi. Le mie ambizioni autarchiche (abiti, accessori, oggetti) si erano infrante: volevo stratificare materiali diversi per fare grandi arazzi e la colla aveva perso tutto il suo fascino; andai a cercare una macchina da cucire corazzata. Il primo disegno che feci fu un ragno bianco su una maglietta rossa (taglia 5 mesi)

Quali sono i materiali che utilizzi abitualmente? La scelta è dettata da esigenze tecniche a seconda dell’opera che intendi realizzare?

Prediligo il tulle per la trasparenza e la canapa per l’affetto. Cerco vecchi rotoli fatti al telaio che ancora si trovano nelle campagne, qui in Romagna: corredi intonsi che raccontano tante storie, ad esempio passai un bellissimo pomeriggio con un’anziana signora, sopravvissuta a tutte le sue sorelle e di cui aveva ancora i corredi perché nessuna si era sposata, si erano fatte tutte suore! Da qualche anno uso anche l’alluminio, è molto entusiasmante perché non è più il controllo di un segno, ma della luce (lo retroillumino). Per la mia macchina da cucire è molto meno entusiasmante invece (è molto usurante).

Quale è stata l’opera più impegnativa cui hai lavorato?

Lacrime, un lavoro esposto nel 2016 e a cui ho dedicato i quattro anni precedenti. Sono più di 240 volti, quasi tutti anonimi: un censimento fotografico dell’ossario della mia città, Ravenna. Foto storiche, la prima risalente al 1840 circa (la perizia di uno storico così l’ha datata) e infatti sembrava l’ombra di un carbonaro risorgimentale; parlo di ombra perché di molte foto rimaneva solo un’ombra.  Mossa dalla volontà di salvare quelle ombre, quella flebile traccia, ho iniziato il lavoro. Tornavo spesso all’ossario comunale perché mi ero infatuata di un volto: un giovane uomo che ho immaginato essere stato un maestro ucciso in un attentato fascista, non so perché abbia immaginato questa storia ma alla fine mi sono ritrovata in quel luogo più e più volte e ho immaginato le storie di tutti quei 240 volti, ogni volto è irripetibile, odio la morte che cancella le forme.